Don’t get weird on me, babe – Lloyd Cole

lloydcole

Certi album vivono molte vite. Possono rinascere più volte nelle vite delle persone.

Quando Lloyd Cole pubblicò il suo secondo album solista nel ’91 (dopo i 3 con i Commotions degli anni ’80, che l’avevano portato vicinissimo al successo vero), era già, a soli 30 anni, un uomo del passato. In quegli anni esplosivi, in cui la tua musica poteva immergersi nel noise, nel dream, nel crossover, o perdersi contemporaneamente in tutte le direzioni, un disco come questo non c’entrava assolutamente niente. Non esisteva. Anch’io lo ignorai. Affondò per non riemergere mai più. Ancora nessuna ristampa più o meno deluxe gli ha reso giustizia.

Come mi è già capitato di raccontare, nell’ultradecennale rapporto di clientela con il mitico catalogo Top Ten, spesso e volentieri si buttava nell’ordine qualche cassetta in offerta a 2.900 Lire (anche per raggiungere i 10 pezzi ed eliminare le spese di spedizione). Già dopo uno o due anni dalla pubblicazione, fu quello il modo in cui entrai in contatto con Don’t get weird on me, babe. E a differenza di tanti nastri ascoltati distrattamente e messi via, questa cassetta si meritò un paio di giri in più, anche se continuavo a stare dentro storie completamente diverse.

La terza volta nella mia vita di questo disco giunse, del tutto inattesa, a fine anni ’90, quando andai al cinema a vedere Tutti pazzi per Mary. Commedia divertentissima e di volgarità politicamente scorretta, che lanciò Cameron Diaz e fece la fortuna di Ben Stiller, ma in cui non mi sarei aspettato di (ri)scoprire una grande canzone. Ricordo una scena malinconica con belle immagini di crepuscolo, in cui mi sembrava di riconoscere la melodia, soprattutto quella voce… Ci misi un po’ a capire che era Lloyd Cole, e a realizzare che quel pezzo meraviglioso giaceva nascosto in quella cassetta dimenticata. Margo’s waltz, con la sua orchestrazione languida e raffinata (Paul Buckmaster…) e quella melodia killer Sixties ma anche un po’ Eighties, mi fece tornare su quest’album, verso il quale cominciai a provare l’affetto riservato a quelle opere minori che ti entrano dentro in modi speciali.

Negli ultimi anni, in mezzo alle centinaia di album acquistati, sto recuperando su CD anche molti di questi LP e cassette. Don’t get weird on me, babe lo stavo puntando da tantissimo, ma nei miei crate digging nei negozi di usato non saltava mai fuori. Il giro giusto è arrivato all’ultimo Vinilmania di ottobre, allo stand dei due francesi che riescono a non distrarsi mai e a non farsi scappare mezza parola in italiano. Ullalà: Cinq eurò merci au revoir… La mia nuova vita con questo Lloyd Cole è ripartita più forte delle altre volte. La sintonia, adesso, è totale. Per rendere l’idea: lo metto solo un gradino sotto Rattlesnakes.

Mi piace tutto. La copertina con l’uomo solo under pale suburban skies. Le due metà esatte (le vecchie side A e side B), quella con gli arrangiamenti alla Bacharach e quella jangle anni ’80. La sua voce da Lou Reed intonato. Fred Maher alla batteria e Robert Quine alla chitarra, come nella band di Lou Reed di tutti quegli anni lì. I testi in continuo squilibrio tra cinico e romantico, come il Lou… (ok, basta). I suoni in equilibrio perfetto in quella terra di nessuno nonpiuottanta ma nonancoranovanta. I titoli perfetti come sempre, il mondo dovrebbe parlare con i titoli delle canzoni di Lloyd Cole. Il capolavoro indie pop fuori tempo massimo di Tell your sister: allora non sapevamo che farcene, adesso assomiglia al vertice assoluto della civiltà musicale della storia mondiale del genere umano. La certezza che se lo potessero ascoltare tutti quelli che si sono appassionati ai songwriter di culto del passato e del presente, verrebbero ristampati tutti i dischi di Lloyd Cole con vendite copiose. Quel momento dopo la intro di archi di There for her in cui entrano le chitarre e il piano, che sembra di ascoltare un classico dei classici di tutti i tempi, e invece è solo Lloyd Cole… poi si aggiunge sotto un’armonica a bocca e non ci si può credere che non è e non sarà mai un classico dei classici…

Solo per chi sta da sempre, tutti i giorni, tutta la vita ready to be heartbroken.

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