25 25 after 89: PLAYING WITH FIRE – SPACEMEN 3 (6/25)

Spacemen3

A parte qualche assaggio radiofonico all’epoca, quest’album l’ho effettivamente ascoltato solo qualche anno fa, nei miei infiniti recuperi di classici perduti. Ed è strano, perchè dagli anni ’90 in poi non mi sono perso nessuno degli album di Jason Pierce con gli Spiritualized: uno dei più cari compagni di strada della mia generazione. Ancora più strano, a pensarci bene, perchè l’album precedente degli Spacemen 3 (The perfect prescription) l’avevo da sempre su cassetta ed il seguente (Recurring) idem su vinile. Playing with fire era il grande tassello mancante nella mia discografia di J Spaceman, nonostante il suo status di “disco migliore della carriera” secondo alcune storie o liste rock. Secondo me non è così, ma quel che importa qui è che questo album doveva esserci, a questo punto della mia storia di 25 anni fa.

Gli Spacemen 3 erano una specie di concentrato iperrealista di tutto ciò che era indie, psichedelico ed alternativo in quegli anni formidabili. La quintessenza dell’attitudine rock in discendenza diretta con i Velvet Underground e tutti gli altri progenitori più cool degli anni ’60/’70: Stooges, 13th Floor Elevator, MC5, Suicide, Syd Barrett… Caratterizzati in modo così forte che finivo per non cogliere bene la loro identità, il valore effettivo delle loro composizioni e preferivo dedicarmi ad altro. Per entrare in sintonia con Jason Pierce aspettai fino al secondo album degli Spiritualized, per poi presentarmi pronto all’appuntamento col capolavoro assoluto di Ladies and gentlemen we are floating in space nel ’97. Mi conquistarono gli arrangiamenti ricchissimi ed originali con cui il nostro Uomo dello Spazio costruiva le sue canzoni fragili ed imponenti come cattedrali di cristallo, una visione di musica in cerca dell’assoluto ancora più ambiziosa di quella dei Verve di Urban hymns o dei Radiohead di Ok computer. Eppure gli ingredienti base erano già tutti evidenti in questi Spacemen 3.

Innanzitutto gli stili compositivi di J Spaceman e dell’altro autore Sonic Boom non erano così dissimili come diventarono qualche anno dopo, arrivando rapidamente alla separazione delle carriere. C’era già quella capacità sublime di catturarti completamente con un minimalismo estremo: un accordo fisso di tastiere, un ritmo leggerissimo, un basso e due note ripetute ipnoticamente, così è fatto un capolavoro senza tempo come Let me down gently. Ma sapevano anche costruire strati di rumore e melodia, sempre in bilico tra armonia e dissonanza, che allora erano solo moderna psichedelia (Revolution) e che poi diventarono moderno classic rock, nell’ultima stagione veramente memorabile che ci toccò in sorte. E soprattutto avevano già inventato quel linguaggio unico, difficilissimo da imitare, fatto di invocazioni al Signore, di dialoghi con Gesù, di disperazione assoluta e di glaciazione spirituale, un blues bianco come le melodie purissime e l’anima messa a nudo, un blues bianco come il rumore elettrico degli amplificatori in distorsione.

La musica di Jason Pierce ha sempre avuto queste qualità ed è per questo che è senza tempo, come quella di nomi più noti e celebrati. Quando diventa la tua musica, è per sempre. Perché quel modo di sentirsi bisognosi di perdono, di sentirsi meritevoli di perdono; quel modo di rivolgersi a Nostro Signore dagli abissi di sè stessi (Lord can you hear me when I call? / Lord can you hear me, hear me at all?) è troppo nostro. Siamo noi, che cerchiamo la cura nella melodia più dolce o nel feedback più assordante. Per quanta felicità o desolazione la vita possa darci, abbiamo sempre il rock’n’roll e bastano solo ciiiiinque secondi…

It takes just five seconds,
just fiiiiive seconds
of decision
to realize
that the time
is right
to start thinkin’ about
a little
Revolution.

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One thought on “25 25 after 89: PLAYING WITH FIRE – SPACEMEN 3 (6/25)

  1. grandi, e ancor più grandi gli spiritualized. Floating mi resterà per sempre nella memoria come il disco che accompagnò l’ultimo grande ehm..viaggio fatto a psychedlic city.

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