In on the kill taker – Fugazi

Fugazi

Oggi è un mercoledì di inizio gennaio, nuvoloso ma non freddissimo, del 2014.
Sono 30 anni che conosco il termine indie. Ho comprato centinaia e centinaia e centinaia di riviste italiane e straniere, soprattutto quelle più legate ai circuiti della musica indipendente: Rumore, Rockerilla, Mucchio, Blow Up, NME, Uncut… Ho ascoltato per anni alla radio i programmi di rock alternativo, da Stereonotte a Planet Rock, ai palinsesti di Radio Popolare. Ho trasmesso nella radio della mia città per 10 anni tutte le migliori band delle etichette indipendenti americane, dalla SST alla City Slang, dalla Matador alla Restless, dalla Touch and Go alla K Records… Frequento regolarmente Pitchfork e i siti alternativi “giusti”. Pubblico un blog di dischi e nel mio blogroll ho messo i migliori critici italiani. Leggo sempre anche Bastonate (ma non lo metto nel mio blogroll). Ho ascoltato migliaia e migliaia e migliaia di dischi.
E oggi.
In questo grigio mercoledì di inizio 2014.
Per la prima volta, ho ascoltato un album dei Fugazi.
Niente da dire, bello.
Però.
Non ho niente da dire.

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5 thoughts on “In on the kill taker – Fugazi

    • Grazie Orgio, benvenuto!
      Complimenti anche per il tuo blog, devo tornare perché e’ da un po’ che non lo visito.
      (quando vuoi innescare una bella diatriba come fai sul blog del Venerato, please feel free… Sarebbe un onore e un piacere…)

      • Grazie a te dell’ospitalità!
        Ho recentemente letto il capitolo sui Fugazi in “American Indie 1981-1991” (tra l’altro, la traduzione di Bordone è ottima), e mi associo alla tesi di Azerrad: molti, sia nel pubblico sia tra gli altri musicisti, dichiarano di amare, o almeno di stimare, i Fugazi per “sublimare” il senso di colpa, variabilmente sentito, per contribuire a perpetrare il carrozzone del music business, i primi, e per non riuscire ad essere totalmente indipendenti come fanno loro, i secondi. I Fugazi, in pratica, sono stati elevati al ruolo di asceti del rock ‘n’ roll, una specie di figura mitica che aleggia ieratica a dimostrare le potenzialità eversive, sotto il profilo sia musicale sia economico, dell’underground. Mi chiedo se questo atteggiamento non sia, in realtà, controproducente, perché di fatto sembra dispensare da giudizi critici sul valore della proposta musicale del gruppo. E forse, in ultima analisi, è questo rassicurante e comodo “mito dei Fugazi” il motivo per cui anche vecchi appassionati dell’underground USA come noi hanno potuto far passare decenni prima di ascoltarli.

      • Grande Orgio! Hai descritto in modo impeccabile una parte di quello che volevo trasmettere con questo strano, laconico post. Il dubbio che mi resta e’ come li considererei oggi se li avessi ascoltati 20 anni fa: con affetto simile a quello che provo per Husker Du o Dinosaur Jr. o con il rispetto devoto per i santi?

      • E chi può dirlo? Forse entrambe le cose, e l’affetto sarebbe stato amplificato dalla constatazione di trovarsi di fronte a una band anomala ed eccezionale per modus operandi (ma anche per stile, via). In ogni caso, già il desiderio di “scoprirli” a distanza di decenni è indice del loro valore non solo nominale e, passami il termine, allegorico, ma anche strettamente musicale. Il quale, in ogni caso, per quanto mi riguarda non è paragonabile a quello di gente come gli Hüsker Dü, i Black Flag o i Meat Puppets (anche se qui scendiamo in territori più opinabili, perché orientati dal e sul gusto personale).
        Come che sia, gran bel post!

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