Yes, it’s true – The Polyphonic Spree

polyphonic

“Aaah yes! The sound of the 70’s from The Polyphonic Spree…”. La voce affettata arriva alla fine del quarto brano, quando sei al primo ascolto e stai cominciando ad innervosirti e a rimpiangere i 17,50€ spesi per questo Cd. Ma Tim DeLaughter è un adorabile cazzone, sa di aver tirato troppo la corda con tutti quei suoni da FM d’altri tempi, e dopo averti fatto sorridere piazza proprio lì la prima ballata killer, You’re golden. Da qui in poi ritornano i vecchi Polyphonic Spree, ma sono nuovissimi e diversissimi, anche se dilagano nel cuore con le loro melodie e riescono a tirare su sparsi wall of sound anche senza riempire di strumenti ogni strofa e ritornello.

Dopo 3 album di esilarante follia, pieni di inni cantati in coro come una setta felice, i Polyphonic Spree sono rimasti fermi qualche anno ed hanno scelto la svolta per loro più pericolosa: diventare una band. Classico caso in cui o si prende tutto come un seguace (and I’m a believer, con i miei 3 Cd, più colonna sonora di Thumbsucker, più singolo con cover memorabile di Lithium, più album oscurissimo della band precedente, i Tripping Daisy…), o si butta via tutto stomacati da tanta felicità, i Polyphonic Spree hanno rischiato di perdere il loro gene fondamentale snaturandosi e normalizzandosi. E invece sono riusciti a compiere un esercizio di controllo sulle proprie caratteristiche distintive, facendo un salto di qualità necessario per non ripetere ancora un copione divertentissimo, ma che non aveva sbocchi possibili.

Non credo che questo sia il loro miglior disco (come ha scritto Uncut): i Polyphonic Spree si sono conquistati un piccolo posto nella nostra storia musicale con le tuniche e l’innocenza assoluta dei loro beginning stages, riuscendo a costruire su quell’idea una vera carriera. Per poterli amare aiuta molto essere (o essere stati) credenti, aver frequentato i campi-scuola dell’oratorio, avere visto da ragazzini Godspell ed essere stati a un concerto dei Flaming Lips. Il colpo di genio è stato uscire fuori da decenni di derive fallimentari nel misticismo da parte di chiunque (dai più oscuri eroi di culto della psichedelia a Bob Dylan) semplicemente spingendo oltre ogni estrema conseguenza, fino alla sublimazione, l’idea della musica come missione per conto di Dio. Così esagerati nel crederci veramente, da poterli prendere sul serio. E farsi toccare il cuore dalla loro musica; uplifting, ecco la parola perfetta.

Abbandonare tutto questo poteva essere la loro rovina. E invece Yes, it’s true li ha fatti rinascere, con la stessa anima ma con un’altra missione per conto del rock’n’roll. I nuovi Polyphonic Spree non sono più una fragile army, ma una vera band in grado di suonare qualsiasi tipo di musica. Una cazzutissima band che se stava benissimo indossando delle tuniche bianche, può veramente travestirsi da qualsiasi cosa. Ci vogliono minimo tre ascolti per comprenderlo, perchè la prima volta che fai partire il singolo You don’t know me all’inizio dell’album la domanda che sorge spontanea è: ok, gli Psychedelic Furs: ma perchè? Straniamento che cresce con Popular by design (grande titolo), in cui il classico stile Polyphonic viene… si può dire daftpunkizzato? E quando il terzo titolo (Hold yourself up: addirittura tauthologic spree) si rivela il miglior pezzo dei New Order degli ultimi 20 anni… Non ci si deve scoraggiare, perché l’anima non l’hanno persa né venduta al diavolo, ma la usano per viaggiare fra gli stili e le epoche della cultura popolare moderna. Al limite della clonazione, quando in Heart talk vengono fuori con un Bowie tra Station to station e Scary monsters più ducale del Duca.

Poi, dopo le orecchie, si spalancano anche gli occhi; e si comprende l’immaginario surreale e dadaista delle illustrazioni in copertina e nel libretto. La missione dei Polyphonic Spree non si basa più sulla spontaneità, l’umanità, la natura organica e spirituale delle cose create. Un po’ come per i loro più grandi ispiratori, i Flaming Lips, che hanno abbandonato da qualche disco l’autorevole semplicità pop dei capolavori The soft bulletin e Yoshimi… per esplorare nuovi modi di essere psichedelici: anche i Polyphonic Spree non si accontentano più di cantare e celebrare la vita, e per andare oltre utilizzano la ricchezza di linguaggio di 50 anni di rock per riuscire a scrivere altre canzoni (anzi: section, come dicono loro) polifoniche non solo con le voci, ma anche con gli stili, i simboli, le culture… E così il campionamento di flauto da Cross-eyed Mary dei Jethro Tull dà il via in Let them be ad una impalcatura melodica e ritmica in equilibrio così miracoloso da sembrare semplicissima.

E se anche non fosse il loro disco migliore, Yes it’s true riconferma Tim DeLaughter come uno dei più grandi (e misconosciuti) autori di canzoni di questo incerto inizio di millennio. E ce lo godiamo nello splendido finale di What would you do? e Battlefield: musica da ascoltare all’infinito, perchè è fino a là che i Polyphonic Spree ci vogliono portare…

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