TOP 5/2012: Silver age – Bob Mould (3/5)

Silver age - Bob Mould

I concerti degli Husker Du in Italia del 1987 (a Novellara e a Torino) sono con gli Smiths a Roma nell’85 quelli che rimpiango di più di essermi perso. Perchè sono stati uno dei miei miti assoluti ed ero anche nell’età giusta per seguirli, ma sono diventato un loro fan appena prima dello scioglimento e comunque non ero ancora così libero di muovermi da poter andare a un concerto dovunque fosse. Fino a 3 anni fa, Bob Mould non era più tornato e col passare degli anni le possibilità sembravano progressivamente diminuire. Quando uscì l’annuncio del concerto al Tunnel il 14 dicembre 2009, fu come se un patto di sangue al quale avevamo comunque tenuto fede potesse finalmente essere siglato.

Erano aaaanni che non andavo al Tunnel… Per i non milanesi, o per chi non c’è mai stato, è il caso di spiegare che il Tunnel nella seconda metà degli anni ’90 è stato la quintessenza del club alternativo. Era ricavato in uno spazio sotto la ferrovia, letteralmente un tunnel, vicino alla Stazione Centrale (via Sammartini, che avevo conosciuto bene negli anni precedenti, quando facevo volontariato con altri amici al Rifugio di Fratel Ettore), e programmava band indie rock e dj set d’avanguardia con jungle, trip-hop e tutto il meglio dell’elettronica. Tra le cose che ricordo di aver visto, Boo Radleys, Gene, Ruby, Santa Sangre, Sparklehorse… Il Tunnel nelle serate sold-out era un concentrato di energia ed eccitazione, l’atmosfera molto più carica e calda di qualunque altro posto di Milano. Era un cortocircuito emotivo amplificato dalla forma e dalle dimensioni ridotte del locale; un effetto inversamente proporzionale a quello generato nelle serate semivuote. Indimenticabile, nel bene e nel male, la serata in cui vidi Mark Eitzel. Da solo con la sua chitarra acustica, si presentò davanti a poche decine di persone in una serata che proseguiva con una dance night. Le sue canzoni di seta ed il suo canto tormentato vennero costantemente disturbati dal vocio della gente che aspettava al bar la fine del concerto e l’inizio del dj set. Nonostante gli anni di esperienza e lo spirito ironico con cui cercava di reagire alla situazione, si percepiva il suo scoramento crescente. Non durò più di 50 minuti, alla fine non ce la fece più e salutò imbarazzato ed umiliato. Ricordo che poco dopo, all’uscita, facendomi largo tra la calca di quelli che entravano per ballare, lo vidi allontanarsi da solo con la chitarra sulle spalle, a piedi in quella squallida strada nella notte milanese, probabilmente bisognoso di smaltire subito quella brutta serata. Fu uno dei momenti in cui compresi più chiaramente la fragilità umana dell’essere artisti, la gloria delle canzoni che avevo amato vissuto trasmesso da una radio unita al fallimento esistenziale di un pubblico che non c’è.

Meglio non rischiare: gli ultimi album di Bob Mould a Milano li avremo comprati io e una decina di irriducibili, ma chi lo sa quanti vecchi fan degli Husker Du potrebbero rispondere al richiamo? Mi muovo subito dopo il lavoro ed arrivo al Tunnel con la pizza in mano quando c’è solo una piccola coda che aspetta davanti alle porte chiuse. Poco dopo entriamo. Caro vecchio Tunnel, non sei cambiato quasi per niente… La musica di sottofondo è Kamakiriad di Donald Fagen: saranno 15 anni che non lo ascolto. Non c’entra una cippa con il Tunnel e con Bob Mould, ma forse anche per questo me lo godo alla grande. Il locale si riempie col contagocce, suona una band di supporto italiana da dimenticare (fatto), vado a mettermi abbastanza vicino al palco; e mentre continua ad andare Donald Fagen, arriva sul palco lui, Bob Mould, cuffietta di lana sopra la pelata e pizzetto, e comincia a sistemare, tutto solo davanti a tutti, le sue chitarre, la pedaliera e accessori vari.

Non è esattamente come quando allo stadio si spegne tutto e parte la musica di Morricone, con tutta la E Street Band che entra, uno per uno, e li vedi spuntare un po’ ad occhio nudo un po’ guardando i maxischermi; e poi alla fine arriva Bruce Springsteen, tutto lo stadio esplode e si parte con Badlands… Qui invece c’è uno che a 50 anni va in giro per il mondo completamente solo, senza mezzo roadie e si allestisce da solo le quattrocose per stare sul palco. C’è una vecchia citazione di Billy Bragg agli esordi: “Quando un artista che gira nei club sale sul palco con la sua chitarra può immaginarsi di essere James Taylor, o Bob Dylan. Io, quando vado su, penso ancora di essere i Clash”. Ecco, per fortuna Bob Mould quando sale sul palco pensa ancora di essere gli Husker Du. Davanti a 100? 150 persone? attacca una dopo l’altra canzoni recenti e piccoli grandi classici dai suoi album solisti e con gli Sugar, ma quando tira fuori i pezzi degli Husker Du è come se il pubblico raddoppiasse e si ricrea l’effetto Tunnel sold out dei giorni migliori: No reservation, I apologize, Hardly getting over it, Something I learned today, Celebrated summer… L’ultima è Makes no sense at all, per 2 minuti e 30 secondi lui ha 26 anni e tutti noi 19… poi torniamo nel 2009, ma il sangue è stato scambiato, il patto rinnovato per sempre.

Altri tre anni volano via e per tutti Bob Mould può restare lì nel pantheon dei migliori anni della nostra vita, al prossimo album diremo ancora un altro sì, ma quello che i fans non dicono è che, in fondo, non ci aspettiamo da lui più nulla di veramente rilevante. Poi però qualche mese fa cominciano a uscire commenti entusiasti sul nuovo album, e non succedeva dai tempi degli Sugar; l’adrenalina sale quando un paio delle firme più affidabili pubblicano recensioni positive poche settimane prima dell’uscita. Come non succedeva da quegli anni, faccio addirittura un paio di giri a vuoto da Buscemi per prendere subito il CD che non è ancora arrivato… Insomma, le aspettative passano da quasi zero a mille e quando finalmente metto le mani su Silver age…

You say you want it, you say you need it,
you say it’s everything you ever wanna be
the star machine is coming down on you.

Uno a zero, Star machine è il primo gol al primo minuto, una partenza da discone come si deve. Ed è subito qui, alla fine del primo pezzo e all’inizio del secondo, che capisci che è vero, è veramente il discone che aspettavamo da 20 anni: come nel concerto non c’è pausa tra un pezzo e l’altro, l’attacco di Silver age è uno di quei ganci a cui non è possibile opporre resistenza, anche perchè quello che Bob sta dicendo è never too old to contain my rage, the silver age, the silver age. Esattamente quello che siamo noi, quello che vorremmo dire e che bello sentire Bob dirlo lui, per noi, così bene. Si gioca una di quelle grandi partite, quelle in cui gira tutto giusto: subito dopo il due a zero arriva il terzo gol, forse il più bello, quello da mettere ad occhi chiusi nel The Definitive Bob Mould. The descent ha la scintilla speciale dei grandi pezzi di Warehouse o di Copper blue, il tiro della melodia, del ritmo, del rumore e le parole più giuste per affondare sotto la superficie e colpirci nel profondo:

Now my race is finally run
and as I tumble to the sun
all these dreams I can’t achieve
brought me crashing to my knees.
My descent has now begun,
all the music left undone.
My world, it is descending.

Dove quel che è maledettamente vero è che non ci possiamo fare niente, questa è la discesa e non si torna indietro. Ma c’è tutta la musica lasciata incompiuta, e sono tutte le cose che cercheremo e faremo nella strada che abbiamo davanti, mentre la velocità continua ad aumentare. La grandezza di quest’album è tutta in questo cambio di passo, che è prima esistenziale che artistico, e che consente a Bob Mould di trasformare la continuità stilistica del suo modo di comporre e di suonare in canzoni veramente speciali come quelle che sappiamo. Lo stesso scarto di motivazioni che fa la differenza tra lasciarsi vivere addosso il quotidiano procedere di questa discesa e tenere saldamente in mano le redini della vita, le cose che realmente desideriamo, la musica che vogliamo continuare a cercare.

Così Briefest moment esalta un po’ meno ma tiene altissimo il ritmo, mentre Steam of Hercules lo rallenta ma ci riporta a quelle ballate ebbre di rumore con cui rallentavano gli Husker Du in mezzo alle corse a perdifiato di Zen arcade e di Warehouse: songs and stories. La seconda metà dell’album è solo un poco inferiore, ma con una media mai avvicinata dai dischi di Bob degli ultimi dieci-quindici anni, e con un’altro pezzo da antologia come Keep believing, uno straordinario manifesto di fede nella nostra musica, come un’unica citazione obliqua della generazione Born in the 60’s:

No choice / Can’t leave
I have to keep believing
Bring me thoughts and words, pass me the revolver,
I can see for miles, and everything’s in color.
Rock and roll all night until I feel the thunder,
I got a handle on some complicated fun.

Bob Mould pensa ancora di essere gli Husker Du. Da solo su un palco, o su un disco con un nuovo power trio, è una delle notizie più belle dell’anno appena passato, e di quelli che verranno.

Annunci

4 thoughts on “TOP 5/2012: Silver age – Bob Mould (3/5)

    • Mark Linkous, un altro bel personaggio con i suoi picchi di genialità e di fragilità. Al Tunnel era la mia seconda volta, la prima al (solito) Reading Festival del 96: era su una sedia a rotelle, credo fosse reduce da gravi problemi cardiaci. I primi due album sono stupendi.

  1. Il Tunnel, Cristo! C’ero anche io a vedere i Boo Radleys! Non ricordo di preciso che anno fosse, forse il 95, 96…? Amavo dischi come “Everything’s Alright Forever” e soprattutto quel gioiello pop di “Giant Steps”…poi arrivarono Oasis e Blur….

    • Credo fosse il 96 o il 97, erano già in fase calante dopo C’mon kids. Condivido la preferenza assoluta per Giant steps, davvero un grande album. Anche se fu bellissimo un paio d’anni dopo, nel ’95, goderseli in heavy rotation dappertutto con Wake up Boo!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...