Fantasma – Baustelle

Fantasma - Baustelle

Parlami d’amore,
nonostante la stagione che verrà.

Un disco perfetto per l’epoca che stiamo vivendo. Come l’anno scorso Padania degli Afterhours. Un compagno di viaggio di questi giorni sospesi sul baratro, con il quale si potrà tornare anche tra molti anni a ripensare a tutto questo, col senno di poi.

Fantasma è una metafora del futuro, del senso del futuro al quale ci siamo abituati. Come la Padania degli Afterhours è il luogo in cui ci siamo ritrovati ad abitare, il Fantasma abita le nostre vite e i nostri desideri, invisibile ci attrae e ci fa paura ed è sempre a lui che ci porta la nostra strada. Come Padania, Fantasma è un album complesso, nel quale è bellissimo perdersi e ritrovarsi, uno di quei dischi sempre più rari da frequentare come una volta, a lungo e con intensità, per capire meglio ad ogni nuovo ascolto. Come Padania non è l’album migliore degli Afterhours, anche Fantasma non è meglio di Amen, ma è comunque molto più di un altro grande album dei Baustelle.

Ennio Morricone, i film horror italiani degli anni ’70, l’età dell’oro in cui la musica colta e le forme artistiche popolari comunicavano tra di loro… E poi De André, tanto De André, e un po’ del Gaber di Io se fossi Dio; la canzone d’autore italiana reinventata da un gruppo cresciuto con il rock indipendente inglese degli ultimi 30 anni. E’ un disco abbondante di belle melodie, di ganci pop e di orchestrazioni perfette. Basterebbe forse solo questo per tentare di giocarsi la carta del mercato internazionale. Molti ci hanno provato con impegno, anche lavorando attentamente sulle traduzioni in inglese. Ma ad inglesi ed americani non interessano artisti di altri paesi che si muovono dentro stili e generi di cui hanno già decine o centinaia di esemplari. E invece amano Morricone, la melodia italiana, e sarebbe interessante testare l’effetto che potrebbe fare Fantasma a un certo pubblico internazionale. Ma pensandoci bene, ciò che rende veramente speciali i Baustelle è l’essenza delle loro canzoni, l’arte sublime di testo e musica in simbiosi che ti entrano dentro e ti riempiono, come quando avevi 19 anni. Qualcosa che possiamo cogliere solo noi italiani.

I camposanti
non hanno rimpianti.
Sei tu che li covi,
li rendi fantasmi.
Li canti
per sentirne meno la mancanza.
Come non bastasse l’esistenza
e l’eco che fa.
Giace qui, ad libitum,
la tua imbecillità.
Quindi lascia perdere i programmi
coi talenti e i palinsesti.
Per piacere non andare
a navigare sulla rete:
stringi forte chi ti vuole bene.
Fra le tombe del Monumentale.
Trovi Dio. Trovi Montale.
In un’opaca infinità.

Più Baustelle di così, letteralmente, si muore. Inspiegabili per chi non li capisce, per chi ha deciso di detestarli. Intraducibili per chi potrebbe apprezzare la musica perdendosi completamente la canzone. Sfuggenti perfino per chi li apprezza ma non ci è mai passato davanti, al Cimitero Monumentale di Milano. Per chi ama i testi di Bianconi, ma non ha potuto condividerne lo sguardo da provinciale trapiantato a Milano. Da Un romantico a Milano in poi, l’ambientazione urbanistica e metafisica delle canzoni dei Baustelle si è affinata con uno stile letterario sempre più sofisticato, che a tratti ricorda certe pagine di Dino Buzzati, un maestro inarrivabile nel trasfigurare la tensione della metropoli nell’inquietudine profonda dell’individuo. E fanno sorridere le tracce che si trovano in giro per la città: l’autografo sulla vetrina di Nashville “perchè amo il vinile”; neanche 20 metri più in là, sempre in via Panfilo Castaldi, le vetrine di Bloodbuster-Tutto il cinema dalla B alla Z, dove probabilmente Bianconi si è tolto qualche sfizio in fatto di film dell’orrore anni ’70…

La prima volta che abbiamo visto, da adolescenti, Profondo rosso. La vertigine esistenziale, quei volti, quei luoghi, soprattutto quei suoni che non ci saremmo mai più tolti dalla testa. Colpo di genio assoluto, ambientare dentro quelle suggestioni la narrazione del nostro terrore presente, del nostro Fantasma. Le voci infantili, i gemiti femminili, i pianoforti percossi ed i vocalizzi purissimi vanno e vengono durante tutto questo disco lungo quasi come un film, pieno di cambi di scena, di personaggi, di morti e di viventi, di dialoghi e frasi memorabili, di morali su cui riflettere ben oltre i titoli di coda, pinkfloydiani con l’assolo di chitarra elettrica epico il coro tutta l’orchestra. Questo disco, che prende di petto il mistero del tempo, e piazza un finale già prima della metà.

Tu non la senti.
Non importa.
Ciò che conta
è che mi pensi qualche volta,
che tu mangi,
che non pianga,
e che non siano violentati dalla vita
(perchè tanto è limitata)
i tuoi occhi di smeraldo.

E non ci lasceremo mai,
e anche se fosse, sarà il tempo,
non sarà l’Eternità.
Ed abbi cura un po’ di te,
e se ti svaghi o mi tradisci,
lo capisco, sai?
Io qui devo suonare ancora.
Sì, è la musica che ho scritto,
questa qua.
Ricordandomi di noi.
Dell’intera umanità.
E’ per il Finale della Temporalità,
quando tutto cesserà.
Guerra o pace, passerà.
E’ perchè crolli tutto
e cambi la tonalità:
La bemolle passi a Re.
E’ l’amore mio per te.
Perchè, quando poi l’Apocalisse arriverà,
tu ritrovi un altro me
e la vera libertà.

Il finale è il Quartetto per la fine del Tempo scritto da Olivier Messiaen in un campo di concentramento ed eseguito davanti ad ufficiali e prigionieri in un piazzale gelato con vecchi strumenti mezzi rotti. Bianconi vola altissimo sopra pregiudizi, inarrivabili maestri, vezzi stilistici e piccole autoreferenzialità: anche solo pensare di fare una canzone su un argomento così è un atto creativo unico; riuscire a realizzare una canzone così bella significa essere stati toccati dalla Grazia. Potrebbe già essere un finale, e invece Fantasma continua, e i Baustelle giocano e vincono altre sfide, sono sempre loro eppure scrivono e incidono canzoni diverse da tutte quelle degli album precedenti. Con la lingua italiana sono in grado di fare qualsiasi cosa, e allora ci provano anche con il romanesco. Contà l’inverni è come l’esatto contrario di Califano, come rileggere la poetica degli ultimi di Pasolini al negativo, ed è anche un ottimo modo per Bianconi (ne sono convinto) di riuscire a inserire in una canzone le parole “ar gabbio”.

Tanta Milano, un po’ di Roma e un po’ di tutte le città, perchè il Fantasma appare ovunque e non risparmia nessuno, nemmeno in campagna o in provincia. Ci sono immagini che riescono a rappresentare perfettamente l’universale, come in Diorama con la descrizione di queste bestie cristallizzate per sempre in attimi verosimili, sotto gli occhi dei visitatori del Museo di Storia Naturale: “Nel diorama il tempo non ci può fare male, non c’è prima e non c’è poi”. Una sorta di esperienza psichedelica per ingannare il tempo o per farsi ingannare, innocente come lo siamo tutti quando pensiamo: “Vita mia, faccio il possibile per noi”. Ma poi ci si riscuote, “il tempo passa, ce ne accorgeremo poi”. Un’altra splendida metafora, e per me che in quel parco e davanti a quel Museo ci passo tutti i giorni, un nuovo motivo di quotidiana inquietudine…

Non lo trovi emozionante
ciò che sai che sfiorirà?
L’ora dell’ibisco,
l’epoca del disco,
son finite già.

Nel brano musicalmente più povero i Baustelle alleviano per qualche istante il peso di questo sguardo angosciato sull’uomo: La natura non ti sfonda il cuore e l’anima, ma butta lì con leggerezza alcuni dei concetti più veri di tutto l’album. Tolgo la sicura, seguo la naturaE’ la metamorfosi la sola possibilitàSta nella crisalide l’essenza della vera libertà… E’ come quando ti arriva su Facebook quel pezzo di Madre Teresa: Non aspettare di finire l’università, di innamorarti… e così via. Non c’è momento migliore di questo per essere felice. Lo leggi e ti senti bene, non puoi non crederci, non può non essere così. Poi però la felicità è sempre un momento migliore che è già passato, che non sei sicuro di aver veramente riconosciuto, ma che era vero e vale la pena cercarlo ancora. Ed è per questo che, nel nostro piccolo, sappiamo bene che l’epoca del disco è finita anni e anni fa, però domani ne compreremo un altro, tra un mese e l’anno prossimo, e tra 20 anni riprenderemo in mano Fantasma e diremo, che anni che abbiamo passato, ma come abbiamo fatto?

Abbiamo sempre praticato
sospensioni del dolore
e modi di scappare.
Invece è esistenziale
la mia bestialità.
Struttura elementare
del tuo DNA.

Maya colpisce ancora è un’altra di quelle canzoni definitive dei Baustelle, come La canzone di Alain Delon, A vita bassa o Baudelaire. Dopo le quali sembrerebbe impossibile che ce ne possano essere in futuro altre così sfericamente Baustelle, le voci di Francesco e Rachele come un suono naturale che conosciamo da sempre, le parole che avremmo scelto anche noi, ma neanche se ci provassimo tutti i giorni per anni e anni. Hare Krishna Hare, e senza che ci possa essere assolutamente nulla da eccepire.

E poi c’è Il futuro. Bella e terribile da far tremare il cuore e le ginocchia. De André meets Joy Division, una roba che non avresti immaginato neanche nel disco dei sogni impossibili dei La Crus, e invece ce l’hanno fatta quei fighetti dei Baustelle…

Il futuro cementifica
la vita possibile.
Qui la vista era incredibile,
da oggi è probabile
che ciò che siamo stati non saremo più.

Annunci

10 thoughts on “Fantasma – Baustelle

    • Evvai, una bella rissa con Joyello!!
      (Invece il nome di De Andre’ si può smerdare senza problemi?)
      Comunque e’ strano che la tua anima pop ed amica del “rock in italiano” rifiuti così i Baustelloni…
      Nella mia descrizione ad effetto e’ chiaro che le proporzioni sono 80% De Andre’ e 20% Joy Division… In questa canzone ritrovo la maestosità, il gelo, la lucida disperazione di alcuni momenti di Closer. Poi non lo so, magari loro non sono neanche un riferimento per Bianconi, pero’…
      Sicuramente ti ricorderai quella bellissima compilation della Vox Pop, Something about Joy (che invidio molto all’amico Mario GaZzola, da cui la registrai 23 anni fa…). Ecco, per quanto quelle cover dei quasi esordienti Joe e Manuel Agnelli fossero brillanti ed originali, credo che il percorso per una musica italiana rock ma originale sia anche quello così particolare dei Baustelle.
      Ma se proprio dovessi scegliere una band sola, siamo d’accordo: Afterhours.

      • Di norma sarebbe meglio non smerdare nemmeno De Andrè ma, nel caso specifico, diciamo che è un nome necessario fare, trattandosi della stessa materia.
        Poi, è proprio la mia anima pop e la mia passione per la musica (non il rock) italiana che mi fa detestare (non rifiutare, io non rifiuto mai nulla: ascolto e poi giudico) una band come i Baustelle.
        Li trovo agli antipodi della musica pop e della canzone d’autore, due mondi che non sono mai così inutilmente saccenti come traspare dalle loro canzoni.
        Continuano a sembrarmi poseur tavolinati come poche altre band al mondo. Ma . Non ci sarebbe nemmeno niente di male, anche la musica ” a tavolino” ha dei lati positivi; a me basterebbe che venissero trattati per quello che sono (dei goffi emulatori dall’imbarazzante snobismo) e non venissero elevati a eredi della musica d’autore della quale non esprimono che l’aspetto bohémien, con effetti patetici (come se Tenco fosse stato un depresso, De Andrè un filosofo e Gaber un musicista). Il pop e la (nostra) canzone d’autore sono ben altra cosa.
        Per inciso, pensavo le stesse cose di La Crus.
        Poi, certo, se si parla di gusti, c’è poco da fare. Anche io amo e ascolto un sacco di robaccia di cui vado fiero… Ma qui il gusto non c’entra. Quasi nulla.

      • Probabilmente dipende tutto dal primo incontro: o scatta l’intesa o li si detesta per sempre.
        Io li sentii una sera da Matteo Bordone “Ferrato” a Dispenser con La canzone di Alain Delon e mi trovai subito in sintonia con il loro immaginario tra la provincia italiana e quella britannica.
        Massi’ che sono gusti: anche per gli Smiths c’è la scuola di pensiero dei “poseur tavolinati” e non mi pare che in quel caso tu.

  1. Che Morrissey sia un poseur non ci sono mai stati dubbi. Ma non ci ho mai sentito nulla di tavolinato in loro tranne, forse, nelle canzoni dell’ultimo album, scritte in fretta per onorare la EMI. Ad ogni modo, anche in caso di “progetto a tavolino”, hanno creato qualcosa che prima non c’era. Non erano Byrds, o Beatles, o Stones o… qualcosaltro. Erano The Smiths. Baustelle invece sono senza personalità. Scopiazzano di qua e di la e si credono stocazzo. 🙂

    (GRAZIE: era tanto che non facevo un po’ di polemica!) 😀

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...