Pearls|Songs of Goffin and King – Carole King

Carole+KingPearls

Pur non essendo della generazione di chi è stato giovane negli anni ’70, quelli che uno dei pezzi immancabili sullo scaffale dei dischi in cameretta era quella copertina in penombra col gattone, ho una venerazione assoluta verso Tapestry di Carole King. Anche se conoscevo le canzoni più famose, l’ho scoperto a fine anni ’90, quando era cominciata la rivalutazione di quella golden age di musica di grande successo e di grande qualità. Tapestry è uno di quegli album perfetti nei quali si incrociano un’ispirazione immacolata, la definizione di un suono che dà l’imprinting a tutta un’epoca, la sintonia precisa con la sensibilità di un’intera generazione: il 1971 è stato forse l’anno più pieno di capolavori della storia del rock, l’apice probabilmente insuperabile della nostra musica.

Dopo quel disco, Carole King ha attraversato gli anni ’70 prima con qualche album ancora molto buono, poi calando progressivamente fino a diventare completamente ininfluente dagli anni ’80 in poi. L’ultimo album che merita di essere messo vicino a Tapestry è questo del 1980, in cui Carole King fa quello che forse nessun singer songwriter ha mai potuto fare: si riprende le perle migliori della sua vita prima di Tapestry. Negli anni ’60 la King era stata, in coppia con il marito Gerry Goffin, un’autrice della fabbrica di canzoni più forte d’America, il Brill Building; i loro pezzi vennero portati al successo da protagonisti e meteore di quell’eta innocente un po’ prima e un po’ dopo l’arrivo dei Beatles. Pochi gli anni tra quell’esperienza dietro le quinte e l’ingresso sulle scene da protagonista; ma anni in cui cambiò radicalmente tutto. British invasion, Dylan e tutto ciò che sta alla base del rock resero possibile che anche un personaggio normale e privo di glamour e doti vocali trovasse spazi per affermarsi, in quel nuovo ambito ancora in fase di definizione dei singer songwriters.

Lo stile intimista di Carole King si allontanò drasticamente dalla leggerezza pop degli anni ’60, acquisendo profondità nelle liriche ed un’abilità unica nel bilanciare diversi generi musicali (folk, soul e rhythm & blues, pop, jazz). Proprio in Tapestry c’è un punto preciso in cui tutti gli estremi della personalità artistica della King vengono messi in rilievo: la sua versione di You make me feel like a natural woman, scritta 4 anni prima per Aretha Franklin, rende evidente come la forza di una grande canzone possa esprimersi in direzioni differenti, con l’interpretazione di chi l’ha scritta, rispetto a quella della più grande interprete di tutti i tempi. Al termine dei ’70, Carole King si sentiva probabilmente sempre più fuori dai giochi, estranea alle nuove generazioni di artisti e soprattutto esaurita nella vena compositiva. Con grande dignità decise di realizzare un’ultima opera degna dei suoi momenti migliori, riprendendosi una manciata di quelle perle che la coppia Goffin-King aveva piazzato ai vertici delle classifiche tanti anni prima.

L’inizio di questa riscoperta tirata su per 6 € da Metropolis scoraggia un po’, perché Dancin’ with tears in my eyes è appesantita da uno di quegli arrangiamenti onnipresenti dell’epoca, tipo sigla di telefilm americano su Canale5rete4italia1 nei primi anni ’80. Ma poi, prima che finisca la canzone, ti ritrovi un sorrisone stampato in faccia, al pensiero che oggi, quando questi suoni vengono ripescati nei dischi fighissimi dei Daft Punk o di altri maestri del buon gusto post-moderno, la gente che conta va in sollucchero…

Le cose si raddrizzano comunque col secondo pezzo, uno dei motivi più famosi e spensierati dei Sixties, The Loco-motion, irresistibile anche in questa versione “matura”. L’unico problemino di questo disco non sono tanto gli arrangiamenti sovraccarichi, ma certe batterie sottili e dissanguate, anche queste tipiche di quegli anni tra ’70 e ’80, che spianeranno la strada al decennio buio delle drum machine. Eppure, la cristallina purezza melodica di queste canzoni non può essere offuscata da qualche scelta discutibile: le 10 perle scivolano via con soddisfazione continua, sicuramente epidermica, ma da prolungare lasciando ricominciare il Cd. Carole King si divertì molto a cantare queste vecchie canzoni: poche tracce della profondità dei suoi dischi da cantautrice e la gioia genuina di riscoprire una parte di sè più giovane, semplice ed ingenua, con la consapevolezza che anche in ciò che si pensa faccia parte del passato ci sono le tracce più vere di ciò che siamo.

One fine day è ancora più perfetta di American graffiti e di Happy days nel riprodurre quella nostalgia dei Fifties che anche la nostra generazione sente così forte, anche se nessuno li ha vissuti, irrangiungibili nel tempo e nello spazio. All’estremo opposto c’è una Wasn’t born to follow, patrimonio dei Byrds di Easy rider, qui completamente de-hippyzzata e riplasmata su un pianoforte, un banjo ed un violino come un paradigma ritrovato di quella che oggi abbiamo imparato a chiamare Americana. Ancora più incantevole Goin’ back, altro reperto Byrds da Notorious Byrd Brothers, con un’armonica a bocca che fa sentire i brividi solo a ripensarci. In mezzo, nelle ballate e nei migliori passaggi melodici, i puntini che uniscono la Carole autrice del passato alla Carole cantautrice di successo dei Seventies sono molto più vicini, e sono proprio i momenti in cui il distacco del revival si sente di meno.

E in effetti, più di 30 anni dopo credo che questo album si ascolti meglio. E non è solo l’affetto per Carole King, o per la musica del passato in generale. Ciò che lo rende davvero unico, sono tutti questi livelli, sovrapposti e contrapposti, di riflessi tra passato e presente. Il senso del passato come era nel 1980, che si innesta nel nostro modo attuale di recuperare quel passato; e l’eterna giovinezza degli anni ’60, che si trova oggi a fare i conti con la vecchiaia e con la morte. Ci troviamo dentro più roba oggi, in un disco così, di quando non si aveva nè il tempo nè la voglia di ascoltarlo, tra un The river e un Sandinista…

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