TOP 5/2012: Blues funeral – Mark Lanegan Band (2/5)

Blues funeral - Mark Lanegan

Un po’ di anni fa mi ero stufato di Mark Lanegan. Era diventato quel tipo di artista che piace un po’ a tutti: agli alternativi che lo seguivano fin dai primi album con gli Screaming Trees e ai tradizionalisti che non si sono mai sporcati le orecchie con suoni troppo grezzi, ma che a un certo punto decisero che il blues cosparso di Americana intrepretato da una voce così bella e densa poteva essere degno delle loro attenzioni. Dopo i primi album si era capito: ogni volta era un centro pieno, collezioni di canzoni tutte stupende, ma il problema era appunto che sapevi già cosa aspettarti. Così ho saltato un paio di giri; poi però è stato lui a restare fuori per un po’ di tempo, finchè gli anni senza nuovi album di Mark Lanegan sono diventati 8, e ci siamo resi conto che di uno così è abbastanza folle farne a meno.

In realtà, proprio in questi anni ho ricominciato ad ascoltare Lanegan molto più frequentemente, anche se su dischi fatti con altri: gli album in coppia con Isobel Campbell (anche qui, all’inizio un’idea originale ed entusiasmante, poi al terzo album prevale il pregiudizio di non avere bisogno di ascoltarlo), la band formata con Greg Dulli (Gutter Twins), il disco con i Soulsavers, e chissà quante altre partecipazioni sparse tra artisti di vario genere. Tutti progetti a cui Lanegan ha dato moltissimo, ma da cui ha anche assorbito spunti che si sono stratificati sopra la sua ormai lunghissima carriera.

E’ stato inevitabile, quindi, già durante il primo esaltante ascolto di Blues funeral, pensare che qualche anno di silenzio artistico fa benissimo, soprattutto se nel frattempo si ha l’umiltà di collaborare e di imparare. E purtroppo non sono molti, anche tra i grandi, quelli che capiscono quando è il momento di fermarsi per dare modo alla propria vena artistica di rigenerarsi; ancora meno quelli che sanno mettersi in gioco accantonando il proprio ego e lasciando tutto lo spazio alle idee degli altri. Mark Lanegan dopo aver fatto questo percorso ha messo insieme il disco più bello della sua vita.

Anche se mi sembra che siano stati in pochi a sostenerlo e a scriverlo, perchè le grandi categorie di appassionati richiamate all’inizio sono proprio quelle che hanno snobbato Blues funeral. Gli alternativi hanno interpretato la varietà di stili e gli esperimenti con l’elettronica come un tentativo tardivo di uscire dall’immagine dell’interprete radicato nella tradizione e di ritornare in un ambito ormai troppo lontano da lui, trattandolo con sufficienza. I tradizionalisti hanno come sempre rifiutato in blocco sia i pezzi caratterizzati da suoni non naturali, sia quelli dove è riemersa un po’ di quell’anima post-punk e grunge che Lanegan aveva abbandonato con lo scioglimento degli Screaming Trees senza mai guardarsi indietro.

I riff di Riot in my house sarebbero stati benissimo su Sweet oblivion, anche se sono sporcati da una ritmica ossessiva da Depeche Mode oscurissimi e da una chitarra acidula e disturbante. Siamo nel cuore dell’album, subito dopo c’è Ode to sad disco che è una vera esperienza straniante, come dei Doors prodotti dai New Order, come sintetizzare la storia del rock dagli anni ’60 agli anni ’90, come ripartire dall’eterna notte solitaria di How soon is now? in cui eri entrato a 19 anni e ritrovarsi a 40 e passa ancora lì, in quella discoteca triste… Un brano killer dietro l’altro: Phantasmagoria blues, esattamente quello che dice l’etichetta, il Lanegan cantante blues amato da tutti con una piega un po’ psycho che allunga l’applauso e ti lascia dentro la voglia di riascoltarlo ancora ed ancora… Sei già al tappeto, ma ti arriva un altro pugno sulla mascella: Quiver Syndrome, ancora i riff degli Screaming Trees in mash-up con i Primal Scream più ruffiani, ed è un’altra di quelle uova di Colombo che sembrano esserci da sempre in natura, ma se ci pensi una cosa così non l’avevi ancora sentita prima.

Prima e dopo è tutta roba ad altissimo livello, canzoni che se le sentissimo da degli esordienti o da uno sconosciuto sarebbero il futuro del rock’n’roll o la scoperta del decennio. E invece è solo il nuovo di Mark Lanegan, avanti un altro… Blues funeral funziona sia per la varietà dei singoli pezzi sia per l’unitarietà concettuale che emerge nell’ascolto complessivo. Quello che nei dischi precedenti era un effetto d’insieme che alla lunga veniva un po’ a noia, in questo caso si ottiene partendo proprio da canzoni con caratteristiche molto diverse. L’ingrediente segreto (ma neanche tanto) è la riscoperta di quella sana attitudine indie radicata negli anni ’80, di quella cultura musicale post-punk fatta di libertà espressiva, di cupezze dark e di chitarre che ti si piantano in testa e vorresti riascoltare finchè dura la giovinezza. Per sempre.

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