Grant Hart (1982-2017)

1986 – Quel nome strano letto sulle riviste si rivela dalle onde radio: Don’t want to know if you are lonely a Stereodrome e Sorry somehow su una radio di Pavia.

1987 – Il pomeriggio che ho portato a casa Warehouse: Songs and stories. Come ero quando ho calato la puntina ed è partita These important years. Come ero diventato quando è finita You can live at home.

1989 – La distanza incolmabile tra Workbook e Intolerance. Riuscire ad abituarsi a tutto quel buio, poi aprire quelle big windows to let in the sun.

1990 – L’effimero boom dei negozi di noleggio CD, molti anni prima dei download delle discografie complete: una dopo l’altra le cassette forse più preziose in assoluto, quelle con Candy apple grey, Flip your wig, Zen Arcade e New day rising (ancora oggi questo è il buco più doloroso nella collezione di CD).

1991 – Un anno così pazzesco da poter fare a meno del nuovo disco di Grant Hart coi Nova Mob; trovare la cassetta sul catalogo Top Ten a 2.900 Lire e dimenticarsela subito.

1994 – Shoot your way to freedom ascoltata nel negozietto di Via Magenta a Lodi e sparata in heavy rotation nelle notti di Taxi Driver e in quelle sulla branda della Casa Famiglia S.Giacomo a Crema nell’anno di servizio civile.

1995 – Ecce Homo: uno dei live più belli, dolorosi e dimenticati della storia.

1997 – Alla radio scambio alla pari con Fabio Ravera il CD delle 4 Non Blondes con quello di Everything falls apart and more: si riempie un altro buco della discografia Husker Du.

1999 – Pochi ascolti frettolosi per Good news for modern man: eravamo abituati troppo bene alle buone notizie degli anni 80 e 90 e non sapevamo che stavano per finire per sempre.

2009 – A quel punto era già bello sapere che Grant era ancora vivo: poi Hot wax aveva anche dei bei momenti, ma in realtà non avevo più niente da chiedergli.

2013 – Forse da oggi ascolteremo The argument con ancora più attenzione e profondità e comprenderemo meglio quanto sia stato prezioso l’ultimo momento di grazia di questo grandissimo talento perso e ritrovato.

2016 – Alla fiera di Novegro scopro Oeuvrevue: anche una discografia così scarna può svelare perle sepolte chissà dove, chissà perché.

Più avanti arriverà anche tutta la Discography at 50 con gli Husker Du, Bob Mould e perfino un cofanetto nuovo con 47 canzoni inedite… Ma stanotte avevo da buttare fuori almeno questo, dopo tutta una giornata in apnea a pensare a Grant Hart che non c’è più e a ricordare tutte le cose che tu ed io siamo diventati.

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50 Discographies at 50 – ELVIS COSTELLO (10/50)

My Aim Is True (1977)
This Year’s Model (1978)
Live At The El Mocambo (1978)
Armed Forces (1979)
Get Happy!! (1980)
Trust (1981)
Almost Blue (1981)
Imperial Bedroom (1982)
Punch The Clock (1983)
Goodbye Cruel World (1984)
King Of America (1986)
Blood & Chocolate (1986)
Spike (1989)
Mighty Like A Rose (1991)
The Juliet Letters (1993) – with The Brodsky Quartet
Brutal Youth (1994)
Painted From Memory (1998) – with Burt Bacharach
When I Was Cruel (2002)
The Delivery Man (2004)
Momofuku (2008)
The Return Of The Spectacular Spinning Songbook (2012) – Live

Costello sembra averli da sempre 50 anni.
Da ventenne si travestiva da adulto senza età.
Lo ricordo poco più che trentenne sulla copertina di un Fare Musica, periodo King Of America: un personaggio ultraclassico, con una discografia già lunghissima per me ancora quasi tutta da scalare.
L’unica volta che l’ho visto dal vivo, quasi quarantenne, era in doppiopetto sul palco con i violinisti del Brodsky Quartet.
E quando ai 50 ci è arrivato veramente, è diventato ancora più eclettico e inclassificabile, forse anche troppo.

Per cui è probabile che adesso stia iniziando il sorpasso, e che tra non molto sarò io più vecchio di Elvis. Lui sempre cinquantenne, ed io sempre meno giovane. Quando sarò pronto, quando sarò più maturo, recupererò anche gli altri: quelli country e quelli hip-hop, quello blues con Allen Toussaint e quello con la mezzo-soprano svedese, quelli tutti orchestrali e quelli solo piano e voce, quelli tutti di cover e quelli con le sue canzoni regalate ad altri. Per adesso gli album che mi porto dietro sono tutti quelli fino a metà anni 90, più una manciata selezionata dagli ultimi 20 anni. Li ho ascoltati ancora troppo poco e so che saranno ancora più preziosi nei prossimi 50 anni.

All grown up
And you don’t care anymore
And you hate all the people that you used to adore
And you despise all the rumors and lies of the life you led before
But look at yourself
You’ll see you’re still so young
You haven’t earned the weariness
That sounds so jaded on your tongue

Canzoni che sono ricordi di giorni che non sai se hai già vissuto o devi ancora vivere. Dischi che saranno classici sempre solo per pochi, ma lo saranno sempre. Ti guardi in giacca e cravatta e non è più un problema, ormai da tantissimo tempo. Un po’ come se l’avessi sempre indossata, un po’ come quelli che a 20 anni ci suonavano il rock’n’roll.

50 Discographies at 50 – THE CLASH (9/50)

The Clash (1977)
Give ‘em Enough Rope (1978)
London Calling (1979)
Sandinista! (1980)
Combat Rock (1982)
The Singles (1991)
Super Black Market Clash (1993)
From Here To Eternity: Live (1999)
Live At Shea Stadium (2008)

Aveva 50 anni Joe Strummer, quando è morto.
A volte penso che sarebbe stato bello vedere invecchiare uno come lui. In anni come questi, chissà come sarebbe stato avere avuto ancora i Clash. Vederli andare in giro dal vivo, come i Rolling Stones, come gli U2… magari con un album nuovo ogni 6 o 7 anni. Cosa direbbero, come suonerebbero, come li ascolteremmo?

Ma quello che penso veramente è che va bene così.
Che i dischi siano questi e solo questi (non si offende nessuno per l’assenza di Cut The Crap, vero?); che The Story Of The Clash sia durata solo 6 anni; perfino che il destino del povero Joe sia stato di non invecchiare mai. Non c’è una foto dei Clash in cui non siano fighissimi. Non c’è una foto di Joe in cui non sia intenso, interessante, autentico.

Non so se esiste un album perfetto, ma se dovessi sceglierne uno sarebbe London Calling.
Niente da aggiungere e niente da togliere. Tutto il rock che c’era, che c’è e che potrebbe esserci. È questa la cosa pazzesca dei Clash: prima di London Calling spazzano via tutto con il punk; dopo London Calling si proiettano nel futuro con Sandinista!; poi Combat Rock, poi non era proprio più possibile fare nulla… Perfetta anche la collocazione temporale di London Calling: dicembre 1979, l’ultimo album degli anni 70 e il primo degli anni 80.

E poi, quella copertina…
Purtroppo i Clash li ho vissuti in extremis, praticamente in semi-differita. Anche London Calling l’ho avuto prima in cassetta e poi in CD; per cui credo proprio che questi 50 anni siano il momento giusto per auto-regalarmi finalmente anche una copia in vinile.

P.S.
Giuro che non l’ho fatto apposta, l’ho scoperto solo oggi su Facebook: la data di pubblicazione di questa Discography (21 agosto) coincide con il compleanno di Joe Strummer.

50 Discographies at 50 – NICK CAVE (8/50)

The Firstborn Is Dead (1985)
Kicking Against The Pricks (1986)
Your Funeral… My Trial (1986)
Tender Prey (1988)
The Good Son (1990)
Henry’s Dream (1992)
Live Seeds (1993)
Let Love In (1994)
Murder Ballads (1996)
The Boatman’s Call (1997)
No More Shall We Part (2001)
Nocturama (2003)
Abbattoir Blues / The Lyre Of Orpheus (2004)
B-Sides & Rarities (2005)
Grinderman (2007)
Dig, Lazarus, Dig!!! (2008)
Grinderman 2 (2010)
Push The Sky Away (2013)
Live From KCRW (2013)
Skeleton Tree (2016)

Per l’occasione ci ho riprovato. Ma niente: con Nick Cave non riesco a cominciare dall’inizio. Per me, niente From Her To Eternity (i Birthday Party, magari ci riprovo tra un altro po’…). Cioè, la canzone sì, mi è sempre piaciuta, soprattutto quando la faceva dal vivo. Ma il resto del disco no, con tutti quei pezzi di Nick Cave e di Bad Seeds ancora tutti per aria…

Il mio primo approccio fu con Kicking Against The Pricks: fu lì che cominciai a capire, con fatica, quel modo di possedere una canzone. Poi andando indietro anche The Firstborn Is Dead e il mio inizio vero, Tupelo. Dopo, tra entusiasmi totali e momenti di distacco, non ho smesso mai. Dopo, anche quando all’inizio non capivo, presto o tardi ci siamo ritrovati. Per esempio, The Boatman’s Call. Quando uscì, io, Mario e Anselmo lo rigettammo all’unanimità, come raramente ci capitava. Il tarlo del dubbio me lo insinuò Luca: una sera alla radio organizzammo un Best Of ’97 a più voci. Io ero tutto un Chemical Brothers, Portishead e vita spericolata tra indie-rock e jungle; Luca invece, una decina di anni meno di noi, amava quelle ballate così immobili, quasi indistinguibili, e non capivamo perchè. Circa 15 anni dopo ci sono arrivato anch’io (Mario è sempre irriducibile… ma ormai è irreversibilmente post-humano e metallaro; Anselmo non avrebbe mai cambiato idea e si gode un everlasting great Bjork gig in the Sky).

Dopo tutti quegli anni di ascolti brucianti ed intensi, il rapporto con la sua musica continuò in modo più distaccato. I dischi mi sono piaciuti tutti, alcuni anche parecchio, ma senza più veri capolavori, senza più la voglia di entrarci dentro anche fisicamente. Però adesso che sono arrivato a questa soglia dei 50, mi scopro addosso una voglia di Nick Cave come non sentivo da tantissimo tempo. Il destino mi ha fatto trovare pochi giorni fa al Libraccio bello cellophanato il Live From KCRW, pubblicato dopo il tour di Push The Sky Away, a soli 5€. Allora per bilanciare, ho deciso che era arrivato il momento di recuperare anche il Live Seeds del ’93, stupidamente ignorato per quasi 25 anni. STUPIDAMENTE. Tra il ’92 e il ’98 credo di aver visto Nick Cave più o meno una volta all’anno. Per cui il ragionamento era stato: che bisogno abbiamo di un documento così parziale e inadeguato, se abbiamo a disposizione The Real Thing?

Live Seeds mi ha ricordato cosa sono stati Nick Cave e quei Bad Seeds, lo sconvolgimento di vederli da vicino in un posto perfetto come il Rolling Stone: probabilmente lo penso solo io, ma credo che avessero la stessa trascendente compattezza ed unità tra artista, band e pubblico (con una musica profondamente diversa) dei concerti di Springsteen con la E Street Band fino all’80-81. E come è successo anche nel corso di una vita con Springsteen, a un certo punto tutto quel ben di Dio può diventare “normale” e semplicemente si passa ad altro, per fortuna. Poi però si torna, ed è sempre meraviglioso. Forse tornerò presto a vedere dal vivo Nick Cave. I Bad Seeds di adesso sono tutta un’altra cosa, ma anche il Live From KCRW mi ha fatto capire che in quella calma solennità che domina il loro suono c’è lo stesso controllo febbrile del leader, soprattutto c’è una vita intera che ha bisogno di spazi più dilatati per poterla contenere, pur sapendo benissimo che tanto è incontenibile e prima o poi esplode fuori con un urlo, una canzone o un album intero. E infatti c’è un’altra cosa di cui sono convinto (e forse non sono il solo): che dopo aver vissuto in questi ultimi 20 anni lo spettacolo nuovo e bellissimo di Dylan che diventava vecchio, nei prossimi 20 sarà imperdibile scoprire come saprà farlo proprio lui, Nick Cave.

50 Discographies at 50 – THE BYRDS (7/50)

Mr. Tambourine Man (1965)
Turn! Turn! Turn! (1965)
Fifth Dimension (1966)
Younger Than Yesterday (1967)
The Notorious Byrd Brothers (1968)
Sweetheart Of The Rodeo (1968)
Ballad Of Easy Rider (1969)
(Untitled) (1970)
White Light (1971) – Gene Clark
GP (1973) – Gram Parsons
Roadmaster (1973) – Gene Clark
Grievous Angel (1974) – Gram Parsons
No Other (1974) – Gene Clark
Peace On You (1974) – Roger McGuinn
Cardiff Rose (1976) – Roger McGuinn
Live At The Fillmore – February 1969 (2000)

Io me li ricordo, i Byrds negli anni ’80. Non c’erano, ma erano fortissimi, forse più che negli anni ’60. In fondo sono loro, più di tutti, che ci hanno fatto uscire vivi. Adesso mi sento in pace con quasi tutto quello che ci ha dato il decennio della mia adolescenza e prima giovinezza (perfino con le peggio nefandezze); ma per me la salvezza è arrivata quando alla fine del 1983 ho cominciato a comprare le riviste musicali e a leggere le recensioni di gruppi che era difficile sentire alla radio, ma in cui il riferimento era sempre lo stesso: Byrds, qualche volta anche Velvet Underground.

Le chitarre.
In mezzo a tutte quelle tastiere, tastierine, tastierone (e drum machine, sequencer, disco mix e remix), arrivarono tutti insieme i gruppi con le chitarre, spesso esattamente quelle chitarre lì. Johnny Marr da una parte e Peter Buck dall’altra, in mezzo centinaia di band che ci ricordiamo in quattro gatti sparsi per il mondo, ma non ce le scordiamo, non le vogliamo dimenticare. Anche perchè ci sono storie così belle e importanti che le hanno ripercorse molti anche dopo di noi. Il Paisley Underground di Long Ryders e Rain Parade, l’Australia che annullava le distanze con i Church e gli Hoodoo Gurus, perfino la Nuova Zelanda con i Chills e il culto di Dunedin… Passioni fortissime, che attraverso i decenni continuano a far risuonare le chitarre come quelle dei Byrds di 50 anni fa.

Poi ci sono i Byrds degli anni ’90 e quelli di questo millennio. I Teenage Fanclub che ci fecero scoprire la grandezza di Gene Clark, quegli album dimenticati che oggi sono tornati in circolazione ed hanno finalmente ottenuto i riconoscimenti che meritano. E poi, a cavallo del 2000, la vecchia nuova passione per l’Americana (grazie soprattutto ad Uncut) e Gram Parsons prima, sopra e davanti a chiunque.

Il mosaico di questa discografia è oggettivamente uno dei più pazzeschi, anche perché nemmeno i Beatles hanno avuto 4 solisti così (e non penso sia ‘sto gran spoiler notare che se i dischi di David Crosby non sono qui non è certo perché non mi piacciono…). Così che quasi splendono un po’ meno gli album di Roger McGuinn, quello che aveva sempre tirato la carretta, dall’inizio alla fine… Se c’è un concerto che vorrei rivivere, per gustarmelo ancora più di quanto non abbia fatto all’epoca, è l’incredibile tour di Bob Dylan + Tom Petty & The Heartbreakers + Roger McGuinn (Arena di Milano, settembre 1987). 30 anni fa esatti, Dylan aveva 46 anni, McGuinn 45 e mi sembravano già troppo vecchi, io ne avevo 20 e non avevo ancora capito niente.

50 Discographies at 50 – JACKSON BROWNE (6/50)

Jackson Browne (1972)
For Everyman (1973)
Late For The Sky (1974)
The Pretender (1976)
Running On Empty (1977)
No Nukes (1979) – Various Artists – Live
Hold Out (1980)
Lawyers In Love (1983)
Lives In The Balance (1986)
World In Motion (1989)
I’m Alive (1993)
Looking East (1996)
The Next Voice You Hear: The Best Of Jackson Browne (1997)
The Naked Ride Home (2002)
Solo Acoustic – Vol.1 (2005) – Live
Solo Acoustic – Vol.2 (2008) – Live
Time The Conqueror (2008)
Love Is Strange (2010) – with David Lindley – Live
Looking into you: A Tribute To Jackson Browne (2014) – Various Artists
Standing In The Breach (2014)

Qui c’è dentro proprio tutto. Ci ho messo anche No Nukes, perché era la prima volta; ma non fu una prima volta come le altre, furono tantissime prime volte. Negli ultimi anni lo hanno passato diverse volte su Rai 5, a notte fonda: mi sono sempre fermato a rivederlo, tutto intero o almeno qualche minuto. Jackson, Bruce, James, Crosbystillsandnash… Ma soprattutto Jackson: le sue idee, la sua musica, le musiche che riusciva ad avvicinare con le sue idee.

Ci sono anche gli album che al tempo non avevo nemmeno preso, o che non mi erano piaciuti. Negli anni ho capito che un artista come Jackson Browne non è solo un cantautore che mi piace. È un personaggio unico e prezioso, che nel corso di 45 anni non ha pubblicato un numero enorme di canzoni, e proprio per questo ha sempre messo dentro ognuna di esse cose molto profonde e importanti, anche quando non sembrava. In ogni storia che Jackson ha plasmato sotto forma di canzone c’è un pezzo di senso della vita, che dalla sua prospettiva personale cerca di aprirsi all’universale.

Per questo di Jackson io voglio tenermi tutto, anche se la perfetta ispirazione esistenziale e generazionale che lo toccò nei primi 5 album rimane una storia a parte, in cui il suo Senso della Vita era quasi sempre più universale che personale.

Chiedi chi era Jackson Browne.
Per capire cos’è stato quel tempo e quello spazio in cui dalla California partirono messaggi che arrivavano precisi e nitidissimi anche qui in Italia, ancora una volta c’è un reperto storico di Carlo Massarini (su un vecchio Popster che ho recuperato all’ultima fiera di Novegro): una lunghissima intervista della fine del 1977 che è un racconto intenso ed esaltante di un periodo vissuto proprio lì, dove l’America della strada e del cielo raggiungeva il culmine di una civiltà che forse oggi è morta, ma che sarà ancora viva finché lo saremo noi.

50 Discographies at 50 – BILLY BRAGG (5/50)

Life’s A Riot With Spy Vs Spy (1983)
Brewing Up With Billy Bragg (1984)
Talking With The Taxman About Poetry (1986)
Workers Playtime (1988)
Don’t Try This At Home (1991)
William Bloke (1996)
Mermaid Avenue (1998) – with Wilco  |  The Complete Sessions (2012)
England, Half-English (2002) – with The Blokes
Mr. Love & Justice (2008)
Tooth & Nail (2013)
Live At The Union Chapel, London (2014)
Shine A Light (2016) – with Joe Henry

Quali dischi hai comprato la prima volta che sei andato a Londra?

Io ho portato a casa il primo album di Billy Bragg.
Era il giugno dell’85, 18 anni appena compiuti; nella mazzetta di Lp c’era anche il 45 giri di William it was really nothing (con sul retro Please, please, please… preso a 1£ in uno di quei negozietti di quartiere che allora a Londra si trovavano dappertutto). L’anno dopo Talking With The Taxman About Poetry uscì in autunno, quando da Londra ero già tornato dopo il soggiorno più lungo (3 settimane, tra la maturità e l’inizio dell’università): quel vinile bianco preso da Buscemi mi faceva sentire inglese anche in camera mia. La cassetta registrata alla radio, con Billy ospite di Rupert e Pistolini a Stereodrome e poco dopo Workers playtime, nel negozietto di Marco in via Magenta (quando anche a Lodi c’erano un sacco di negozi di dischi), con il cello di Julia Palmer, che poi conobbi un bellissimo weekend di settembre ’91 quando venne nella nostra cittadina di provincia con Roddy e i dimenticatissimi Mirò: sabato sera alla festa dell’Unità al Capanno, la domenica mattina in piazza Broletto con le campane del Duomo che non si sentiva niente. Intanto Billy aveva fatto amicizia coi R.E.M., e anche noi eravamo diventati sempre più americani: Don’t Try This At Home fu il primo che presi in CD, non ricordo nemmeno dove… What do they know of England who only England know? Passarono 5 lunghissimi anni e finalmente tornai a Londra; e a Reading lo ritrovai, il vecchio Billy, che dopo le bastonate prese con il Red Wedge continuava a crederci veramente… I’m going upfield, il Labour andò al governo, ma fu proprio lì che la nostra generazione iniziò a perdersi. Negli ultimi 20 anni Billy è rimasto uno dei pochissimi baluardi contro il cinismo. Tra le stelle della California e le canzoni della Grande Ferrovia Americana, con lui sai che puoi sempre fare un passo indietro per guardare il mondo e la tua vita da un’altra parte. Quella giusta. 18 anni dopo l’ho ritrovato a Milano, in un prezioso concerto al Teatro Dal Verme, raccontato benissimo qui da Luciano Re. Tra pochi giorni tornerà al Carroponte di Sesto San Giovanni, proprio come dentro quella vecchia canzone dei Gang: questo post è dedicato a Luciano, che non potrà più raccontarcelo, ma che sarà lì con noi, tra le stelle della Lombardia e le Ferrovie Nord.