25 25 after 89: MARIA MCKEE – MARIA MCKEE (16/25)

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Quella dei beautiful losers è una figura esclusivamente maschile, con centinaia di esempi sparsi in 50 anni di storie rock. Ma se c’è una donna a cui starebbe bene la definizione di bellissima perdente, quella è Maria McKee. Tanto per cominciare, bellissima lo era davvero: le copertine del primo album dei Lone Justice e di questo esordio solista erano dei colpi al cuore dei tardo adolescenti che eravamo (siamo?). Quegli occhi azzurri e quelle ciocche bionde erano oggettivamente irresistibili e l’abbinamento con la sua voce ricca di tiepidi abbracci e di scariche di adrenalina ha acceso una passione che dopo 30 anni è ancora viva: i dischi di Maria Mckee non li ho mai cercati, ma ogni volta che ne ho trovato uno non me lo sono lasciato scappare. E adesso li ho quasi tutti.

A dire il vero ce n’è uno che negli ultimi anni sto cercando continuamente, nei miei frequenti ravanamenti in mezzo a mucchi di CD usati, ed è proprio questo Maria McKee del 1989. Di cui possiedo bizzarramente la cassetta originale (meraviglioso sfizio da poche lire dai favolosi cataloghi Top Ten di tanti anni da…), ma che vorrei tanto sul più solido supporto di cui è costituito il 90% della mia collezione. Lo so, non ditemelo: con qualche clic mi potrebbe arrivare a casa in pochissimi giorni. Ho anche guardato, ci sono una mezza dozzina di shops che lo mettono a meno di un euro. Ecco, questo nel complesso sistema etico di Conventional Records non va bene. Perché io li amo, i conventional records, e mi dispiace quando vanno via a prezzi da mini pacchetti di patatine nei distributori automatici. E allora prendilo da uno che lo vende a 8 o 10€, no? No: è mooolto più complicato di così… Diciamo che le condizioni per comprare un disco su internet e non in un negozio sono molto rare e particolari. Comunque, se trovate The Basement Tapes Complete a meno di 100€, fatemelo sapere.

Così i riascolti di questo album ormai dimenticato sono stati di sera tardi, con le Conventional Babies a letto ed il volume basso, riavvolgendo il nastro e ripartendo da I’ve forgotten what it was in you (that put the need in me). Ed anche senza spararsi il suono bello loud in cuffia, la piccola bellezza di queste canzoni mi è entrata nuovamente dentro. Avevano tutte le qualità per consacrarla tra i grandi: eccellenza compositiva, personalità ed una lista di musicisti da sogno. Richard Thompson, Steve Wickham, Robbie Robertson, Jim Keltner, Tony Levin, Marco Ribot… Con gente così e con la produzione di Mitchell Froom, le canzoni risplendevano come diamanti. Eppure non bastò. Eppure non è abbastanza per riscoprirla tanti anni dopo, in un’epoca in cui vengono riesumati anche i personaggi più oscuri ed improbabili.

E’ strano: questo album è la quintessenza di quel classic american rock, ormai più brevemente ed universalmente definito Americana, che si è consolidato come punto di approdo per tanti come me che hanno attraversato decenni di piccole e grandi ramificazioni della grande pianta del rock (per non parlare di quelli che non si sono mai mossi da lì). In quell’ambito, anche al di fuori dei grandi e grandissimi sulla breccia da 30, 40 o 50 anni (Dylanspringsteenpetty e la litania dei Santi Americani), ci sono decine di artisti, con livelli diversi di fortune commerciali, che si sono conquistati un proprio pubblico consolidato, che pubblicano più o meno regolarmente nuovi album e che si esibiscono in giro per il mondo. Maria McKee, dopo aver tentato per una decina d’anni, inutilmente, di ottenere il successo vero, si è ritagliata uno spazio indipendente, con piccoli album a cadenze sempre più dilatate, accettando definitivamente il suo ruolo di artista minore, accontentandosi di quella ristretta fascia di pubblico che la ricorda con affetto.

Maria ha perso. Non è più bellissima, ma sembra avere sempre quel volto da American girl che può ricordare senza rabbia amori passati come Benmont Tench (e le belle collaborazioni con Tom Petty) ed amicizie importanti come quella con Steve Van Zandt (non credo fu un caso che Springsteen, nei suoi anni senza E Street Band, scelse come chitarrista l’ex Lone Justice Shane Fontayne). Non viene mai citata tra le grandi donne del rock, ma ogni volta che qualcuno posta un suo album o video sui social network o su blog e blogghini vari, qualcun altro reagisce, commenta, ricorda con affetto. Ecco, lei è come l’ex ragazza di Glory days, che si rivede tanti anni dopo, ed è ancora un tuffo al cuore, una birra insieme, un pugno di canzoni che non si dimenticano. Ci si promette di restare in contatto, nella vita reale non avviene quasi mai, con le canzoni e con i dischi è per sempre.

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3 thoughts on “25 25 after 89: MARIA MCKEE – MARIA MCKEE (16/25)

  1. Carissimo Andrea,
    perdona (il parziale) off topic. Ti confesso che dischi di Maria non ne ho mai ascoltati, mentre conosco, e apprezzo, quello d’esordio dei Lone Justice. Tuttavia, il ricordo di Maria, e del suo look, apprezzato a poche decine di metri, sul palco dello stadio di Modena, prima del concerto degli U2, rimane scolpito nella mia mente, e nel cuore, di adolescente dell’epoca.
    Con stima e simpatia,
    Andrea

  2. I was there… Quel concerto è stato un evento topico degli anni ’80 per la nostra generazione.
    E con una line up da paura: Lone Justice, i B.A.D. di Mick Jones, Pretenders e U2.

    • Sono d’accordo: a distanza di trenta anni scopri, pian piano, che “tutti” quelli della nostra generazione erano lì! Anche se Bono non aveva voce, tanto cantavano tutti.. Che dire? Bei tempi! Eh, Mick Jones.. per me che non sono mai riuscito a vedere i Clash, fu un’emozione .. Certo non come quella di vedere Maria!

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