TOP 5/2012: Wrecking ball – Bruce Springsteen (5/5)

Wrecking ball - Bruce Springsteen

Lasciamo stare i dischi di Springsteen prima della pausa (1988-1991) e dello scioglimento della E Street Band. Sono alla base del nostro modo di essere e di pensare, non si possono confrontare con nient’altro. Sto parlando di noi Springsteeniani, una tipologia di persone disperse nelle città, nelle campagne e tra le generazioni, ma numericamente forse la più consistente fra le sottocategorie degli appassionati di rock (a occhio l’unica paragonabile potrebbe essere quella dei Beatlesiani, mentre i Dylaniani o i Fan degli U2 sono sicuramente di meno). Ecco, per noi gli otto album da Greetings from Asbury Park a Tunnel of love sono oltre: ognuno ha le sue preferenze, ma nel loro insieme formano una parte importante del nostro DNA.

E’ consentito discutere all’infinito, invece, sugli album dagli anni ’90 ad oggi. Anche questi sono otto, se consideriamo solo quelli in studio con canzoni originali (quindi al netto di cofanetti, raccolte, live e Seeger sessions). Su questi tutte le opinioni sono accettabili, in una perfetta simmetria di apertura mentale che controbilancia l’intolleranza verso il dissenso sugli anni ’70 e ’80. Io credo di appartenere ad una tipologia abbastanza benevola verso ogni cosa springsteeniana. Non rinuncerei a nulla di ciò che ha pubblicato, anche se non può esserci paragone tra le due fasi della carriera. Ma di questi otto, i tre che non mi dovete toccare sono Lucky town, The rising e questo Wrecking ball.

Tra le tante qualità per cui si può coltivare il culto della personalità di Bruce Springsteen, una delle più oggettive e non attribuibile ai deliri da fan è la cura ossessiva nella costruzione dei propri album. Forse non c’è nessuno che abbia avuto la stessa ambizione di raccontare storie individuali intrecciate nella Grande Storia Americana; sicuramente nessuno l’ha fatto bene come lui. Negli ultimi anni sembra avere un po’ attenuato quell’ansia di perfezionismo che allungava a dismisura l’attesa di una nuova uscita. E se forse sarebbe stato meglio che Magic e Working on a dream fossero un unico album con il meglio da entrambi, nel caso di Wrecking ball la visione è stata, se non perfetta, certamente orientata a lasciare un segno forte, probabilmente storico.

I dischi di Springsteen sono sempre stati collegati all’evoluzione dei suoi live ed in questi ultimi anni è successo qualcosa di strano, importante e bellissimo. Mentre Bruce finalmente ha imparato ad accettare come qualcosa di naturale il desiderio dei suoi fans di poter riascoltare anche le canzoni più dimenticate, organizzando i suoi tour e le singole scalette in modo da dare spazio a decine e decine e decine di pezzi, con la morte di Danny Federici e, soprattutto, con quella di Clarence Clemons si è aggiunta una consapevole coscienza del tempo trascorso e di quello che avanza, ed ogni sera è una celebrazione della vita che non ha eguali. Non so se i tour di questo Springsteen ultrasessantenne siano i più belli della sua carriera, ma un modo di invecchiare così pieno di energia, di rabbia e di amore, nel rock non c’era ancora stato. Si va a vedere Springsteen convinti di celebrare il passato e si esce inondati di voglia di presente e di futuro, di percezione che anche questi sono i nostri anni importanti.

La forza delle canzoni di Wrecking ball ha avuto piena conferma proprio nei concerti. Non stiamo parlando della Forza di Badlands, Born to run o Born in the USA: nelle 3 ore e mezza di un concerto di Springsteen ci sono i (tanti) picchi in cui uno stadio può diventare uno dei posti più importanti della tua vita anche se hai smesso di seguire il calcio, e l’importante è che le altre canzoni non siano degli anti-climax che fanno disperdere energia. Iniziare con We take care of our own e Wrecking ball significa credere moltissimo in queste canzoni e nel loro messaggio. La prima, anche dopo un anno che la conosciamo, ha una qualità inafferrabile, non picchia particolarmente duro, non ha ganci memorabili, eppure si impone con una strana forma di autorevolezza, in gran parte grazie a quel titolo così perfetto nella sua ambivalenza. Ci prendiamo cura di noi, e non c’è un unico modo giusto di intenderlo, vale come orgoglio di farcela da soli, come consapevolezza del proprio egoismo, come impotenza dell’essere stati lasciati soli… In modo più discreto, è lo stesso trucco perfetto azzeccato ai tempi di Born in the Usa, e come allora poche immagini asciutte e dirette scavano una traccia. Questa canzone resterà.

E che un’altra canzone destinata a restare fosse Wrecking ball lo pensai la prima volta che la sentii come bonus track “americana” del DVD ad Hyde Park. Con quel vago senso di frustrazione per l’ennesimo gioiellino disperso fuori dalla discografia base, e quindi con eguale sorpresa nel ritrovarsela non solo riabilitata, ma addirittura con il ruolo di title track. Una scelta che, insieme a quelle di recuperare Land of hope and dreams ed American land, conferma il collegamento tra questo disco ed i live degli ultimi anni. Certo, c’è l’ultimo assolo di Clarence Clemons, ma c’è dentro soprattutto il mito della E Street Band ritrovata dal ’99 in poi, proprio a partire da quella canzone con cui ritornava, per la prima volta dai tempi di Born in the Usa, il suono classico modellato da metà anni ’70 a metà anni ’80, fino ad arrivare alla sarabanda irish nata con le Seeger sessions, con cui si celebrava l’intera storia della musica americana e la più grande delle band americane:

You’ve just seen
the heart-stopping, pants-dropping,
house-rocking, earth-quaking,
booty-shaking, Viagra-taking,
love-making, legendary
E!
STREET!
BAND!

In questo disco finalmente la E Street Band ha integrato alla perfezione le esperienze di Springsteen degli ultimi 20 anni; la cosa più impressionante e convincente fin dal primo ascolto di Wrecking ball è probabilmente la sequenza iniziale, che da We take care of our own si sposta da un suono classico-moderno e radio friendly, simile a Magic e Working on a dream, ad un clima familiare ma in realtà inedito. Easy money, Shackle and drawn, Jack of all trades e Death to my hometown sono canzoni che si rifanno ai canoni più antichi della musica americana, il folk, il country, il gospel, l’irish folk, e suonano contemporanee e senza tempo, importanti su disco e carismatiche dal vivo. Quasi tutti hanno indicato in Jack of all trades la canzone più forte del disco, ma a me è piaciuto di più l’impatto d’insieme ed il modo di passare da un brano all’altro, in particolare dal finale solenne di Jack of all trades al battito esplosivo della marcia di Death to my hometown. Se mi avessero fatto ascoltare una canzone così in quei tardi anni ’80, quando Springsteen decise di nascondersi e di mancarci tremendamente, e la nostre band del momento diventarono i Waterboys, i Pogues e gli Hothouse Flowers, mi avrebbe fatto letteralmente perdere la ragione. Oggi posso reggerla senza problemi e goderla come una grande idea che dà forza e calore a questo disco importante.

Nell’arte degli album di Springsteen, lo ribadisco, la sequenza dei brani ha un ruolo fondamentale, ed è bellissimo accorgersi di come avviene il passaggio da un’emozione a quelle seguenti. Pochissimi hanno parlato di This depression, ed in effetti non è una canzone da portare negli stadi, ma in mezzo a Wrecking ball, proprio in quel punto lì, si impone con un’intensità profonda, unica, con un suono atipico e straniante, in particolare quell’assolo di chitarra che a me pare, per un musicista tradizionalista come Bruce, uno dei suoi momenti più originali ed innovativi. E’ vero, sarebbe bello vederlo alle prese con uno di quei produttori “forti” che danno respiro alle canzoni, Joe Henry o T-Bone Burnett o Rick Rubin… Qui con Ron Aniello non fa molta differenza rispetto a Brendan O’Brien. Secondo me, se Bruce mai si deciderà, sarà nella fase finale della carriera, dopo i 70 anni, tipo Johnny Cash…

E per schierarmi definitivamente, dirò che la mia canzone preferita di questo disco è quella che ha diviso di più. Rocky ground non è piaciuta ai fan più conservatori, quelli che non amano molto il Bruce troppo black ed ancora meno l’idea che si sia sporcato le mani con un innesto rap; e non ha convinto chi frequenta abitualmente hip-hop e nu-soul, e che giudica troppo maldestro il suo modo di rapportarsi con culture musicali distanti. Eppure, se si riesce ad ascoltarla senza pregiudizi di alcun tipo, questa è una canzone semplice e potentissima, costruita su pochi elementi combinati con quel gusto cinematografico che il Boss ha sempre avuto, anche se utilizzando linguaggi diversi. Quel predicatore campionato sotto quelle voci soul, quelle parole cantate con la stessa consapevolezza di My city of ruins e dei momenti più intensi degli ultimi anni, quei pochi strumenti essenziali, quella sezione fiati così solenne e struggente, quei 30 secondi rappati con asciutta naturalezza, quel coro gospel pieno di purezza ed armonia. Nella lunghissima notte di magie di San Siro 2012, insieme a The promise da solo al pianoforte, è stato uno dei momenti che personalmente mi hanno più sorpreso e toccato nel profondo.

E’ la nostra storia con Bruce che va avanti, anche questa musica ha trovato il suo posto dentro di noi, e adesso c’è un San Siro 2013 da aspettare. Non è più una faccenda di dischi da ascoltare e da giudicare, non lo è mai stata. Quando durante Tenth Avenue freeze-out Bruce ha cantato When the change was made uptown and The Big Man joined the band, quando ha fermato la musica e nel silenzio improvviso si è girato verso il grande schermo con le immagini di Clarence Clemons giovane meno giovane già vecchio, quando col magone ci siamo uniti in un applauso di gratitudine ed affetto infiniti, io l’ho pensato forse molti altri l’hanno pensato, che una cosa così è a suo modo una cosa vera come la famiglia come l’amicizia, e come queste cose le capisci se ci sei dentro e le stai vivendo, per chi sta fuori sei solo un povero idiota che dà troppa importanza a scemenze senza valore… Tra pochi giorni andrò a votare ed ho una paura fottuta di qualsiasi cosa succederà, tra due settimane perfino la Chiesa cambierà e non si capisce verso quale direzione, ed io qui oggi posso dire, a 45 anni, di essere sicuro di poche cose come del 5° San Siro con Bruce, subito dopo la trasferta a Padova e appena prima di compierne 46…

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