Lucio Dalla – Lucio Dalla

Comprare i dischi in edicola è una cosa tristissima, su questo non ci piove: normalmente il livello delle iniziative editoriali è molto scarso, come nel caso recente della collana Songwriters di Repubblica, che spreca un titolo bellissimo per un assemblaggio demenziale di soli 10 album che da anni costano 5 € e che qui vorrebbero vendere a 8,90… Ci sono state negli ultimi anni alcune pregevoli eccezioni, con pubblicazioni rispettose sia degli artisti interessati che degli acquirenti e con un ottimo rapporto qualità-prezzo che rende soddisfacente perfino un acquisto in edicola. E’ il caso di questa discografia (quasi completa) di Lucio Dalla, i cui album escono allo stesso prezzo dei negozi (9,90 €), ma in edizione rimasterizzata e con una ricca confezione digipack, completa di libretto con testi, credits, belle foto e un piccolo saggio con testimonianze di prima mano. Ed il confronto con le obsolete edizioni dei tardi anni ’80, con il loro sfigatissimo foglietto di quattro facciate, è veramente schiacciante. Per me è stata l’occasione di recuperare uno di quei capolavori che dici sempre prima o poi e passano i decenni e non lo prendi mai (Come è profondo il mare); e il Lucio Dalla del 1979, posseduto amato consumato in LP nei primi anni ’80. Da quanti anni non lo ascoltavo… Tutto intero, intendo, perchè i grandi classici qui contenuti hanno accompagnato i decenni e sono tornati in primo piano dopo l’improvvisa morte nel marzo scorso.

Con Lucio Dalla per me è stato esattamente l’opposto di quando è morto l’altro Lucio, 14 (quattordici?!?) anni fa. Battisti era per me una figura estranea, fuori sintonia rispetto alle caratteristiche dei cantautori che avevo scelto: troppo canzonettaro e costruito, la fabbrica di successi Mogol-Battisti sinonimo di musica per classifiche povera di significati veri. Quando morì, radio e TV strariparono di decine di canzoni e mi resi conto che le conoscevo tutte. Facevano parte del mio DNA musicale e lirico, senza che me ne fossi mai accorto; così, solo per essere nato e cresciuto in Italia. Per questo credo che sia vera quella cosa che qualcuno ha detto e scritto, un po’ sottovoce per paura di essere frainteso: che Battisti sta all’Italia come i Beatles alla Gran Bretagna e al mondo intero. E’ stato il genio creativo che ha portato la musica italiana dall’innocenza della canzonetta alla consapevolezza generazionale del rock. Una memoria collettiva “moderna”, un po’ in bianco e nero e un po’ a colori, pop nel senso pieno ed anglosassone del termine, appartenente a tutti: sostenitori, oppositori e neutrali. Me ne accorsi tardi, fuori tempo massimo, ma il piacere di riscoprirlo tutti questi anni dopo è stato comunque dolce ed esaltante.

Al contrario, Dalla è stato uno dei miei primissimi fari musicali in piena adolescenza, negli anni in cui scopri la musica ed inizi quel percorso che per alcuni di noi va avanti e non finisce mai… Le sue canzoni, alcuni suoi album, li porto dentro come i Beatles, Dylan, Springsteen e pochi altri. Quelli con cui inizi a modellarti l’anima su suoni e parole, che improvvisamente ti portano altissimo, profondissimo, lontanissimo. Poi, dalla seconda metà degli anni ’80, per me Dalla ha perso tutto; quello stato di grazia durato 5 o 6 anni si è spento e non si è riacceso più. Certo, gli ultimi 25 anni di Dalla hanno comunque parecchi estimatori; Caruso resta forse la sua canzone più nota. Ma proprio Caruso rappresenta il mio problema con questo Dalla: una canzone perfettamente concepita e costruita, un momento creativo di assoluta raffinatezza e accessibilità, ma che non mi ha mai emozionato. Ci ho provato molte volte, ma Caruso proprio non riesco ad amarla.

Dalla era da decenni fuori dal mio mondo; se lo vedevo in televisione con le sue canzoni recenti cambiavo canale. Solo l’anno scorso ho avuto un piccolo riavvicinamento, con la reunion tra lui e De Gregori a oltre 30 anni da Banana Republic. Non sono andato a vederli, ma il doppio CD dal vivo era stato un gradito regalo di Natale: quasi tutti i classici, la curiosità di sentirli fatti insieme, e molto bene. Ma è stato con la sua morte e con l’onda anomala che questi eventi scatenano nella coscienza (quella collettiva e quella individuale), che queste canzoni sono tornate al loro posto: tra le mie preferite di tutti i tempi in Italia.

Registrato con la semplicità dei mezzi tecnici di quegli anni, Lucio Dalla del 1979 è invecchiato quasi tutto benissimo, grazie ad arrangiamenti scelti e curati con grande perizia insieme a Ron ed ai musicisti che poco dopo avrebbero formato gli Stadio. Tra i fattori che rendono la musica di quegli anni (tra il 1977 e il 1982) così “classica”, ce n’è uno di tipo generazionale che secondo me è stato poco approfondito. E’ stato un momento irripetibile in cui il gusto dei musicisti di quella generazione (non solo la prima fila dei cantautori e dei leader, anche, forse soprattutto, le seconde file di collaboratori e session men) si è affinato sfiorando da vicino quello del pop-rock di qualità britannico e soprattutto americano degli anni ’70. Una maturazione artistica che ha generato una fioritura così ricca e importante da costituire un canone per tutte le generazioni seguenti. Non importa se negli stessi anni punk e new wave cambiarono tutto e spinsero la musica giovane in mondi lontanissimi: per noi, in Italia, i cantautori e le decine di album entrati nella nostra storia sono classici di quell’epoca e di tutte le epoche, anche grazie a suoni essenziali ma brillanti nel mettere a frutto anni e anni di ascolto del grande rock dei ’60 e dei ’70.

L’inizio, con L’ultima luna, rappresenta tutto questo perfettamente. Un pezzo di una freschezza straordinaria, 33 anni dopo ancora affascinante nella sua visionarietà, una incredibile successione di immagini rimaste indelebili nella memoria, dall’angelo di Dio che “bestemmiava facendo sforzi di petto” al signore “che con la morte vicino giocava a bigliardino”, dalla terza luna “così grande che più di uno pensò al Padreterno” al bimbo appena nato che “con grandi ali prese la luna tra le mani, e volò via e volò via, era l’uomo di domani”… Musica e parole si uniscono perfettamente, anche se qualche suono è evidentemente datato va ancora tutto benissimo, tale è la forza di questa canzone, con il ritmo squadrato che la spinge senza varianti, forse una strana, irresistibile mutazione genetica proveniente dalla disco che stava dominando sul rock ormai da diversi anni.

Anche il pezzo che apriva il lato B dell’album ha la naturale autorevolezza del classico che ascolteremo senza problemi dopo altri decenni. Anna e Marco è bellissima anche se il romanticismo di periferia del testo è stato sfruttato fino alla nausea, anche se tra violini, cori ed echi l’arrangiamento è un manuale di tutto ciò che non si può più fare, anche se… ma basta la voce che aveva Lucio in questi anni per far volare Anna, Marco, il branco, la checca che fa il tifo e il cane che sente qualcosa in una dimensione trascendentale. C’è quel punto in cui canta “Luna che cammina…” che è fuori dalla portata di chiunque; non lo so, ma mi auguro che non esistano cover di questo pezzo. Ed un’altra canzone che nessuno mi deve toccare è Cosa sarà. Una di quelle idee musicali semplici al limite dell’inconsistenza, ma che con parole ispiratissime ed un legame speciale come quello vissuto in quegli anni tra Dalla e De Gregori entra nell’anima, dicendo con leggerezza assoluta tutto il mistero della vita. Cosa sarà che dobbiamo cercare? Già a 15 anni capivi ascoltandola che le domande erano tutte, precisamente, quelle; ma adesso, quanto avremmo bisogno di quella bicicletta da lasciare sul muro; e di una sera, e di un amico… E, soprattutto, di parlare del futuro.

Per tanti anni mi sono lasciato indietro queste canzoni troppo familiari e Dalla troppo lontano da quello che mi interessava. Anche se sapevo di conoscere a memoria L’anno che verrà, quando si è trattato di cantarla a Conventional Baby N°1 per farla addormentare mi sono stupito di sapere veramente tutte le parole. E in tante sere in cui l’ho scelta (nel ristretto repertorio di quelle che mi ricordo e che le piacciono), le parole le ho imparate nuovamente, cantandole sottovoce ed ascoltandole, con tutta la distanza degli anni tra me e lei. E di questa canzone posso dire con assoluta certezza che resterà sempre con noi, tutti gli anni e tutte le sere; così come, d’altra parte, “i troppo furbi e i cretini di ogni età”

Ricordavo bene anche le altre canzoni di questo bellissimo disco, anche quelle che di solito non fanno parte di raccolte e antologie (ma solo perchè stanno sullo stesso album delle altre). Stella di mare, Milano, Tango, La signora… Queste le ho riscoperte con ancor più soddisfazione, perchè meno intaccate dai troppi ascolti, soprattutto da quelli più o meno casuali o forzati che appesantiscono le canzoni più famose. Stanno anche loro là, in quegli anni di adolescenza fatti di giorni tutti uguali, ma in ognuno di essi aprivi nuove porte e ci trovavi nuovi mondi. Anche il mio primissimo concerto sta lì in mezzo, autunno dell’83, Dalla al Teatro Lirico: in penultima fila con Vittorio (che non vedo praticamente da allora) e Saul (che è morto qualche anno fa). Milano, in particolare, è le prime volte che ci andavo, ed anche se la conoscevo poco era facilissimo riconoscerla in quelle parole un po’ amare e un po’ affettuose.

L’unica che proprio non c’era più, sparita nei meandri del mio disco fisso, è Notte. Forse più piccola delle altre, ma anche lei perfetta. Una successione di immagini su una progressione melodica che 30 anni dopo mi riappare all’improvviso, e non è vero che non c’era più ma stava sotto troppe canzoni, troppi giorni e troppe notti. Immagini e melodia che senza saperlo avevano costruito la mia idea della notte, quella così intima e mia che poi le note e le parole le ho potute, addirittura, dimenticare. Mi è ritornata nelle orecchie una mattina attraverso le cuffie e quando è culminata nella partitura finale con gli archi a vele spiegate è come se un pezzo di vita si fosse riattaccato al suo posto, perchè quando un disco ti ha riempito anche dopo anni può farti sentire completo.

Lucio Dalla del 1979 è anche la sua iconografica copertina, forse la più bella immagine di Lucio, senza scritte. Ancora giovane ma già maturo, magro e con tutti i segni particolari in evidenza: la barba, gli occhialini e quel cappello. Questa foto ha una luce dorata e crepuscolare, un colore ambrato ed un calore che ho sempre istintivamente accostato al feeling degli anni ’70, all’intensità che la musica, il cinema e la letteratura hanno avuto in quel decennio e che ancora oggi, a tutte le età, siamo in tanti a ricercare ed amare. Anche questo mi impediva di comprare il CD sfigato che si trovava nei negozi: quella foto non era più lei, opaca e priva di quell’alone un po’ mitico che la lucida copertina dell’LP trasmetteva. Per una volta, allora, va bene anche l’edicola, perchè un disco così pieno di vita deve essere anche un oggetto meraviglioso da tenere in mano e guardare.

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2 thoughts on “Lucio Dalla – Lucio Dalla

  1. L’anno scorso ero fra il pubblico del concerto di Dalla e De Gregori Mantova, una sera di inizio febbraio.
    Ricordo l’effetto di canzoni lontane e mai più ascoltate. “Anna e Marco” mi commosse, e in generale pensai che, in fondo, ero cresciuto accompagnato da cose belle.
    Concordo con ogni sillaba di questo articolo, così bello.
    La bicicletta è ancora appoggiata sul muro. Peccato che molto futuro sia dietro le spalle.

  2. Grazie Stefano. Rimpiango di non essere andato anch’io a vederli: era già prezioso che si fossero rimessi insieme dopo che sembrava irripetibile, e adesso che irripetibile lo è veramente penso che il valore di un loro concerto sia stato ancora più grande. Mi fa piacere che l’articolo ti sia piaciuto, anche perchè in molti punti durante la stesura (compresa la bicicletta…) ho pensato a te.

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