25 25 after 89: MOSQUITOS – STAN RIDGWAY (8/25)

Stan-Ridgway-Mosquitos-547054

C’è un album uscito quest’anno che ha provocato reazioni opposte tra gli appassionati: Lost in the dream dei War On Drugs. Dalla stampa specializzata ai blog, in decine e decine di commenti su Facebook, trovi chi è impazzito e lo considera uno dei pochi capolavori degli ultimi 15 anni, e all’opposto ci sono quelli che non lo sopportano. La ragione principale di questo accanimento sono i suoni che la band ha scelto per queste canzoni, uno strano ibrido tra le produzioni di rock americano radio-friendly degli anni 80 e l’eclettismo indie di questo inizio di 21° secolo. Pur non arrivando a certi deliri di esaltazione, io sto dalla parte di chi apprezza quest’album, proprio per come sono state reinterpretate le atmosfere sintetiche e colorate che caratterizzarono (prevalentemente negativamente) quel decennio ormai lontano che continua a far discutere. Me ne ero già accorto in questi ultimi anni, ed evidentemente non sono il solo: con il tempo un’aura di nostalgia (ma anche la capacità di comprendere meglio uno stile nella sua prospettiva storica) ha migliorato la percezione di certa roba che ci faceva scappare inorriditi. Per questo mi sembra un processo naturale che chi crea musica oggi si ispiri anche a quest’epoca e spesso la cosa funziona grazie al fatto che si tratta di atmosfere non abusate, anche se estremamente famigliari.

Queste considerazioni mi sono venute in mente riascoltando Mosquitos di Stan Ridgway e ripensando ai motivi per cui non lo acquistai all’epoca, ma solo recentemente (un bel 7€ al solito Libraccio). Chiariamoci bene: non c’entra niente con i War On Drugs, ma negli 80s Ridgway aveva tentato una modernizzazione della canzone d’autore americana che meritava più consensi e che indirettamente giunge oggi a compimento nella musica di un’altra generazione di artisti. Il suo capolavoro indiscusso è The big heat dell’86 e quello ce l’ho da parecchi anni (prima in cassetta e poi in CD), per cui il valore straordinario di questo autore americano mi è noto. Ma per quanto abbia apprezzato quell’album e gli altri momenti più conosciuti della sua carriera (Call of the West dei Wall of Voodoo, il singolo Don’t box me in dalla colonna sonora de I ragazzi della 56^ strada di Coppola), non gli ho concesso mai troppa attenzione, per un motivo ben preciso e molto stupido. Tutta quell’elettronica sparsa nei suoi pezzi: con discrezione, sempre originale e mai banale, ma fastidiosa per il mio orecchio di quegli anni. Qualche anno dopo la mia mente si spalancò, lui perse un po’ di smalto e per parecchio tempo ne persi le tracce.

Adesso è un buon momento per riscoprirlo, Stan Ridgway. Per me, ma direi per chiunque. I suoni di Mosquitos appaiono un attimo datati e un attimo dopo addirittura esaltanti per la freschezza e contemporaneità di certe soluzioni. Una capacità unica di farti sentire l’asfalto il sole l’odore delle strade d’America, dentro e fuori Los Angeles e le più sperdute Lonely Town e di portare queste sensazioni in alto, metafisica totale, grande letteratura americana. Il tocco magico dei grandissimi, però senza la patina della leggenda e delle mitologie.

You got a mission in life
To hold out your hand
To help the other guy out
Help your fellow man
That’s why I own this bar
They’re thirsty outside
I give them oceans to drink
Then they drown in the tide
They just drown in the tide…

Ti ritrovi davanti una galleria di personaggi da B-movie anni 70 e 80, universali nel loro finire schiantati contro il proprio destino, nel loro rialzarsi e risalire sulla vita come una missione. Ti riconosci in pezzi di dialoghi e in singolari illuminazioni che danno senso allo svolgersi dei giorni. C’è qualcosa nella voce di Stan Ridgway, una vera voce narrante che racconta senza bisogno di spiegare, e la sua musica ha quella qualità che si definisce cinematica; non è un caso che abbia speso gli anni di apprendistato perseguendo il sogno di scrivere colonne sonore, prima di scoprire che con le canzoni poteva realizzare veri e propri film…

Calling out to Carol era il singolo che doveva lanciare l’album. La sentivo sempre nei rock show alla radio e faceva capolino anche nei canali commerciali (credo sia la sua canzone più nota, nonostante lo status di cult di The big heat). Anche se mi piaceva, non faceva scattare la molla: il grande equivoco per cui un ritornello-tormentone non poteva portarsi dietro l’intensità che volevo nei miei songwriters… 25 anni dopo non la trovo per niente sciupata: c’era più spessore in questo pop o nelle chitarre rock’n’roll che cercavamo disperatamente nelle vie secondarie? 25 anni dopo, è pazzesco ma c’è qualcosa nei suoni e nelle melodie di Mosquitos che lo fa sembrare una versione lo-fi di The nightfly: lo stesso vagare tra il crepuscolo e l’alba, magari sulle frequenze di una radio oltre i confini della grande città, dentro i paesaggi del Grande Nulla, baristi che salvano il mondo, meno jazz, più country e più rock…

E al crepuscolo arrivano le zanzare, entrano dalle porte, si posano sui parabrezza, non gliene importa niente del Natale… Forse i dischi che non invecchiano mai sono quelli da ascoltare di notte, persi nel sogno, in quello di 25 anni fa o in quello di oggi. E poi è estate, anche se non sembra. Sì, è proprio il momento giusto per riscoprire Mosquitos…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...