50 Discographies at 50 – BILLY BRAGG (5/50)

Life’s A Riot With Spy Vs Spy (1983)
Brewing Up With Billy Bragg (1984)
Talking With The Taxman About Poetry (1986)
Workers Playtime (1988)
Don’t Try This At Home (1991)
William Bloke (1996)
Mermaid Avenue (1998) – with Wilco  |  The Complete Sessions (2012)
England, Half-English (2002) – with The Blokes
Mr. Love & Justice (2008)
Tooth & Nail (2013)
Live At The Union Chapel, London (2014)
Shine A Light (2016) – with Joe Henry

Quali dischi hai comprato la prima volta che sei andato a Londra?

Io ho portato a casa il primo album di Billy Bragg.
Era il giugno dell’85, 18 anni appena compiuti; nella mazzetta di Lp c’era anche il 45 giri di William it was really nothing (con sul retro Please, please, please… preso a 1£ in uno di quei negozietti di quartiere che allora a Londra si trovavano dappertutto). L’anno dopo Talking With The Taxman About Poetry uscì in autunno, quando da Londra ero già tornato dopo il soggiorno più lungo (3 settimane, tra la maturità e l’inizio dell’università): quel vinile bianco preso da Buscemi mi faceva sentire inglese anche in camera mia. La cassetta registrata alla radio, con Billy ospite di Rupert e Pistolini a Stereodrome e poco dopo Workers playtime, nel negozietto di Marco in via Magenta (quando anche a Lodi c’erano un sacco di negozi di dischi), con il cello di Julia Palmer, che poi conobbi un bellissimo weekend di settembre ’91 quando venne nella nostra cittadina di provincia con Roddy e i dimenticatissimi Mirò: sabato sera alla festa dell’Unità al Capanno, la domenica mattina in piazza Broletto con le campane del Duomo che non si sentiva niente. Intanto Billy aveva fatto amicizia coi R.E.M., e anche noi eravamo diventati sempre più americani: Don’t Try This At Home fu il primo che presi in CD, non ricordo nemmeno dove… What do they know of England who only England know? Passarono 5 lunghissimi anni e finalmente tornai a Londra; e a Reading lo ritrovai, il vecchio Billy, che dopo le bastonate prese con il Red Wedge continuava a crederci veramente… I’m going upfield, il Labour andò al governo, ma fu proprio lì che la nostra generazione iniziò a perdersi. Negli ultimi 20 anni Billy è rimasto uno dei pochissimi baluardi contro il cinismo. Tra le stelle della California e le canzoni della Grande Ferrovia Americana, con lui sai che puoi sempre fare un passo indietro per guardare il mondo e la tua vita da un’altra parte. Quella giusta. 18 anni dopo l’ho ritrovato a Milano, in un prezioso concerto al Teatro Dal Verme, raccontato benissimo qui da Luciano Re. Tra pochi giorni tornerà al Carroponte di Sesto San Giovanni, proprio come dentro quella vecchia canzone dei Gang: questo post è dedicato a Luciano, che non potrà più raccontarcelo, ma che sarà lì con noi, tra le stelle della Lombardia e le Ferrovie Nord.

50 Discographies at 50 – DAVID BOWIE (4/50)

Space Oddity (1969)
Hunky Dory (1971)
The Rise and Fall of Ziggy Stardust and The Spiders from Mars (1972)
Aladdin Sane (1973)
Diamond Dogs (1974)
David Live (1974)
Young Americans (1975)
Station To Station (1976)
Low (1977)
“Heroes” (1977)
Lodger (1979)
Scary Monsters (1980)
Let’s Dance (1983)
Outside (1995)
The Next Day (2013)
Black Star (2016)

Non c’è Under Pressure, per esempio. A me piace tantissimo Under Pressure, nonostante i Queen. Una che prima non mi piaceva e che adesso mi sembra bellissima è This is not America, che manca anche lei. Una che invece mi è sempre piaciuta fino a un certo punto è The Man Who Sold The World: infatti l’album omonimo è l’unico degli anni ’70 che non ho. Forse dovrei mettermi a studiare, tra le tante raccolte, per vedere se ce n’è una con i pezzi sparsi che mi mancano.

Con Bowie sono sempre stato troppo selettivo, con una parzialità da non fan. Proprio per questo, però, sfido chiunque a provare a mettere insieme una discografia più perfetta della mia. Per me questa è veramente scolpita nel marmo. Poi però mi impegno solennemente, da qui alla vecchiaia, a trovare spazio anche per tutto il The Rest of Bowie che è rimasto fuori. Come Dylan, come pochissimi altri, Bowie sarà per sempre un artista da studiare ed analizzare in ogni minimo dettaglio, al di là delle preferenze e dei gusti musicali.

Un’altra che mi piaceva moltissimo era Absolute Beginners: ho anche il vinile della colonna sonora del film (che nonostante tutto aveva un elevato tasso di Bowiesmo). E’ proprio questo ciò che l’opera di David Bowie può continuare ad insegnarmi a 50 anni: essere sempre un principiante assoluto e non avere paura di esserlo. Come raccontava splendidamente Mister Fantasy Carlo Massarini nel primo anniversario della sua morte: in una storica intervista per Popster di 40 anni fa (in occasione dell’uscita di “Heroes”), Bowie spiegò la sua continua evoluzione musicale con una battuta illuminante: “Se funziona, gettala via!”. Saper cambiare sempre quando le cose vanno bene, prima che inizi il declino, cercare sempre qualcos’altro da far funzionare. Forse la lezione migliore per non invecchiare, e non solo nella storia del rock. Soprattutto perchè applicata fino in fondo, letteralmente fino all’ultimo giorno della vita.

50 Discographies at 50 – THE BLACK CROWES (3/50)

Shake Your Money Maker (1990)
The Southern Harmony and Musical Companion (1992)
Amorica (1994)
Three Snakes and One Charm (1996)
By Your Side (1999)
Live at The Greek (2000) – with Jimmy Page
Lions (2001)
Live (2002)
Freak’n’Roll… Into The Fog (2006) – Live
The Lost Crowes (2006) – Compilation
Warpaint (2008)
Warpaint Live (2009)
Before The Frost… Until The Freeze (2009)
Croweology (2010)

Quando finalmente sono andato a vederli dal vivo (nel 2013, proprio in questi stessi giorni di luglio) non potevo sapere che non ci sarebbero state più altre possibilità. Mi godevo un Chris Robinson presobenissimo, dinoccolato e laid back, e tutta l’armonia southern che copiosa e refrigerante ci abbracciava dal palco dell’Alcatraz… e chissà, forse tra i fratelli Chris e Rich l’armonia stava già finendo. In questa mia discografia poco parziale/quasi completa, su 14 album ci sono 4 live: raramente per una band è stato così importante documentare la propria identità nella dimensione del concerto.

Tanto è stata solida, importante e rassicurante la loro presenza per 25 anni, tanto oggi si sente il vuoto che hanno lasciato. Ennesimo caso in cui l’aver guadagnato 2 ottime band (Chris Robinson Brotherhood e Magpie Salute) non compensa nemmeno lontanamente l’aver perso una grandissima band. Sono passati solo un paio d’anni e mezzo, eppure la loro discografia sembra aver acquistato ancora più valore. Ho tenuto dentro anche Lions, che oggettivamente risulta piatto e sfocato rispetto agli altri; ma adesso anche un Black Crowes minore appare troppo prezioso per rinunciarvi.

E poi per me sono comunque dischi ascoltati ancora troppo poco: presi quasi tutti tra 5 e 10 anni fa, non li ho ancora sciupati e so che hanno ancora tante soddisfazioni da darmi. Come continuerà a darmene quello che recentemente ho celebrato tra i 25 25 after 92. The Southern Harmony and Musical Companion ce l’ho da allora, nello splendore un po’ consumato della limited edition in sontuoso cartonato, perla rara in quell’epoca di massima standardizzazione del jewel box.

50 Discographies at 50 – AFTERHOURS (2/50)

Pop Kills Your Soul (1993)
Germi (1995)
Hai Paura Del Buio? (1997)
Non è Per Sempre (1999)
Siam Tre Piccoli Porcellin (2001) – Live
Quello Che Non C’è (2002)
Ballate Per Piccole Iene (2005)
Ballads For Little Hyenas (2006)
I Milanesi Ammazzano Il Sabato (2008)
Padania (2012)
Folfiri o Folfox (2016)

Poco tempo fa ho trovato uno di quei CD relativamente recenti ma diventati subito abbastanza rari: la raccolta Blues get off my shoulder dei Carnival Of Fools. Riascoltare quelle canzoni (da tantissimi anni sepolte tra le centinaia di cassette stipate dentro varie scatole giù in garage) è stato un flash di quelli potenti: mi sono riproiettato in quella stagione in cui le band italiane erano roba per pochi intimi e indie era una parola gergale straniera proveniente da UK e USA. Nel famoso 1992, 25 anni fa, Religious folk batteva nettamente Cocaine head degli Afterhours, e non solo perchè quest’ultimo era solo un mini-album (chissà se ha già una valutazione da collezione, adesso, l’advance cassette della Vox Pop che Mario mi cedette quando gli passarono il vinile…).

Nel 1993 Pop kills your soul fu un salto di qualità impressionante e stava testa a testa con Towards the lighted town; ma io avrei puntato ancora sui Carnival. Entrambe le band vennero per la prima volta a Radio Lodi: i Carnival da me a Taxi Driver e gli After a Eclettica da Giulio Caperdoni (ospitandoci a vicenda). Tra le domande sempre, inevitabile: e se provaste a cantare in italiano? Quasi scusandosi, Manuel Agnelli raccontava dell’esperimento con Mio fratello è figlio unico. Ok, figo Rino Gaetano, però… Però la prima volta che la sentii, al termine di un double bill con gli Africa Unite al City Square, non sembrava la fine di un concerto: era come se ne iniziasse un altro. All’inizio del ’95 ricordo la copertina di Rumore con i La Crus e i Massimo Volume, le nostre band, la nostra musica, in italiano: fu il segnale che stavolta poteva succedere qualcosa. Almeno per Mauro Ermanno “Joe” Giovanardi ed Emidio Clementi.

Poi uscì Germi.
Trasmettevo tutti i pomeriggi e nel giro di pochi giorni vennero sia Joe che Manuel (con Giorgio Prette). Il giorno di Joe era il mio compleanno e lui mi fece un augurio interrogativo sul libretto del CD. Il mio primo local hero era ancora lui; a Manuel feci autografare solo il CD della radio (chissà che fine avrà fatto…). Eppure giorno dopo giorno gli Afterhours guadagnavano spazio nelle scalette (non solo le mie): Ossigeno, Dentro Marylin, Pop, Mio fratello…

Insomma, furono anni bellissimi, in cui in mezzo a quelle decine, centinaia di dischi formidabili dell’ultimo grande decennio del rock, ci stavano bene anche queste piccole grandi band così legate al nostro piccolo grande pubblico. Fino a quella sera da Psycho: qualcuno chiede di sentire il nuovo degli Afterhours uscito da pochi giorni. Parte 1.9.9.6. e penso subito che siamo in un’altra categoria, quella dove giocano Smashing Pumpkins, Oasis e tutta l’aristocrazia degli anni 90. Sento i commenti su Hai paura del buio? di Stiv Livraghi con i clienti, tra il sarcastico e lo scandalizzato per quell’essere così sfacciatamente rock’n’roll star, il sentirsi traditi per non far più parte della stessa squadra, quella dei Tupelo e di tutti gli oscurissimi beautiful losers della nostra generazione. Vennero ancora a Radio Lodi Manuel e Giorgio, stavolta ospiti di Mario Gazzola a Viaggio al termine della notte con me alla regia: ultracarichi, stilosissimi, lanciati in orbita. Stavano diventando troppo grandi per venire da noi. E noi stavamo diventando troppo grandi per stare alla radio…

Ma la rivelazione importante non fu quella che erano loro i veri predestinati a dominare il nostro rock. Dopo l’esaltazione per tutta quella roba in un disco solo, scoprimmo che c’erano dentro soprattutto le nostre parole perfette. La pelle splendida, il mondo di tasse, la neve al centro dell’inferno, l’errore più geniale, gli architetti, lo scorpione, l’adrenalina, le scatarrate… E così per tutti questi anni, album dopo album. Non so se esiste una band, una discografia tra queste 50, che ho capito perfettamente come gli Afterhours. Io proprio non li capisco, quelli che non capiscono gli Afterhours.

Quando ho scoperto, già dopo un po’ di anni in Confcommercio, che Italo e Brunella erano il padre e la sorella di Manuel, la prima reazione è stata di sorpresa. Poi ho capito ancora meglio. L’alternativo è il tuo papà. Tutta una vita spesa da imprenditore del rock’n’roll. Fondare una band, campare di musica, pagarsi il prossimo disco, produrre altri artisti, organizzare festival, inventarsi spazi e pubblico per una scena intera. E alla fine sacrificare 30 anni di reputazione per diventare un personaggio televisivo.
A 50 anni si può fare, perchè a 50 anni si può fare tutto.
E quando uscirà, il prossimo disco degli Afterhours sarà ancora una volta bellissimo.
Adesso mi dispiace non aver conosciuto meglio Italo; ma sono contento di aver conosciuto Manuel tanti anni fa ed oggi di lavorare con Brunella nella stessa grande organizzazione: persone per cui Lavoro e Rock’n’roll sono parole perfettamente vicine, parole da vivere con passione, energia, generosità, voglia di futuro.

50 Discographies at 50 – RYAN ADAMS (1/50)

Faithless Street (1995) – Whiskeytown
Strangers Almanac (1997) – Whiskeytown  |  Deluxe Edition (2008)
Heartbreaker (2000)  |  Deluxe Edition (2016)
Pneumonia (2001) – Whiskeytown
Gold (2001)
Demolition (2002)
Rock’n’Roll (2003)
Love Is Hell (2003)
Cold Roses (2005) – with The Cardinals
Jacksonville City Nights (2005) – with The Cardinals
29 (2005)
Easy Tiger (2007)
Cardinology (2008) – with The Cardinals
Ashes & Fire (2011)
Ryan Adams (2014)
Live at Carnegie Hall (2015)
1989 (2015)
Prisoner (2017)

Noi fan di Ryan Adams sappiamo aspettare.
Sappiamo che lui torna sempre, anche quando lascia passare qualche anno tra un disco e l’altro. Anche quando segue qualcuna delle sue chimere, o semplicemente fa un giro a vuoto. Perchè se così non fosse, non sarebbe umano, con una produzione così fitta, strabordante nei periodi di maggior intensità.
E poi sappiamo aspettare voi.
Uno dopo l’altro arriverete tutti. O tornerete a riscoprire album che avevate ignorato, trascurato, dimenticato. Arriverà il giorno in cui Ryan, in prospettiva, occuperà un posto molto vicino ai grandissimi della canzone rock. E non saremo solo noi a saperlo, ma la maggior parte di voi, che questi dischi li amerete tutti, prima o poi.

50 Discographies at 50 (parziali, personali, perfette)

Non potevo compiere 50 anni facendo finta di niente. Molti ci riescono, ad alcuni addirittura non fa né caldo né freddo. Io nemmeno ci provo. Ho cominciato a sentire la vertigine dei passaggi di decennio prima a 30 anni, poi a 40 e adesso di più, sempre più forte.

Mi sono preparato in tanti modi; non ero ancora pronto, e non lo sarò mai, e intanto i 50 anni sono arrivati, prima per il Sgt. Pepper e cinque giorni dopo per me. Non sono pronto, ma mi devo abituare. Ci sono molti modi, e forse il più bello, il più efficace e il più divertente è quello di guardare le cose da fuori, dall’alto. Pensare in avanti come se fosse il futuro e voltarsi di scatto per vedere come siamo. Mi presentarono i miei 50 anni, eccetera.

Così eccola, la nuova follia da infilare in questo blog.
Intanto che la collezione continua, intanto che compro ed ascolto più dischi ora di quando ne scoprivo uno nuovo ogni giorno, provo a fermare tutto e a definire il mio canone.

50 discografie per 50 anni.
Non ci sta dentro tutto, ma ci sta comunque tanta, tantissima roba. Praticamente una vita intera.
Con tutte le cose che decidi di tenere e anche quelle che scegli di lasciare fuori.
Autoreferenziali al 100%, come ogni singolo pixel di questo blog.
Si comincia domani con la prima discografia. Forse.
Poi si prosegue con le altre, a cadenza rigorosamente irregolare.
Unica certezza: ordine alfabetico.

50 discografie parziali: perchè non sono complete, perchè quello che entra dentro e quello che sta fuori sono spesso frutto di passioni, fissazioni, faziosità.
50 discografie personali: gli artisti che ho scelto io, i miei album (ce li ho tutti, in una scatola o su uno scaffale), la mia storia.
50 discografie perfette: perchè quelle vere, quelle ufficiali, quelle complete, a chi interessano? A chi piacciono veramente? La vita non è perfetta, a 50 anni lo si è capito benissimo. Ci sono i dischi brutti, quelli che non avrai mai, quelli che hai dimenticato. Ci sono artisti che probabilmente non ascolterai mai. La vita non può essere perfetta, ma i nostri dischi sì: sono i nostri momenti perfetti, sono la parte buona che abbiamo avuto e che custodiamo per sempre. Sono la parte di noi che resterà dopo di noi.
Davvero: ci ho pensato e ripensato, e non c’è un modo più perfetto per presentarvi i miei 50 anni.

25 25 after 92

Non è l’anno dell’ultima rivoluzione musicale (quello era il 1991). Però il 1992, in particolare in Italia, è stato forse il più vicino all’idea di Rivoluzione per la nostra generazione lontana dal ’68 e dal ’77. Per l’ultima volta si è potuto pensare ad un cambiamento, per l’ultima volta ho cercato risposte nella politica. E intanto la musica era esplosa, era enorme, era dappertutto.

In una sera di maggio come queste, anch’io cominciai a fare radio, grazie a Cipo e Paolo. Psychocandy era lo spazio che inventammo a Radio Lodi. Ecco il punto: nel 1992 si sono aperti degli spazi, era possibile pensare a dei progetti, credere che si poteva fare. Quella musica ti faceva andare dove volevi, ti sfidava ogni giorno ad essere parte di un cambiamento.
Mi spiace per chi non l’ha visto e per chi non c’era.
Saranno le sere di maggio; sarà che anche Totti si ritira; sarà Chris Cornell che ha deciso di andarsene in quel modo: io a questa musica e a questi anni sarò sempre riconoscente.

Nel 1992 nacque anche Rumore, che divenne subito la mia rivista per tutti gli anni 90. Per questo nel listone non c’è Willy DeVille (che avevo ripescato in un post di qualche anno fa) e tanti altri che all’epoca erano lontani dai miei percorsi. Però Springsteen c’è (dei due album gemelli dimenticati dalla Storia, Lucky town mi piaceva allora e mi piace anche adesso).
Questi 25 potrebbero essere una playlist di quel primo anno di Psychocandy (per chi l’ha sentito e per chi non c’era).

Seven – James
Magic and loss – Lou Reed
Dry – PJ Harvey
Let me come over – Buffalo Tom
Slanted and enchanted – Pavement
Congregation – Afghan Whigs
Honey’s dead – The Jesus and Mary Chain
Nonsuch – XTC
Henry’s dream – Nick Cave and The Bad Seeds
The Southern Harmony and Musical Companion – The Black Crowes
Going blank again – Ride
Italyan, Rum Casusu Cikti – Elio e Le Storie Tese
Lucky Town – Bruce Springsteen
Your Arsenal – Morrissey
It’s a shame about Ray – The Lemonheads
Hit to death in the future head – The Flaming Lips
Sweet oblivion – Screaming Trees
Hollywood Town Hall – The Jayhawks
Homebrew – Neneh Cherry
Bone machine – Tom Waits
Dirty – Sonic Youth
Jehovakill – Julian Cope
Copper blue – Sugar
Automatic for the people – R.E.M.
Paul Weller – Paul Weller