TOP 5/2012: Sweet heart, sweet light – Spiritualized (4/5)

Spiritualized - Sweet heart, sweet light

Jesus, won’t you be my bullet and gun?
Shoot all the sinners down, everyone.
Kill all my demons and that would be fine.
But I would be reloading all the time.

Ad ogni disco degli Spiritualized, bisognerebbe sempre tirare un sospiro di sollievo. Jason Pierce è ancora vivo, ed è in grado di fare dischi. Questa volta, addirittura il più bello dai tempi di Ladies and gentlemen we are floating in space. Con quel disco, oltre a fissare un livello di eccellenza difficilissimo da superare, venne codificato il template degli album degli Spiritualized: con le copertine farmaceutiche, l’alternanza di rock garagistico e ballate gospel, gli arrangiamenti ricchissimi e raffinatissimi ed un pervasivo clima di “sopravvivenza artificiale nel nulla cosmico”, che rappresenta la cifra principale del loro modo di interpretare la psichedelia. E’ come se Jason Pierce si fosse dato una missione artistica ed esistenziale, procurandosi ogni forma di sofferenza fisica, sentimentale, morale, spirituale, superandole con faticosi percorsi di cura del corpo e dell’anima e giungendo alla redenzione finale, senza però mai esserne appagato. Ogni disco degli Spiritualized mette in scena questa condizione di continuo travaglio, questa oscillazione tra buio e luce, questa necessità del male per ottenere il bene, e viceversa.

Roba da rimanerci secco, in ogni caso rischiando sulla propria pelle di giungere ad un punto di non ritorno. Considerando la cosa solo sotto il profilo artistico, il rischio di restare intrappolati in un cliché è altissimo. Eppure Jason Pierce non è mai scivolato sotto il livello dell’inutilità: anche nei dischi meno riusciti, quando gli capitava di riprodurre passaggi già visti, non ha mai perso il desiderio di generare bellezza ed esperienze di vita. Ce n’è sempre in quantità, e sarebbe sciocco fare a meno anche di uno solo dei suoi album.

Ma questo non è un altro album degli Spiritualized. Questo è davvero un disco speciale, e la differenza si coglie in molti modi. Nel primo brano funziona tutto perfettamente e non si capisce perchè: i singoli ingredienti di Hey Jane sono tutti sbagliati, un titolo velvetiano fuori tempo massimo, quasi 9 minuti di durata, una struttura di frasi melodiche scarne e ripetitive, un arrangiamento riproposto decine di volte… Eppure clic clic clic va tutto benissimo, alla fine dei 9 minuti hai sulla faccia stampato un sorriso che non se ne va più fino alla fine dell’album. Little girl le va dietro con analogo sprezzo del pericolo, questa volta con una melodia ruffianissima, presa di petto come se fosse il 1971: un altro sarebbe stato da impallinare, mentre Jason Pierce si libra altissimo perchè ha studiato e saputo fare propria l’essenza del gospel, ovvero come muoversi su linee melodiche e cori senza tempo con naturalezza e senza irritare nessuno.

I musicisti che sono anche grandi appassionati di musica applicano alle canzoni che realizzano l’attenzione al particolare e la concentrazione totale che dedicano alle canzoni che amano. Jason Pierce fa questo da quasi 30 anni, ed ha affinato una padronanza dei suoi strumenti che si accompagna ad un’ispirazione più luminosa che in passato. La qualità di scrittura che l’ha guidato è particolarmente evidente nei testi. Anche qui, non ci sono novità nei temi e nell’approccio, ma i risultati questa volta sono eccellenti. Jason Pierce ha dimostrato di essere uno dei più grandi autori di canzoni contemporanei, con un’autorevolezza che lo pone ormai al fianco dei nomi più classici, per la capacità di scegliere strutture semplici ma originali, e di seguire un sentiero lirico sempre avvincente e spiazzante. Headin’ for the top now è una delle sue consuete canzoni di doloroso e raggelante rammarico, ma la minimale genialità della melodia si riempie di versi precisi e inesorabili che ti entrano dentro senza poter opporre resistenza, ed alla fine siamo in grado di capire perfettamente Jason Pierce. Alla fine siamo anche noi Jason Pierce.

I am the song that writes the mind.
I am the man who don’t wait for time.
I am the heart that feeds your kiss.
I am the faith that gets your soul.
I am the pound of flesh that signifies the sum of all you’re told.
I am what I am.
Got it in my hand.
Hear what I say.
See what I am.
You understand?

Un’altra scatoletta di medicinali da assumere per via aurale, un’altra pasticcona rotonda, rigorosamente solo per chi prende le sue dosi su pasticcone rotonde dentro scatolette rettangolari. Fa effetto subito, farà effetto anche fra qualche anno. Fa effetto se la prendi una volta sola e continua a farlo se la prendi tutti i giorni. Ma la prenderai se capirai di averne bisogno, se sai ancora avere fiducia in quello che la musica può fare dentro di te. Prendila tutta, prendila fino alla fine, fino a quando Jason Pierce ti saluterà così:

So long, you pretty thing.
God save your little soul.
The music that you played so hard
ain’t on your radio.
And all your dreams of diamond rings,
and all that rock and roll can bring you.
Sail on.
So long.

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