Tug of war – Paul McCartney

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Quanto tempo mi avete fatto perdere, voi che il miglior McCartney solista è quello isolato ed essenziale dei primi album. E voi che invece erano meglio i Wings, con Band on the run sopra qualsiasi altra cosa. E anche voi che le sperimentazioni di epoca new wave adesso sì che le apprezziamo. Sì, poi ci siete voi che l’album con i pezzi scritti con Costello è l’unica collaborazione paragonabile a quella con John Lennon. E infine voi, che il McCartney degli ultimi 15 anni non ha sbagliato quasi niente. Ne ho presi di album in questi ultimi anni, per compensare una vita piena di Beatles e con quasi tutto Lennon, ma priva di McCartney. Mi sono piaciuti tutti, ma mai al punto da farmi dire chemmisonopersofinora…

Perché vi ho ascoltati tutti, invece di seguire l’istinto della prima adolescenza.
Estate 1982. Avevamo abitato a Roma nei miei 3 anni delle medie e poi eravamo tornati a Lodi, ma per quelle vacanze andai a passare qualche settimana a casa della famiglia con cui avevamo stretto i legami più forti, con i figli della stessa età mia e di mia sorella. Oltre a noi, era ospite anche una loro cugina molto più grande, già universitaria, simpatica e di buon gusto musicale. In quei giorni si era presa un paio di dischi nuovi: Titanic di De Gregori e l’ultimo di Paul McCartney. Io già da un anno e mezzo ero stato folgorato dalla scoperta dei Beatles ed adoravo tutto ciò che veniva dagli anni 60; in quei mesi avevo sentito Ebony and ivory e mi piaceva moltissimo, per cui la possibilità di ascoltare tutto questo nuovo Tug of war mi allettava parecchio. Lo facemmo girare un po’ di volte, ed il ricordo delle mie orecchie quindicenni più o meno fu: ok, bello, ma i Beatles sono un’altra cosa! I suoni non erano quelli dei Sixties ed anche il mio amico e la cugina non si entusiasmarono… Alla fine ebbe la meglio De Gregori.

In tutti questi anni, pur mantenendo un’attrazione affettiva verso Tug of war, non l’ho mai comprato. In questi decenni di enciclopedie, retrospettive, corsi e ricorsi storici, la maggioranza dei giudizi critici si è assestata su un tiepido apprezzamento, ma senza gli entusiasmi riservati alle altre epoche della carriera di Paul. All’ultimo Novegro di ottobre, l’incontro col destino è arrivato: un bel CD usato a soli 5€ ed eccoci qua. Uno stranissimo effetto: soprattutto le canzoni del lato A mi suonavano ancora familiari, ma era come se riemergessero da profondissimi recessi della memoria. Come se grattando grattando, sotto lo spessissimo strato del mio indelebile imprinting beatlesiano, fossero emerse cristallizzazioni affini ma diverse. Certo, i Beatles sono sempre un’altra cosa. Però questi 34 anni hanno fatto molto bene a Tug of war: ufficialmente, il mio disco preferito di Paul McCartney.

E’ un album di canzoni fortissime, forse con solo un paio di riempitivi più deboli. Una mi ha veramente ribaltato: l’altro duetto con Stevie Wonder, What’s that you’re doing? Ovviamente semidimenticata rispetto al classicone Ebony and ivory, e proprio per questo freschissima, molto più che in quegli anni in cui avrei voluto un Paul McCartney senza gli anni 70 in mezzo. In questo caso nero di funk purissimo ed in perfect harmony con Stevie ancora nel pieno del suo fulgore, due geni musicali che creano un congegno perfetto di melodia e di tiro ritmico. Scandaloso che sia rimasto nascosto qui in mezzo, fuori dalla serie A dei greatest hits e delle playlist.

Ma poi siamo nel paradiso del pop, un talento che negli anni abbiamo dato per scontato e che se ti fermi ad ascoltare bene ti fa trattenere il fiato, un po’ come è successo quando ci siamo messi ad ascoltare davvero i dischi di Battisti. Tug of war è un gioiello dall’inizio alla fine, con un paio di ingredienti in più: la produzione di George Martin e gli anni Ottanta. E’ incredibile come quel signore già così attempato e fuori dalle mode fosse in grado di aggiornare le sue tecniche e trovare un suono al passo coi tempi e in grado di sfidare il futuro. A quindici anni che ne potevo sapere? Però anche voi, dài…

Starfish – The Church

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I Church sono una di quelle band di seconda linea che negli anni 80 davi un po’ per scontate e che adesso ci mancano tantissimo. I loro album migliori li sto recuperando in questi anni, pescandoli tra i CD usati o, come in questo caso, nelle ristampe a prezzo ridotto. Mi piacevano, ma non sono mai diventati una delle mie band preferite. Forse per la voce di Steve Kilbey, che non mi ha mai colpito con una personalità ben definita, pur essendo perfettamente funzionale ad un suono e ad uno stile in cui c’era veramente il meglio di quegli anni, appena dopo la new wave e affascinati dal ricordo dei 60s e della psichedelia.

Starfish l’avevo duplicato su cassetta un paio d’anni dopo la sua uscita e conteneva quella che rimane la loro canzone più famosa, Under the Milky Way. Ecco, con canzoni così si avvicinarono molto alle vette dei R.E.M. o dei momenti migliori di Lloyd Cole e di Robyn Hitchcock. Ogni volta che si torna su questo pop chitarristico degli anni 80 e 90 è sorprendente constatare come non solo resista bene allo scorrere del tempo, ma risulti anche più profondo e convincente nelle sue piccole grandi ambizioni. Credo che quello che ci manca veramente non sia solo la giovinezza ed il ricordo che quella musica riporta alla luce. È proprio la qualità di tutto quello che il rock riusciva a concentrare su di sè: visione, cultura, attitudine, senso del presente, spinta verso il futuro. Quello che rendeva ascoltare un disco così importante.

Ricordavo che, quando lo registrai, avevo trovato sulla busta interna dell’LP, insieme ai testi delle canzoni, anche una specie di poesia, un componimento in versi privo di melodia, che viveva di vita propria. Mi piacque tantissimo ed iniziai a tradurlo, ma ad un certo punto mi accorsi che mi venivano fuori parole non sempre aderenti al significato reale, e che il ritmo che stavo dando al mio testo funzionava meglio se lasciavo fuori qualche verso ogni tanto. Così, alla fine, quella fin troppo libera traduzione di uno strano testo, dentro un disco ma senza una canzone, era diventata una cosa mia, un mio componimento, che conservai dentro un quaderno. Sono andato a ricercarlo e mi è sembrata una cosa bella che avevo fatto più di 25 anni fa, una cosa che non avrei mai fatto se non avessi ascoltato Under the milky way alla radio e non mi fossi fatto prestare il disco da un amico che l’aveva preso. E ho pensato che ci stava bene, qui dentro questo quaderno digitale, più di 25 anni dopo.

Il bene, ora e per sempre,
la musica che raggiunge e che scuote,
nuotare dove non si tocca, sotto,
ricordare un bisogno,
lunga attesa di cosa?
Sagome e volti lenti nella mente,
il rumore dell’auto nel vialetto,
star sdraiati nell’erba, gli occhi al cielo,
il pianoforte scorre sui pensieri,
l’odore di mentine masticate,
le formiche escono quando fa buio.
Fragilità, là in alto
gli aerei illuminano la notte,
fanciullo, i sapori della cucina,
non conoscere le giuste parole
ma sentirle massicce tutte quante.
La luna dorata tra le nuvole,
bellissime cose per sempre, dove
un tempo vendevano oscurità,
due passi nella strada
verso la vecchia casa,
tocco mercuriale di estati andate.
La nostra esitante conversazione,
qualcuno che chiamava,
la borsa piena di stelle marine,
la pioggia calda e un lungo assopimento,
un sogno profondo, un sogno di adesso,
ora e per sempre il bene.

One for the road – The Kinks | Born again savage – Little Steven

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Qualche giorno fa, all'”evento del secolo” dei 3 giorni con tutti i grandi sopravvissuti del rock, i Rolling Stones hanno suonato Come together dei Beatles. Nelle intenzioni un omaggio ed una celebrazione di quella grandezza condivisa nei favolosi 60s e nel corso dei decenni in cui il Rock è diventato Classic rock; nei fatti una performance stranamente deludente, che ho interrotto dopo meno di tre minuti su YouTube… Succede spesso quando avvengono queste fusioni a freddo di materie prime preziosissime: la chimica accende la scintilla, ma il fuoco non divampa. È una constatazione che si è amplificata ascoltando, negli stessi giorni, questi Kinks sulla soglia degli anni 80. Per certi versi, la perfezione del rock inglese più grande: come i Beatles ma più Rolling Stones, come gli Stones ma più Beatles, come gli Who ma più Beatles e Stones.

Anche se si fossero riformati, non sarebbero stati comunque invitati alla celebrazione della Meglio Gioventù degli anni 60. Troppo staccati come popolarità, eppure i Kinks sono la quarta colonna di quella prima generazione del rock inglese, e in quella fase di passaggio tra 70 e 80 erano gli unici ad essere ancora rilevanti e a modo loro al passo coi tempi. Se c’è un disco che può rappresentare il perfetto punto di congiunzione fra quei due decenni è questo One for the road. A suo modo, una tappa importante di quel processo di maturazione che la musica rock ha vissuto e di cui oggi conosciamo la vecchiaia (o, per essere meno brutali, la classicità). I fratelli Davies sprigionavano un’energia perfettamente sintonizzata con quegli anni attraversati dal punk e dalla new wave, non solo nei pezzi universalmente considerati progenitori legittimi come You really got me o All day and all of the night, ma anche in quelli meno prevedibili. E quando l’ispirazione non veniva dal punk, spingevano su un hard rock che dei tanti suoni oggi considerati classici sembra quello più immune dai corsi e ricorsi storici. Erano tempi in cui a meno di 40 anni eri considerato vecchissimo, eppure le loro canzoni raccontavano il ventesimo secolo e quella società irreversibilmente cambiata con una classe diverse spanne sopra il livello dei ventenni sulla cresta dell’onda. Confronti generazionali che oggi si sono estremizzati, al punto che possiamo dire che non esistono quasi più punti di contatto. La generazione del rock di fatto ne comprende 3 o 4, si estende su almeno quattro decenni e tutta insieme rappresenta il “prima” di un “dopo” che del rock farà probabilmente, tranquillamente a meno.

Per questo, riascoltate oggi, tra la David Watts dei Jam e quella dei Kinks (eseguita a fine concerto come pezzone di chiusura, proprio a seguito dell’exploit di quella che nel 1980 era la band inglese del momento) non c’è praticamente nessuna differenza. Ma anche se ci provarono ancora per qualche anno a restare nel gruppo di testa del nuovo rock (il video di Come dancing a Mister Fantasy…), i Kinks non erano destinati a questa vecchiaia dorata, in cui gli Stones fanno pace coi Beatles e Paul McCartney fa A day in the life con Neil Young… I dischi solisti di Ray Davies sono tra i migliori esempi di rock over sixty, ma non sono più i Kinks, non interessano a nessuno. Ed è per questo che fa effetto, riascoltare One for the road: perché fa pensare che un altro modo di invecchiare, forse, ci poteva essere. Con un milione di cose da dire forte, con un repertorio da far vivere senza porsi limiti, sapendo anche fare a meno delle Waterloo sunset e delle Sunny afternoon quando ha più senso risuonare le Hardway o le Misfits… E con quella fulminea, spettacolare padronanza del Sacro Graal, il riff: non solo le decine targate Kinks, lanciati a 300 all’ora o subito stoppati per prendere in giro il pubblico, ma anche quelli degli altri, con quelle favolose microcitazioni di Jumping Jack flash, Born to be wild o Baba O’Riley, che celebravano la storia del rock già nel 1980. Una consapevolezza asciutta e autoironica che oggi sarebbe il caso di recuperare, per sfuggire alle megacelebrazioni da centinaia di dollari a biglietto…

La battuta più bella sul Più Grande Weekend della Storia del Rock l’ha fatta Little Steven. Ad un fan che chiedeva perché, in mezzo a quella line up stellare, non ci fossero anche Bruce Springsteen and The E Street Band, ha risposto:

We’re too young to qualify.

Fa ridere, perchè la differenza d’età sarebbe minima. Ma quel criterio di selezione (solo chi c’era già negli anni 60) è effettivamente sostanziale, più forte della differenza d’età. Chi è arrivato dopo, in genere ha avuto rilevanza anche dagli anni 80 in poi ed ha una fanbase molto più trasversale. E’ vero che anche per Springsteen da qualche anno è arrivata l’era dell’autocelebrazione, ma la cosa che impressiona ai suoi concerti è la presenza di parecchi giovani e la rappresentanza molto omogenea di tutte le età comprese tra i 20 e i 70 anni. E’ uno dei motivi per cui i concerti di Springsteen continuano ad essere ancora oggi la cosa migliore del rock: un eterno presente in cui poter credere ancora al sogno, o comunque in cui le sconfitte, le disillusioni e i sogni infranti sono condivisi e trasfigurati in una catarsi che ti fa rialzare la testa e credere nel futuro. Nei due concerti di San Siro dello scorso luglio abbiamo ascoltato quasi tutte quelle grandi canzoni del 1975, del 1978, del 1980, desiderate per anni come in quei bootleg che rimangono la cosa migliore del rock per sempre. La grandezza di Bruce e della E Street Band è quella di suonarle con l’intensità e la consapevolezza degli anni trascorsi, e di non farti mai rimpiangere di non esserci stato, ad un loro concerto tutti quegli anni fa. Soprattutto se guardi il palco sul lato destro e li vedi ancora come allora uno accanto all’altro e accanto a Bruce: Roy Bittan al piano, Gary W. Tallent al basso e Little Steven Van Zandt alla chitarra.

Ho comprato questo Born again savage più per affetto che per reale convinzione: sicuramente l’album più trascurato della sua altalenante carriera solista, anche se ne avevo letto sempre giudizi positivi. È una bomba. Sul serio: lontanissimo da qualsiasi cosa abbiate in mente della sua musica, con o senza Springsteen. Un disco concepito e suonato in formazione power trio, con Adam Clayton al basso (per cui è anche l’ultimo bel disco in cui abbia suonato un membro degli U2) e Jason Bonham alla batteria, cazzuto e tirato come pochi. Il disco della vita per lui, come scrive in modo efficacissimo in queste bellissime note di copertina.

Questo è il disco che avrei fatto nel 1969, se ne fossi stato capace.

Ci sono voluti 20 anni per scriverlo ed altri 10 per buttarlo fuori, ma il tempo cronologico è sopravvalutato, no?
È un tributo ai pionieri dell’hard rock che mi hanno tenuto vivo mentre diventavo grande. I Kinks, gli Who, gli Yardbirds e i tre gruppi che uscirono dagli Yardbirds – i Cream, il Jeff Beck Group e i Led Zeppelin.
È anche una dichiarazione di gratitudine per George Harrison, i Beatles, i Rolling Stones, e i Jefferson Airplane che per primi mi hanno avvicinato alle melodie orientali e alla filosofia ed hanno allargato per sempre la mia coscienza cross-culturale.
Devo anche ringraziare Bob Dylan da cui discendono tutti i testi di canzoni, ed Allen Ginsberg per essere un Buddhista tra le altre cose.
Questo è il quinto ed ultimo degli album politici che avevo programmato quando decisi di realizzare i miei dischi. Volevo saperne di più di tutto quello che succede e scrivere di questo, parlare di questo, sperando nel frattempo di imparare qualcosa su me stesso. Dopo 5 album e 7 anni di viaggiare e studiare e guardarsi attorno ho scritto queste note per l’edizione originale di questo disco.
Viviamo in un folle manicomio. Un pozzo nero di barbarie senza pietà. Ed in questo purgatorio pieno di disagio e bruttezze e violenza e odio e ingiustizia e avidità e menzogne e dolore e frustrazione e confusione ci sono brevi, fugaci momenti di pace e amore e verità e bellezza. Sono rari. Sono a distanza di anni e di chilometri. Ma sono così significativi che rendono la vita degna di essere vissuta. Questi momenti ti danno la forza per affrontare la follia col tuo equilibrio intatto e con lo sguardo fermo e così resisti e sopporti e sopravvivi.
E se sei fortunato, davvero fortunato, riesci a toccare con mano quella forza e restarci attaccato abbastanza a lungo da provare, nel tuo piccolo, a rendere tutto un pochino migliore. Solo un poco più civile e giusto. A servire. E non lo fai per nessun altro perchè nessuno ti ringrazierà o ti ricompenserà o se ne accorgerà. Non prenderti in giro. Lo fai per te stesso. Per la tua anima.
Perchè in questo mondo è l’unica salvezza che potrai mai raggiungere.

E c’è davvero poco da aggiungere. Musica senza tempo, pubblicata nel 1999 come se fossero 30 anni prima o 30 anni dopo. Tutta una vita da mediano della chitarra elettrica che esplode in una suite di inni alla sacra forza del rock’n’roll, come un Lenny Kravitz senza pose da modello, col volume al massimo. Con tutti i difetti del caso: troppo lungo, troppo autoindulgente, completamente privo di buon gusto e di autocontrollo. Però gli vuoi bene anche per questo. Perché come 60, come 30 anni fa, niente e nessuno può battere la semplice, pura, perfetta botta del riff. Poi c’è la poesia, il Nobel a Dylan, l’autobiografia del Boss… Finalmente potremo sentirci rispettabili cinquantenni, con le nostre rispettabili file e pile di conventional records. Ma: it’s the journey, not the destination. Siamo selvaggi che rinascono ogni volta, non dimentichiamolo.

Here – Teenage Fanclub | C87 – Various Artists (Deluxe 3CD Box Set)

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C’era in giro una gran voglia di Teenage Fanclub, in questi ultimi mesi. Ed anche a me era venuta una gran voglia di ascoltare questo nuovo album, di cui si leggevano meraviglie. Il singolo I’m in love, uscito in piena estate, era la perfetta quintessenza di Teenage Fanclub: melodia istantanea, dueminutiequaranta, sunshine, amorevero e chitarre come fontane di acqua fresca. Desideravo che l’album fosse un nuovo piccolo capolavoro. Lo sto facendo girare a ripetizione per capire cos’è. C’è qualcosa che non mi torna. E’ un album dei Teenage Fanclub: quindi puoi farlo girare quanto vuoi senza mai stancarti. Ma non so se basta per essere un grande album. Nel loro caso è quasi scontato che sia così. E non è giusto dare le cose belle per scontate, ma anche in questo caso lo capiremo quando non le avremo più.

Dopo un po’ di ascolti ho capito: in Here i nostri ragazzi (ormai intorno ai 50, proprio come noi) sono meno Big Star, suonano meno americani. Sembrano diversi, e invece sono solo tornati ad essere più scozzesi, più simili alle loro origini, la scena indie della seconda metà degli anni ’80. Un po’ meno rifiniti nei suoni, più malinconici e meditativi nelle melodie e nelle armonie vocali, e con una matura consapevolezza che la loro musica è destinata ad un pubblico di affezionati coetanei, un fanclub non più teenage che oggi è sparso un po’ in tutto il mondo, ma con caratteristiche analoghe a quando i coetanei avevano 30 anni di meno.

E mi è venuto spontaneo collegare l’ascolto di Here a quello, completato di recente, dello straordinario cofanetto di 3 CD pubblicato qualche mese fa dalla Cherry Red, C87. Una raccoltona di canzoni perdute di quel tempo in cui la musica indie inglese era confinata in un circuito pieno di fermento anche se lontanissimo dalle classifiche ufficiali. C87 è una specie di sequel della storica compilation C86, originariamente pubblicata su cassetta dal New Musical Express 30 anni fa esatti. La sua celebrazione era avvenuta con più di un anno di anticipo con un altro triplo CD, in cui alle 22 canzoni originali ne erano state aggiunte altre 50. L’idea era quindi di riscoprire l’evoluzione di quella scena così ricca, un vero fiume sotterraneo di band che solo in pochi casi svilupparono le loro carriere al di là di qualche singolo o di un solo album (tra i nomi più, ehm, noti: Wedding Present, House of Love, Wonderstuff, Inspiral Carpets, Soup Dragons, Primitives, Weather Prophets, McCarthy…).

I Teenage Fanclub sono nati lì in mezzo: tra le gemme grezze ritrovate abbiamo anche Big rock candy mountain dei Motorcycle Boy, primo singolo di una delle band in cui si fece le ossa Norman Blake prima di formare il gruppo che è arrivato fino ai giorni nostri. Ovviamente quei suoni elementari e quelle registrazioni stentate sono lontanissime dalla sofisticata costruzione pop delle canzoni di Here. Però c’è un legame che questa volta è venuto fuori in modo molto più evidente, rispetto ai tanti (ma non tantissimi) album pubblicati in questi decenni. Ci sono i raggi di sole tiepidi e luminosi, ma ci sono ombre e malinconie e pensieri obliqui che da loro non ci aspettavamo più. Non sono, non possono essere le stesse malinconie ed ombre dei vent’anni. Sono riflessioni da cinquantenni, arrivano semplici e dirette come certe conversazioni che partono a volte quando meno te l’aspetti, con qualcuno che non avresti mai pensato, e poi ci ripensi e magari non ti ricordi nemmeno quando e dove e con chi, però le parole sì.

Sono orgoglioso di ascoltarli ancora i Teenage Fanclub, esattamente come sono orgoglioso di aver ascoltato all’epoca molte delle band di C87. Di aver conservato sempre una parte dentro di sè in cui mantenere la fiducia in un pop diverso, in un modo di rappresentare sè stessi, il proprio mondo ed il proprio futuro senza nascondersi dietro maschere, senza paura delle proprie fragilità. Quella generazione ha plasmato la versione migliore di sempre di quel concetto (oggi così sbiadito distorto frainteso) un tempo puro e pieno di ideali: independent music, indie. Ogni canzone di C87 apriva delle possibilità: questa band andrà avanti, farà dischi più belli di questo, può diventare la mia vita? Quando uscì C86, gli Smiths c’erano appena riusciti: The queen is dead era incredibile perché un disco così giusto al posto giusto nel momento giusto non l’avevamo mai avuto. Ci ha illuminato il mondo irradiando tutto intorno tutte quelle nuovissime indie band che volevano significare così tanto. Nel 1987 quel posto giusto e quel momento giusto sembrava poter diventare la normalità; quella scia di band sembrava allungarsi così tanto da non essere più un mondo parallelo per pochi intimi. Poi all’improvviso gli Smiths si sciolsero e tutte quelle piccole band rimasero ferme lì, nel piccolo mondo indie.

Dovevano succedere ancora tante cose, cambiare scenari e protagonisti, gli ’80 diventare ’90 e i ’90 portarci lontano, in mille direzioni diverse… Quelle piccole canzoni non le ricorda più nessuno, quelle possibilità non ci sono più. Ma se le riascolti suonano meglio di 30 anni fa. E’ un segno: il senso di quelle possibilità è ancora qui, ancora dentro la parte buona di noi: eravamo bellissimi, quando eravamo vivi. Abbiamo attraversato la parte più scura della notte. Abbiamo imparato a vivere nel momento. A restare connessi alla vita.

Non ho niente di più da dire: noi siamo ancora qui, i Teenage Fanclub sono ancora qui.

Last man standing/The duets – Jerry Lee Lewis

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Tra i dischi da viaggio di queste vacanze appena finite, mi sono portato uno di quegli sfizi da 5€ con cui si è certi di divertirsi. Posso confermare che quest’album di duetti di Jerry Lee Lewis è particolarmente adatto per lunghe percorrenze in auto: rock’n’roll e roots music ad alta velocità, più la curiosità di indovinare e/o verificare il partner di ogni brano, costituiscono ottimi antidoti alla stanchezza ed al rischio di colpi di sonno. Ma a parte questo genere di fruizione utilitaristica, posso anche confermare che in mezzo a queste ben 21 canzoni ho trovato diverse chicche e parecchi spunti di riflessione.

D’altra parte i duettanti sono una parata di stelle con pochi eguali: Jimmy Page, Bruce Springsteen, tre quarti di Rolling Stones, Neil Young, Robbie Robertson, John Fogerty, Eric Clapton, Rod Stewart, Willie Nelson, Kris Kristofferson… (Non li cito tutti, ma l’unico abbastanza ignoto, al di fuori dell’ambito del Country contemporaneo, è Toby Keith.). E per essere un album così fisiologicamente disomogeneo, è sorprendente l’equilibrio tra gli archetipi rock’n’roll nel più puro Jerry Lee Lewis style e le atmosfere country quasi modernamente Americana. I pezzi migliori sono probabilmente soggettivi: a parte le citazioni d’obbligo per la Pink Cadillac di Bruce o la Travelin’ band di John Fogerty, alcuni mi hanno persino stupito, come il Mick Jagger (con Ron Wood) di Evening gown, che a questo giro batte il favorito Keith Richards, o il Robbie Robertson di Twilight. La partecipazione di Neil Young è blues e stralunata come deve essere, e perfino gli a volte un po’ calligrafici Eric Clapton e Don Henley si sporcano per bene le mani con le tradizioni black e Irish e strappano l’applauso.

E in mezzo a queste belle performance letteralmente senza tempo, fai mente locale e ti accorgi di come il Tempo sia il “terzo ospite” di tutti i pezzi. Controlli l’anno, e realizzi che questo disco, che avresti detto di non più di 5 o 6 anni fa, ha compiuto 10 anni; e per fortuna, in questi 10 anni in cui ne abbiamo già persi così tanti, di questi duettanti così anziani ne sono morti solo 3 (George Jones 3 anni fa, B.B King l’anno scorso e Merle Haggard quest’anno). Fai due conti sulle varie età, e mentre il Killer con gli altri decani Willie Nelson, Little Richard, Kris Kristofferson e Buddy Guy ha superato gli 80, quasi tutti gli altri sono entrati (o stanno per entrare) nei 70, esattamente come era lui, che sembrava così vecchio e così miracolosamente “Ultimo Uomo In Piedi”.

Ed allora questo disco mi dà il pretesto di darmi un’altra volta ragione da solo. Perché il passaggio che è avvenuto nei 10/15 anni tra la generazione di Jerry Lee Lewis e Willie Nelson e quella di Mick Jagger e Bruce Springsteen non fu importante solo negli anni ’60 e ’70, ma è altrettanto importante oggi. Perché con i dischi e i concerti che stanno offrendo in questi anni si sta realizzando una prodigiosa rivoluzione della vecchiaia che, se permettete, mi interessa di più di eventuali ipotetiche rivoluzioni dei giovani di oggi.

Vedere quello che hanno saputo fare dal vivo quest’estate Bruce Springsteen e Neil Young è stato straordinario. Quei concerti non sono, come sostengono i detrattori, una celebrazione del passato. Certo, c’è ovviamente il piacere di confrontarsi con la propria storia, con le proprie storie; ma il dono inestimabile di quelle 3 ore straripanti di energia intensità bellezza è il senso pieno del presente. Se il rock probabilmente non ci darà più una visione del futuro, la sua evoluzione (per chi lo vuole capire, per chi ne vuole godere) è quella di illuminare la verità: il futuro è adesso, these are your important years, your life.

Ci sono due brani, in Last man standing, che sono il vero centro di gravità del disco e sono molto significativi per comprendere la profonda diversità tra i 70 anni di Jerry Lee Lewis e quelli imminenti di Springsteen. Arrivano uno dopo l’altro e parlano, appunto, degli anni che passano. Don’t be ashamed of your age è in coppia con George Jones, (anche se la versione più nota era di Willie Nelson).

Don’t be ashamed of your age.
Don’t let the years get you down.
That old gang you knew
They still think of you
As a rounder in your old hometown.

Don’t mind the grey in your hair.
Just think of all the fun you’ve had
Puttin’ it there.
As for that old book of time
You’ve never skipped a page
So don’t be ashamed of your age, brother.
Don’t be ashamed of your age.

Listen, Mr. Smith, Mr. Brown,
Don’t let your age get you down.

Life ain’t begun
Until you’re 40, son.
That’s when you really start to go to town.

Don’t wish that you were a lad.
Why, boy, you’ve lost more gals
than they’ve ever had
And, listen, you’ve graduated
From that ol’ sucker stage,
So don’t be ashamed of your age, brother.
Don’t be ashamed of your age.

Oltre ad essere una grande canzone Country, centra perfettamente il cuore del problema: invecchiare ha sempre significato vergognarsi rimpiangere frustrarsi deprimersi. La risposta, tradizionale come la musica impastata con queste parole, è reagisci ricorda valorizza la tua esperienza consolati ilmegliodeveancoravenire. Subito dopo, ecco Couple more years: stavolta proprio con Willie Nelson (ma con titolarità di repertorio condivisa con Waylon Jennings, l’altro grande mito del Country scomparso come George Jones e Merle Haggard, nell’album Waylon & Willie del 1978).

I’ve got a couple more years on you baby that’s all
I’ve had more chances to fly and more places to fall
That’s not that I’m wiser it’s just that I’ve spent
More time with my back to the wall.

And I’ve picked up a couple more years on you baby that’s all
I’ve walked a couple more roads than you baby that’s all
And I’m tired of running while you’re only learning to crawl
And you’re going somewhere but I’ve been to somewhere
And found it was nowhere at all.

And I’ve picked up a couple more years on you baby that’s all.
Saying goodbye girl don’t ever come easy at all
But you’ve got to fly cause you’re hearin’ them young eagles call
Someday when you’re older you’ll smile at a man strong and tall
And say I’ve got a couple more years on you baby that’s all.

You’ll say I’ve got a couple more years on you baby that’s all
I’ve had more chances to fly and more places to fall
That’s not that I’m wiser it’s just that I’ve spent
More time with my back to the wall…

E’ un testo ancora più straordinario, in cui questi personaggi, che a fine anni ’70 avevano passato i 40 ed erano già considerati vecchissimi, rivendicavano (e rivendicano) che quel paio di anni in più non solo non sono un problema, ma al contrario sono ciò che li fa essere più avanti. Ed era già un bellissimo modo di crescere, ma non ancora la rivoluzione dell’invecchiare. Perchè quando gli anni in più non sono solo un paio, ma diventano un paio di decenni (o di ventenni), non è più solo una questione di sano disincanto. You’re going somewhere, and I’ve been to somewhere, and found it was nowhere at all” è un verso di assoluta perfezione, ma è solo quel paio di anni più avanti di “Wish I didn’t know now what I didn’t know then” (uno dei più clamorosi e giustamente celebrati versi sulla difficoltà del crescere, da Against the wind di Bob Seger).

Insomma, per farla breve: la differenza tra il prima e il dopo, la rivoluzione del diventare vecchi, la dobbiamo a Bob Dylan. A partire da Time out of mind, nel 1997, il rock ha cominciato ad imparare a vivere un altro tipo di presente; ed oggi, quasi 20 anni dopo, quella generazione ci sta dando continue soddisfazioni, ed è anche per questo che soffriamo così tanto, di una sofferenza iper-socializzata e globalizzata, quando uno di loro muore. Da quel “It’s not dark yet, but it’s getting there” ne abbiamo fatta di strada, ed abbiamo capito che avere perso il futuro ci ha fatto trovare il presente.

30 30 after 86 – The 45 Edition

1986 singles

Visto il piccolo exploit del listone dei 30 album del 1986 (in un solo mese è già il 3° post più cliccato del blog), ho pensato che valesse la pena farne uno anche dei miei 30 singoli di quell’anno mitico.
Con un paio di regole: solo dischi di artisti che non erano già nella prima lista, oppure 45 giri con canzoni inedite sui 33 giri dello stesso anno.
Se già scorrere quegli album uno dopo l’altro accelerava il battito cardiaco, realizzare che nello stesso periodo uscivano anche queste canzoni provoca vertigini e sconvolgimenti esistenziali.
Spero che questa playlist, come sempre personale e parzialissima, possa allietare la vostra estate. E mi scuso se alcuni di questi brani potrebbe averli trasmessi anche il neo direttore di Radio Rai Carlo Conti all’inizio di una carriera che lo ha condotto oggi a sterminare le pochissime trasmissioni decenti rimaste… Sono comunque pochi rispetto alle decine che lui ignorava e per sempre ignorerà, e che noi scoprivamo grazie a quei programmi che rimarranno nella storia della radiofonia italiana: Stereonotte, Stereodrome, Master…

Kiss – Prince
Poguetry in motion – The Pogues
World shut your mouth – Julian Cope
Some Candy talking – The Jesus and Mary Chain
Ballad of the band – Felt
Caravan of love – The Housemartins
Panic – The Smiths
Absolute beginners – David Bowie
Crystal crescent/Velocity girl – Primal Scream
The way it is – Bruce Hornsby and The Range
Hey! Luciani – The Fall
Almost prayed – The Weather Prophets
Have you ever had it blue? – The Style Council
Rise – P.I.L.
Therese – Bodines
Left of center – Suzanne Vega
Tomorrow – Durutti Column
True colors – Cindy Lauper
Don’t let’s start – They Might Be Giants
Boomtown – David & David
Walkin’ with Jesus – Spacemen 3
Walk this way – Run DMC featuring Aerosmith
Against the dollar power – The Gang
Somebody put something in my drink – Ramones
Like an angel – The Mighty Lemon Drops
Word up! – Cameo
Manic monday – Bangles
Always the sun – The Stranglers
Papa don’t preach – Madonna
Running up that hill – Kate Bush

30 30 after 86

1986 (2)

Un’altra di quelle liste necessarie, che ti ossessionano finché non ti metti lì e la butti fuori, in fila per sei e con tanti di quei resti che quasi ti penti di averla fatta…
Questi 30 anni dal 1986 erano troppo tondi per lasciarli passare.
Due giorni dopo la metà esatta di quell’anno, feci l’orale dell’esame di maturità e comprai The Queen is dead.
Uno di quei giorni che dividono l’esistenza in un prima e in un dopo, in mezzo ad un anno straripante di vita e di dischi che l’hanno accompagnata.
Una vacanza-studio a Londra e al ritorno le borse strapiene di LP.
L’inizio dell’università, le prime volte da Buscemi, da Supporti Fonografici…
Tutti gli altri dischi recuperati negli anni a seguire, dopo averli scoperti alla radio e sulle riviste.
Has the world changed, or have I changed?
Tutto è cambiato. Non è cambiato niente.
I’ve got the 21st century breathing down my neck.
E c’è panico nelle strade di Londra, panico nelle strade di Birmingham, I wonder to myself…

The Queen is dead – The Smiths
Lifes rich pageant – R.E.M.
Candy apple grey – Husker Du
Free dirt – Died Pretty
Forever breathes the lonely word – Felt
Talking with the taxman about poetry – Billy Bragg
London 0, Hull 4 – The Housemartins
The big heat – Stan Ridgway
Blood & chocolate – Elvis Costello
Manic pop thrill – That Petrol Emotion
Graceland – Paul Simon
Skylarking – XTC
Neither Washington nor Moscow… – Redskins
The blind leading the naked – Violent Femmes
Kicking against the pricks – Nick Cave & The Bad Seeds
Contenders – Easterhouse
Gone to Earth – David Sylvian
No guru, no method, no teacher – Van Morrison
Lives in the balance – Jackson Browne
So – Peter Gabriel
Giant – The Woodentops
Live 1975-85 – Bruce Springsteen & The E Street Band
Born sandy devotional – The Triffids
Infected – The The
Liberty Belle and The Black Diamond Express – The Go Betweens
Element of light – Robyn Hitchcock and The Egyptian
Heyday – The Church
King of America – Elvis Costello
Guitar Town – Steve Earle
Stutter – James