25 25 after 89: FULL MOON FEVER – TOM PETTY (9/25)

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Le chitarre del prossimo album di Tom Petty and The Heatbreakers. Pare siano strepitose: l’ha annunciato Vites, c’è scritto anche su Uncut. Andiamo subito a sentirle in rete, che ci vuole? Ma no. Ma che fretta c’è? Aspetta almeno che esca. Io mi riascolto le chitarre di Full moon fever, con il tocco della produzione di Jeff Lynne, mai così attento a restare dalla parte giusta del rock’n’roll. La perfezione non esiste, tanto meno nel rock’n’roll. Però non lo so se un disco può suonare meglio di così…

Sono così in debito con Tom Petty che potrei aspettare ad ascoltare le sue nuove, favolose chitarre anche qualche mese dopo l’uscita. Full moon fever lo evitai all’epoca; ce l’ho da qualche anno, ma non l’ho ancora ascoltato abbastanza. Ho recuperato quasi tutti i suoi album, ma li dovrei ascoltare ancora ed ancora, tutti quelli che non so a memoria. Ero fermo a Pack up the plantation: uno dei live della vita, anche se non lo sapevo ancora. Con tutti i suoi difetti, uno di quei doppi album assorbiti a sazietà, codificati nel DNA. Poi mi sono buttato sui dischi della mia generazione e Tom Petty l’ho dato per scontato, guardato con simpatia ma da lontano. Per tutti quegli anni Tom Petty non c’era nel mio presente, stava indietro mentre io correvo avanti.

Attenzione. Questo è un punto cruciale di questa ricerca del futuro nel 1989. Perché ormai da quasi una decina d’anni il mio suono del presente è proprio Tom Petty. Ok, diciamo che lui è uno dei centri di gravità della musica che ascolto di più: Americana, per usare una parola i cui confini si possono estendere dai Grandi Vecchi ai giovani (ed ex giovani) che si rifanno alle radici. Oppure: country music for people who like The Smiths (come ha ricordato Billy Bragg in concerto un paio di settimane fa). Ed è così che uno dei dischi che mi interessano di più tra quelli in uscita è Hypnotic eye di Tom Petty and The Heartbreakers. Quindi? Tutto quel correre in avanti per ritrovarmi in un presente che era già passato 25 anni fa?

Quando ho ricominciato ad ascoltare questa musica, oltre al piacere enorme che mi dava immergermi in certi suoni e nelle storie dentro le pieghe delle canzoni, la cosa che più mi ha colpito e che mi ha spalancato la mente è stato questo modo di stare nel presente, che avevo trascurato e quindi non conoscevo. Secondo la scuola di pensiero dominante, il rock deve guardare lontano, il presente significa stagnazione. Ci ho messo un po’ di anni a capire che, per quanto vero possa essere, giocare a quel gioco non è da tutti, non è per sempre. E che il rock non è una cosa sola. Soprattutto cambia nel tempo, anche senza aspettare 25 anni… C’è posto per tutti, ma quelli più bravi stanno nel presente anche quando tu non ci sei. Ti aspettano, quando il tuo presente deve arrivare. Full moon fever scalava le classifiche ed io passavo oltre; ma in quel mio darlo per scontato c’era l’intuizione (tutta istintiva, per nulla consapevole) che intanto era lì, e che prima o poi l’avrei ascoltato. Ricomincio quando voglio.

Hey baby, there ain’t no easy way out
Hey, I will stand my ground
And I won’t back down.

Well, I know what’s right
I got just one life
In a world that keeps on pushin me around
But I’ll stand my ground
And I won’t back down

Tom Petty nell’89 mise in disparte gli Heartbreakers, così come Bruce Springsteen diede il congedo alla E Street Band. Ma mentre per il Boss il distacco durò un decennio, e senza il suo punto di riferimento vagò divertendosi parecchio e senza lasciare molte tracce realmente importanti, Petty si riunì presto con la ditta e in questo suo primo giro da solista mise insieme una delle sequenze di brani più forti di tutta la sua carriera.
Gli Heartbreakers mancano ma non mancano. C’è Mike Campbell e sulle sue chitarre Jeff Lynne spolvera brillantezza e luccicanze prodigiose, inattaccabili dal passare degli anni. Sembra un filo troppo pop, ma è un filo di perle meraviglioso che rende il tutto ancora più rock’n’roll. Le chitarre acustiche sovrapposte nel ritornello di Runnin down a dream sono l’essenza dell’immortalità di questa musica vecchia di 60 anni (come sembravano già vecchi Bob Dylan e George Harrison nei Traveling Willburys, ed erano come me ancora nei loro 40 anni… Roy Orbison è morto che ne aveva solo 52!). Sulle canzoni di Full moon fever c’è come una semisfera di cristallo puro ed infrangibile che le preserva dall’invecchiamento: ci scommetto i sette 45 giri estratti da Born in the USA che anche tra altri 25 anni sarà così.

Questa classicità si eleva al quadrato nell’unica cover dell’disco: tutt’altro che un riempitivo, anzi il vero baricentro dell’album, forse dell’intera discografia di Tom Petty.
I’ll feel a whole lot better non cambia praticamente nulla dell’originale dei Byrds (di quasi 25 anni prima…), ma riesce nella magia di non suonare come un bellissimo pezzo del 1965, o come una grande cover del 1989. No, quei 2 minuti e 50 sono la promessa mantenuta del rock’n’roll: tutti i giorni che ascolterai questa canzone ti sentirai a whole lot better. Capisci perchè il rock è meglio quando sta nel presente? Capisci perché non ne hai mai abbastanza di chitarre così?

Il mistero è tutto in quelle chitarre che continuiamo a cercare, ad aspettare, a riascoltare. Cosa c’è lì dentro che ci attrae irresistibilmente, che ci accompagna la vita, che ci risolve le giornate? Non so se è importante scoprirlo; mi basta averlo capito molto tempo fa, mi piace mettere via il disco stasera e rimetterlo su domani…

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