45 45s at 45: A DESIGN FOR LIFE – MANIC STREET PREACHERS, 1996 (35/45)

All’inizio dell’estate del ’96, grazie ai primi stipendi da “bancario temporaneo” (e per sbaglio), riuscii dopo parecchi anni a tornare sulle amate sponde britanniche (scozzesi in particolare). Mi spostavo in treno da una città all’altra e mi colpì la presenza costante, ovunque, ma in particolare nelle stazioni ferroviarie, di due manifesti pubblicitari. Uno promuoveva il film del momento (e che avrebbe caratterizzato tutta quell’epoca): Trainspotting. L’altro era quello dell’album che segnava il ritorno sulla scena dei Manic Street Preachers: Everything must go.

Dai finestrini del treno osservavo quella copertina minimale ed austera, il grande sfondo azzurro, le foto dei 3 Manics rimasti, le loro espressioni più dure che malinconiche, quel titolo di tre parole così eloquente. Tutto deve andare. Mi colpiva l’ubiquità di questa presenza nelle grandi città e nei paesini di provincia, in centro ed in periferia, e compresi il significato profondo della britannicità dei Manic Street Preachers. Dopo quello che era successo, la loro stessa esistenza era un messaggio estremamente importante per tutta quella generazione.

Praticamente ignorati in Italia (ed in generale fuori dal Regno Unito), la storia di questa band meriterebbe di essere raccontata in un film, anzi no, meglio un lungo romanzo. Da quando si incontrarono negli anni ’80, condividendo una passione esistenziale verso il rock indipendente più politico ed intransigente (non solo gli Smiths, soprattutto band oscurissime come i McCarthy), fino agli inni cantati da decine di migliaia di persone negli anni ’90 ed oltre. Una band spinta da un’intensità quasi sempre eccessiva, in tutte le sue scelte musicali, liriche e d’immagine. Costantemente fuori dai limiti del buon gusto e della coolness e per questo quasi sempre osteggiati dalla critica, fino al confronto storico di Richey Edwards che si incide sul braccio 4 REAL davanti ad uno dei big della stampa e della radio britanniche, Steve Lamacq. The Holy Bible del ’94 fu il loro capolavoro, un disco duro, puro e senza compromessi con il quale furono finalmente apprezzati anche dagli scettici. E poi quel vuoto, più assurdo della morte.

Delle molte tragedie che hanno caratterizzato la storia del rock, quella di Richey Edwards rimane unica nella sua cinica ed inquietante perfezione. La sublimazione dell’arte del How to disappear completely, il punto più alto possibile del nichilismo, o l’abisso più profondo della disperazione. Essere ancora i Manic Street Preachers, continuare quell’amicizia senza di lui, è stata una prova che nessun’altra band ha passato allo stesso modo, ed è questo che rende Everything must go non un capolavoro, ma un album unico e irripetibile.

Libraries gave us power,
Then work came and made us free.
What price now for a shallow piece of dignity.

A design for life è una delle canzoni della vita: quando pensi dopo cosa è stata scritta, quando la ascolti, quando guardi quel bellissimo video, quando soltanto leggi questo titolo. A design for life. Quando lo senti ripetere da James Dean Bradfield, su quelle note epiche e tristi.

In quella lunga estate del ’96 riuscii a scappare dalla banca e, grazie al mio primo TFR, a tornare a Londra e dintorni. E mi rendo conto che parlare per la terza volta in questa serie del festival di Reading del ’96 significa smarronare pesantemente… Però lo devo raccontare. Quando terminò il fallimentare concerto degli Stone Roses, che segnò la loro fine definitiva (ok, fino alla reunion di quest’anno…), si accesero le luci ad illuminare la platea di decine di migliaia di persone, abbattute da una gigantesca, epocale delusione. Ma per fortuna partì a tutto volume dagli altoparlanti A design for life, bellissima a vele spiegate nella notte inglese di fine agosto. Una potenza di canzone, che in 4 minuti, con l’eco del suo colpo di batteria finale, ristabilì subito le proporzioni, e le priorità: eravamo lì per rivivere il passato, ma quello che conta, sempre, è il futuro.

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