Physical graffiti – Led Zeppelin

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Nella formazione dei miei gusti musicali c’è un peccato originale che credo per molti sia imperdonabile: fino alla bella età di 24 anni mi sono perso i Led Zeppelin. Sì, ok, Stairway to heaven, Whole lotta love, ma per il resto stavo a distanza, rinviavo, arroccato in difesa con la mia squadra come se fossimo ancora al liceo a combattere con i compagni dell’altra squadra filo hard/metal e con la loro trimurti Deep/Led/AcDc.
Ci vollero un paio d’anni di esplosioni consecutive in ambito Alternative Rock per svegliarmi e aprirmi gli occhi: Jane’s Addiction prima e poi il diluvio di rock da Seattle dell’autunno del ’91 Nevermind/Badmotorfinger/Ten, appesantirono notevolmente la mia dieta di quegli anni. Risale appunto alla fine del ’91 la mia C90 con i primi due Led Zeppelin registrati as usual da Mario: in heavy rotation per diverse settimane, finalmente riuscii ad entrarci dentro davvero. Qualche anno dopo, nella memorabile edizione di Sonoria del ’95 (seguita con Radio Lodi a diretto contatto con la Barley Arts di Claudio Trotta), un concerto incredibile di Robert Plant e Jimmy Page sotto un diluvio micidiale segnò forse l’apice del mio rapporto con questa musica. Poi negli anni recuperai 2 o 3 Cd d’occasione e con la fusione della piccola collezione (splendidamente bizzarra) di Conventional Wife mi ritrovai in casa ottime copie in vinile del II, III e IV (ricevute da un suo fantomatico vecchio amico, su cui non ho mai voluto indagare…).

Da qualche anno non frequentavo più i Led Zeppelin e tra i tantissimi buchi che ancora dovrei riempire c’è buona parte di quello che hanno fatto dopo il 1971. Continuo a rinviare l’acquisto di quella manciata di album, anche perché sono tra i più facili da pescare a prezzi ridicoli nell’usato e quindi dò sempre la precedenza ad altri ritrovamenti da prendere al volo (ormai ci sono Cd rari come e più dei vinili…). Ma nella miniera del Libraccio mi sono imbattuto in una di quelle occasioni da accelerazione improvvisa del battito ed aumento copioso della salivazione. A 9,50€ il doppio Cd di Physical Graffiti in versione replica del 33 giri, che in questo caso significa la riproduzione delle mitiche finestrelle della facciata del palazzo newyorkese immortalato in copertina. Condizioni non mint ma ottime, un prezzone che si spiega solo con la distrazione (o scarsa conoscenza) dell’addetto… magari non sapeva che fosse un doppio. Generalmente non sono un cultore delle edizioni speciali, anche se ovviamente preferisco un bell’artwork ad una banalizzazione dell’oggetto disco, che purtroppo è stata la regola per troppi anni e che ha contribuito alla scarsa considerazione del Cd rispetto al vinile. In questo caso avrei quasi voglia di mostrarlo alle Conventional Babies: una volta tanto apprezzerebbero almeno questo tra la massa di inutili oggetti che si porta in casa il papà, ma pochi minuti dopo potrei buttarlo via e far finta di non averlo mai trovato…

Questi Zeppelin del ’75 erano ancora sontuosi, anche se evidentemente affetti dall’elefantismo che dilagava in tutto il rock dell’epoca: la durata del doppio album e delle singole canzoni, la ricchezza degli arrangiamenti… Ma la grandezza della band è sempre indiscutibile dopo quasi 40 anni. Quattro musicisti mostruosi, la cui unione era superiore alla somma delle parti. Il primo dei due dischi può competere con i primi 4; probabilmente, se avessero fatto uscire un LP singolo, avrebbe acquisito uno status ancora più leggendario. Fa un po’ ridere che un appassionato con migliaia di album che non sa più dove mettere a 46 anni possa entusiasmarsi per un album di una delle band più basilari della storia del rock… Ma nel mio rapporto ad intermittenza coi Led Zeppelin, il modo in cui ascolto oggi Physical graffiti mi mette in condizione di ritrovare gli elementi che già conoscevo ed amavo in un flusso di canzoni per me nuove, o frequentate pochissimo, e comunque non nel contesto di questo album. E’ una sensazione strana e inebriante; ovviamente non la botta delle grandi scoperte degli anni vergini, ma una scossa buona in grado di far iniziare o finire bene la giornata. Ed è fondamentalmente il motivo principale per cui vale la pena continuare a comprare dischi ad oltranza.

Per esempio non sapevo che i Led Zeppelin avessero già fatto (e molto meglio) il miglior singolo dei Franz Ferdinand 30 anni prima di loro (non c’era bisogno del mio inutile blogghetto per individuare la somiglianza tra Take me out e l’hard funk di Trampled under foot, vero?). E non immaginavo la goduria vera di ascoltare subito dopo un classicone stranoto come Kashmir: come lanciarsi da un trampolino e farsi trasportare su e giù da quelle enormi ondate di suono… Erano una band sul tetto del mondo, quasi infallibili nel loro ininterrotto stato di grazia e la ricchezza di questo doppio è quella tipica degli artisti con una confidenza totale nei propri mezzi. Una varietà di stili e di colori che stupiscono ancora oggi: il folk bucolico di Bron-Yr-Aur, il blues spirituale di In my time of dying, il country-blues di Black country woman, il 70’s pop di Down by the seaside, il Classic rock di Custard pie, l’intensità da rock ballad
di Ten years gone. Nel secondo disco la qualità media è inferiore, ma anche nei momenti meno ispirati è un gran bel viaggio in quella golden age che sono stati tutti gli anni ’70: viva il punk, ma la minchiata che i grandi gruppi erano tutti da buttare nella discarica della storia è un altro dei motivi per cui solo adesso riscopriamo certi dischi…

Anni fa a New York mi ritrovai per caso a fare pellegrinaggio davanti al vero palazzo immortalato su Physical graffiti. Solo adesso ho scoperto il motivo per cui la foto non viene come sulla copertina: un piano era stato tagliato dallo scatto, in modo che l’immagine risultasse quadrata. Così come non sapevo che i Rolling Stones girarono il video di Waitin’ on a friend proprio sulla scaletta davanti ad uno dei portoni. Mi piace che un posto vero, fatto di mattoni e cemento affacciati su un marciapiede qualunque, sia anche un posto dell’anima (che quello sono, i bei dischi…).

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