45 45s at 45: NEW YORK, NEW YORK – RYAN ADAMS, 2001 (40/45)

And the year 2000 won’t change anyone here… Così cantava Morrissey e un po’ aveva ragione, ma anche si sbagliava. La musica rallentò, mentre la Storia e la vita quotidiana raddoppiarono il ritmo. Internet, l’11 settembre e tutto il resto. Troppa bella musica, ma non abbastanza bella. A un certo punto decisi di smettere (dopo 10 anni) di prendere Rumore tutti i mesi ed il mio punto di riferimento fisso divenne definitivamente Uncut. Ero a Londra quando uscì il 1° numero nel ’97, notai la copertina con Elvis Costello e Taxi Driver, ma non lo comprai; l’anno dopo, invece, lo presi per la prima volta, il numero leggendario con Neil Young in copertina e la prima compilation di Americana. Praticamente inventarono un genere, ma a differenza di quelli inventati ed inconsistenti, questo c’era sempre stato, solo che ce l’eravamo tutti dimenticato.

All’inizio non mi lasciai convincere dall’entusiasmo con cui questi nuovi mensili inglesi (anche Mojo, che ormai era un’istituzione) riportavano alla luce la musica del passato, puntando i riflettori sulle nuove leve che sceglievano di rifarsi ai suoni delle radici. Ero ancora troppo attratto dalle mille direzioni esplorate durante gli anni ’90. Però acquistando Uncut ogni tanto, pian piano cominciai ad apprezzarlo sempre di più e a comprendere la scelta di campo per l’Americana e per i classici di ogni tempo. C’era molta più verità in queste scelte tradizionali che nella routine della continua ricerca di nuove tendenze che spazzano via quelle precedenti. E dopo una certa età si ha anche il desiderio di apprezzare tutti gli strati che hanno composto i propri gusti musicali, per cui guardare indietro non è nè sbagliato nè inutile: è semplicemente naturale.

Ryan Adams fu una delle prime, grandi dimostrazioni che Uncut aveva ragione. Avevo ignorato i Whiskeytown negli anni ’90 e quando uscì l’esordio solista Heartbreaker non ero ancora abbastanza convinto. Ma con Gold e l’ennesima recensione entusiastica scattò la scintilla. Il talento di Ryan Adams mi travolse; era vero, le sue canzoni erano fatte della materia dei classici regolarmente passati in rassegna: Dylan, The Band, Van Morrison, Neil Young, Grateful Dead, Rolling Stones… Gold poteva giocarsela alla grande con tutti quei dischi stupendi da cui traeva ispirazione, grazie anche al tocco di contemporaneità di uno che si è fatto le ossa negli anni del grunge e che ha imparato a memoria la discografia di Morrissey e degli Smiths. Un talento esagerato, che poi ha prodotto canzoni ed album in eccesso, forse senza un adeguato controllo di qualità, eppure sempre affascinante per questa urgenza espressiva e per un modo di essere artista privo di calcoli ed opportunismi. Un po’ genio e un po’ testa di minchia, comunque da 11 anni il primo della lista che aspettiamo di vedere in Italia dal vivo Conventional Wife ed io.

Gold partiva subito col passo del capolavoro con New York, New York e si librava in alto mantenendo quel livello fino alla fine. In un disco così è difficile scegliere una canzone preferita, ma sulla più importante non possono esserci dubbi. This video was shot on Friday September 7, 2001. Ryan Adams che canta davanti alle Torri Gemelle quattro giorni prima, le immagini di New York, l’album che usciva proprio in quei giorni. Involontariamente e inevitabilmente, tra i motivi che determinarono la strana aderenza di Gold con lo spirito del tempo, New York, New York celebrava la città del prima e del dopo, la continuità dei milioni di sogni che la rendono la città più bella del mondo, l’eterna innocenza del rock’n’roll e del crederci anche dopo tutto questo tempo.

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