45 45s at 45: THIS IS HARDCORE – PULP, 1998 (39/45)

Quel che c’è da dire su questa canzone dei Pulp (e sull’album a cui dà il titolo), lo dissi alla radio, sotto gli sguardi perplessi di Paolo e Massimo. Dopo 5 anni di notturne solitudini con Taxi Driver e Pre-Millennium, avevamo tutti voglia di fare qualcosa insieme, inserendo un po’ di cazzeggio tra amici in mezzo ai nostri entusiasmi musicali. Quello fu quindi l’anno di RadioLodiNotte: sostanzialmente più battute e risate e meno soliloqui esistenziali.

Quella sera, però, suonammo This is hardcore e mi sentii di dire questo: che l’album dei Pulp stava al trentenne che ero come The queen is dead stava al ventenne di oltre dieci anni prima. I miei due amici lasciarono saggiamente cadere il concetto in una cordiale indifferenza e la cosa finì lì. Però è da allora che quell’intuizione si è fissata tra le mie salde certezze, alle quali fa ora compagnia l’album che sta al quarantenne che sono ora; e sono curioso di scoprire come sarà l’album che starà al cinquantenne che sarò…

Gli Smiths e The queen is dead sono stati una cosa così enorme (e in un’età così cruciale) da avere influenzato l’orientamento generale dell’identità, del modo di guardare il mondo, dei riferimenti stilistici e culturali. Ma anche se la musica dei 20 anni è quella destinata a seguirti per tutta la vita, è comunque impregnata di quel tempo, di come eravamo e di quel che non siamo più. Per questo quando mi accorsi che This is hardcore, dopo i primi ascolti, stava diventando per me molto più di uno dei dischi più belli del periodo, ad un tratto ne compresi il motivo. Quelle canzoni, con la loro sequenza e con i molti picchi emotivi che mi colpivano, stavano mettendo in luce, nel modo più nitido ed impietoso, quello che a 30 anni ero diventato. Non era una scoperta particolarmente confortante. Ma ero io. E quando un disco ti consente di riconoscerti meglio, illumina il percorso fatto e quello da fare. Per me sono cose importanti, anche per lo spazio che occupano sulle pareti e sulle mensole.

Prima di allora, i Pulp non erano ancora entrati tra le mie preferenze assolute. His ‘n’ hers e Different class mi erano piaciuti ed il ruolo che si erano conquistati, dopo averci provato per quasi 15 anni, ai vertici del rock inglese (meglio non dire brit-pop) mi sembrava meritatissimo, ma non riuscivo a connettermi completamente con il loro stile e con la visione del mondo che le straordinarie liriche di Jarvis Cocker rappresentavano. I Pulp divennero miei con This is hardcore. Un album oscuro, ma non deprimente come molti danno ad intendere; sicuramente scomodo e spietato nel mettere in luce la realtà degli anni che passano e della giovinezza che finisce, nei molti modi con cui si conquista la (presunta?) maturità.

Ma a parte l’importanza esistenziale dell’album, questa canzone è davvero bigger than life: sublime nel raccontare come il raggiungimento dell’apice del desiderio (ed il sesso è solo la metafora di tutti i modi di intendere l’amore) corrisponda alla rivelazione che ogni obiettivo al quale dedichiamo la vita finisce dove comincia quello successivo. Un senso di passione altissima e di profondissimo smarrimento, rappresentato con un’intensità sovrannaturale, come fosse la somma dei Joy Division, di Morrissey, di David Bowie e di Nick Cave.

This is the end of the line.
I’ve seen the storyline played out so many times before.
Oh that goes in there,
then that goes in there,
then that goes in there,
then that goes in there,
and then it’s over.
Oh, what a hell of a show.
But what I want to know:
What exactly do you do for an encore?
‘Cause this is hardcore.

Si sentiva che si stava chiudendo un’epoca, anche se non sapevamo che sarebbe avvenuto così rapidamente e con un cambio di scenario così completo. E’ sempre, probabilmente, una cosa solo mia, ma nel tempo alcuni degli album di quegli anni sono diventati tra i più amati proprio per come hanno segnato questa transizione da un decennio di aspirazioni altissime e di energia straripante ad un altro di eredità consapevoli, di ruoli incerti e di futuro incertissimo. Con This is hardcore, New adventures in hi-fi dei R.E.M., Yield dei Pearl Jam, West di Mark Eitzel, Mezzanine dei Massive Attack, Good morning spider degli Sparklehorse, Psience pfiction degli UNKLE, The ideal crash dei Deus sono stati gli album con i quali compresi che il conto alla rovescia della pre-millennium tension non sarebbe terminato con un’esplosione, ma con le prime scelte della vita vera.

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2 thoughts on “45 45s at 45: THIS IS HARDCORE – PULP, 1998 (39/45)

  1. Molto bello, molto vero. L’80% dei dischi che citi nel crescendi finale hanno segnato molto anche di me. E inevitabilmente continuano a scandire il mio tempo. Se non altro automobilistico. Solo “Absolution” (Muse) e Með suð í eyrum við spilum endalaust (Sigur Ros) hanno fatto altrettanto nei lustri successivi. Ma qui entra la pigrizia musicale, l’inerzia dell’uomo “maturo”…

    • Eppero’ uno in grado di scrivere la mattina presto il titolo di un disco dei Sigur Ros non puo’ essere definito pigro…
      Il mattino ha l’oro in bocca.
      Il mattino ha l’oro in bocca.
      Il mattino ha l’oro in bocca…

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