4 Classic Albums 1970-73 – The 5th Dimension

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Tra le mie passioni più bizzarre, quella per i 5th Dimension è una delle più difficili da condividere. Anche tra il pubblico del mercato sempre più ecumenico delle ristampe, in cui vengono restituiti spicchietti di gloria persino ai personaggini più oscuri e dimenticati, questo doppio CD non se l’è filato praticamente nessuno. Io quando l’ho avvistato, sul tavolone come sempre riccamente apparecchiato della premiata società di importazione discografica I.R.D. alla fiera di Novegro di febbraio, ho avuto un sussulto di felicità piena.

Ben 4 album completi in un’unica raccolta a soli 15€, dalla discografia dimenticata di un gruppo troppo fuori dalle righe dei generi. Un complesso vocale black formato da tre uomini e due donne, quindi molto lontano dall’immagine di classica band rock; ma con scelte musicali, negli arrangiamenti e nel repertorio, apertissime verso il mondo del pop e del rock bianchi. Un’identità ibrida a partire dal nome scelto (la Quinta Dimensione già celebrata dai Byrds), che metteva insieme stili e mondi in teoria inconciliabili: il soul e l’easy listening della tradizione americana del jazz leggero da una parte, e dall’altra il rock psichedelico ed i singer-songwriters che seguirono l’esplosione di Dylan. Un percorso iniziato proprio nell’anno in cui la psichedelia raggiunse il suo culmine (il 1967), e che nel secondo album The magic garden esplorava stranissime orchestrazioni su linee melodiche continuamente in bilico tra canzone tradizionale e deviazioni allucinate, grazie alla collaborazione con Jimmy Webb, un altro mezzo genio dimenticato di quell’epoca pazzesca. Un album che piaceva molto a Nick Drake, e che risulta spiazzante anche dopo 50 anni. Poi però i 5th Dimension “normalizzarono” il loro stile, incontrando un buon successo commerciale e raggiungendo un picco con la loro versione di Aquarius/Let the sunshine in dal musical Hair, subito dopo che era uscito.

Ed in effetti quel medley, un classico di tutti i tempi, rappresentava perfettamente la sintesi di stili perseguita nei suoi momenti migliori da questo gruppo unico: una melodia killer ed un chorus epico che divenne subito inno generazionale, con un groove in grado di agganciare sia il pubblico bianco che quello nero, in un mondo (ricordiamolo) che era appena stato attraversato dalla cometa Beatles e che ancora per qualche anno fu veramente aperto a tutte le possibilità… In quel tempo rigoglioso i 5th Dimension, come molti altri all’epoca, viaggiarono ad un ritmo serrato di un album (più svariati singoli) all’anno. Purtroppo questa loro identità così frammentata ha fatto sì che per decenni siano stati ristampati solo su raccolte che, secondo me, non hanno mai centrato le loro migliori qualità. Io sono un ragazzino modesto: però penso che se lasciassero compilare a me un The Essential 5th Dimension, tirerei fuori un capolavoro da isola deserta…

Comunque credo che questo doppio CD sia un modo particolarmente efficace per conoscerli ed apprezzarli. Nessuno dei 4 album integralmente riprodotti (Portrait, 1970; Love’s lines, angles and rhymes, 1971; Individually & collectively, 1972; Living together, growing together, 1973) può essere considerato da avere, o di interesse particolare come The magic garden: forse solo Portrait potrebbe stare in piedi da solo. Ci sono un po’ troppi pezzi dolciastri, è tutto troppo levigato, gli incastri tra voci soliste e cori sono sempre troppo perfetti… Però la qualità media non scende mai sotto la soglia della gradevolezza: dopo i primi anni con Jimmy Webb, il produttore che si prese cura di loro in questa fase fu Bones Howe, che ogni buon rockettaro dovrebbe ricordare ed apprezzare alla guida dei primi album di Tom Waits. Ma soprattutto ci sono sparse alcune canzoni meravigliose realizzate con gusto e cura artigianale. Perfect Pop From The Golden Age. Dalla penna di Burt Bacharach & Hal David, e di Elton John & Bernie Taupin, e poi di Paul McCartney, Sam Cooke, Dave Mason, Neil Sedaka, Harry Nilsson, Paul Anka… E più di tutte, di Laura Nyro. Probabilmente i soldi veri che la grandissima cantautrice newyorkese fece con le sue canzoni, le arrivarono proprio grazie alle interpretazioni dei 5th Dimension, che ne scelsero parecchie per il proprio repertorio. Una su tutte: Save the country. Una delle canzoni della vita, semplicissima e purissima, preziosa oggi come allora.

Due di questi dischi che adesso possiedo finalmente su CD li ho avuti anche su LP. Living together, growing together ce l’ho ancora: non un granchè, però contiene la bella title track di Bacharach, Day by day che è una delle canzoni più belle da Godspell (un altro musical un po’ dimenticato di quegli anni), ed un piccolo misconosciuto inno alla musica (There’s nothin’ like music). L’altro LP era Portrait, proprio il migliore: mi entrò in casa nei profondi anni ’80 grazie a Conventional Mother, che lo raccattò miracolosamente, insieme ad un’altra manciata di album, in parrocchia in mezzo alla fuffa di qualche mercatino (ricordo che nel lotto riscattato con modesta offerta libera c’erano tra gli altri anche Blind Faith con copertina alternativa antipedofili, Disraeli Gears dei Cream, un paio di Creedence e gli imbarazzanti Mungo Jerry). Mi innamorai di Puppet man e di Save the Country, ma il vinile non era proprio in ottime condizioni e sciaguratamente lo vendetti ad un negozietto eroico di Lodi (in via Magenta, does anybody remember?), che resistette fino alla seconda metà degli anni ’90. Mi dò del pirla pubblicamente: la copertina impressionista era STRE-PI-TO-SA, appesa in soggiorno starebbe da Dio…

Comunque il danno era fatto: intanto Portrait me l’ero registrato su cassetta, una di quelle sfigatine, che finivo però per riascoltare più spesso della roba “seria”. E così l’imprinting di questa strana black music, dolce ma acidella, mi entrò nel DNA, e mi ha fatto amare negli anni tanta altra grande musica sicuramente più blasonata, da Curtis Mayfield a Sly Stone, da Isaac Hayes ai Funkadelic. E mi ha fatto vivere, una notte a Londra di quasi 20 anni fa, una delle epifanie musicali più sconvolgenti e memorabili della vita: I am the black gold of the sun, ed attraverso i Nuyorican Soul conobbi gli ancor più dimenticati Rotary Connection, l’unica altra band della storia paragonabile ai 5th Dimension. Ed è stato lo stesso imprinting che mi ha condotto ad un’altra insana, molto più recente passione, quella per i Polyphonic Spree… Ma questa è un’altra storia (sempre di gente in missione per salvare il Paese…).

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