25 25 after 89: EACH MAN KILLS THE THING HE LOVES – GAVIN FRIDAY (4/25)

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Mi ritrovo sorprendentemente affezionato a questo disco, dopo averci litigato sopra tantissimo con Mario, ai tempi. Lui acquirente entusiasta, io scettico duplicatore su C60. Per lui capolavoro indiscutibile, con argomenti inoppugnabili: un autore in stato di grazia, un interprete poliedrico e teatrale, musicalmente vario e ricco di melodie memorabili, liricamente raffinato e letterario, produzione griffata da uno dei più grandi di sempre. Per me impossibile da amare veramente: troppo letterario, troppo teatrale, troppo artefatto per la mia ruspante idea di rock. In ogni caso, memorabile, se ne riconosco le tracce da qualche parte in profondità dentro di me.

Recuperato tempo fa su CD a 2,5 € da Metropolis, le mie orecchie invecchiate lo digeriscono molto meglio oggi. Anzi, mi piace un bel po’. Anche se per il mio palato i toni melodrammatici di Gavin Friday continuano ad essere sgradevoli, ed i post-darkismi decadenti (con certificazione fotografica di Anton Corbjin) sono ancora lontani dalla mia sensibilità, in questi 25 anni ho assaggiato di tutto e, a proposito di poseur, ho amato tantissimo i Pulp di Jarvis Cocker. Che sono tutta un’altra cosa, ma quanto ad approccio vocale affettato sia Gavin che Jarvis, in confronto, fanno sembrare Morrissey un austero e misurato folksinger.

Friday era stato il leader dei Virgin Prunes, band di culto nella seconda linea della scena goth anni ’80. Per questo esordio solista riuscì ad incrociare una congiunzione astrale irripetibile, affidando le canzoni migliori della carriera alla regia sonora di Hal Willner, al culmine dei suoi poteri di Re Mida artistico (ogni progetto su cui metteva le mani diventava un diadema scintillante, soprattutto gli album tributo alla musica di Monk, Weill, Mingus, i film di Disney…). Ne uscì un piccolo grande capolavoro sconosciuto ai più, in cui Gavin Friday occupava uno spazio stilistico unico, uno stranissimo punto d’incontro tra Nick Cave, Bryan Ferry ed il Bono di Unforgettable fire.

Era uno scarto sorprendente e seducente dagli esistenzialismi wave che, diciamolo, dopo un decennio avevano decisamente rotto i marroni, verso una personalità matura, “classica”, in qualche modo più affine al Lou Reed di New York che ai coetanei post-punk ancora indecisi sulle direzioni da prendere. Fuori dal tempo, allora come oggi, e per questo meriterebbe la sua bella rivalutazione tutta una vita dopo. Ha fatto altri 4 album in questi 25 anni, ma il più bello era arrivato troppo presto e troppo in alto per riuscirci una seconda volta. He got what he wanted, he lost what he had. E’ il destino di tutti, lo sapevamo già allora. Ed oggi possiamo solo continuare a cercarlo, ciò che avevamo, incapaci di liberarci di ciò che desideriamo.

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