14 songs – Paul Westerberg

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Questo l’ho ricomprato, sempre al famigerato “Last Vinilmania Ever” di aprile, a soli 5€.

L’avevo acquistato usato, un annetto dopo che era uscito.

Poi l’ho rivenduto, credo a Psycho, quando c’era ancora il povero Stiv Livraghi (per cui doveva essere l’inizio del ’99).

Stavo per andare a vivere da solo e pensavo di dovermi alleggerire un po’…
Passai in rassegna i miei CD e ne selezionai alcuni che, in quel momento, mi apparivano superflui. Quelli che non riuscii a vendere in negozio, li misi in vendita in radio, in un’autoironica rubrica di quella che è rimasta la mia ultima trasmissione, Alta Fedeltà: il format che mi ero inventato ricalcava a grandi linee i temi del libro di Nick Hornby, simulando persino la vendita di dischi in offerta specialissima. Fu così che in qualche settimana mi separai da una manciata di album. Alcuni dei quali dimenticati senza rimpianti, mentre qualcuno l’ho poi cercato, o ritrovato per caso.

All’epoca avevo giusto un paio di album dei Replacements. Poi negli anni mi sono procurato quasi tutta la discografia completa, ed anche se storicamente i miei preferiti, tra le due grandi 80’s indie band di Minneapolis, erano e rimangono gli Husker Du, ho imparato ad apprezzare la bellezza assoluta che i Replacements hanno irradiato, influenzando decine, centinaia di band, fino ai giorni nostri. E la reputazione del primo album solista di Paul Westerberg è anch’essa cresciuta nel tempo. Per cui, quando i soliti spacciatori di rock americano (di cui mi è già capitato di parlare) me l’hanno messo lì a 5€, è stato un altro ricorso storico che evidentemente non si poteva evitare.

E se vi sembra strano che mi sia ricomprato, quasi 20 anni dopo, un disco usato (presumo non esattamente il mio…), vorrei far notare che nello stesso stand avevo appena gioito nel trovare l’introvabile The Lost Weekend di Danny & Dusty (il mitico lavoro in coppia di Dan Stuart dei Green On Red e Steve Wynn dei Dream Syndicate). Messo lì in mezzo agli altri CD da 5 o 10€, mi ero illuso di portarlo via ad una cifra abbordabile. Mentre invece…
“Eeeeh nooo… Quello lì vale 100€.”
L’occhio spento e il viso di cemento…
“Va bene, dài… Possiamo scendere fino a 80.”
E allora? Che cosa devo fare? Vuoi che mi metta una… Ok, basta!
Così, mi sono consolato con un lotto selezionato di 7 pezzi pregiati da 5€ l’uno, e quando hanno tentato l’offertona finale a 50€ ho deglutito e me ne sono andato, a testa alta (cuore in fiamme e maschera di ghiaccio).
Per dire, insomma, che un limite ce l’ho anch’io…

14 songs, invece, a prescindere dal prezzo più o meno basso, non è certo una rarità. Uscì su una major in quell’irripetibile prima metà di anni 90 in cui perfino uno sbandato come Paul Westerberg ebbe la sua grande possibilità. Sempre nel 1993, si ritrovò anche lui nella colonna sonora simbolo dell’era grunge, Singles, e con un pezzo estremamente orecchiabile come Waiting for somebody. Le condizioni per dare una svolta alla carriera c’erano tutte; ed invece anche lui finì nella lunga schiera dei bellissimi perdenti del rock americano.

Anch’io, del resto, ho molta più voglia di un disco così adesso rispetto a 20 anni fa. In quel periodo avevamo a disposizione un tale ben di Dio… Non solo non si poteva stare dietro a tutto; eravamo anche un po’ sazi di quel rock così nostro, intensamente generazionale, perfettamente in equilibrio tra classicità ed inquietudini indie. Era iniziata la stagione migliore del Brit Pop, nasceva il trip-hop e si completava la fusione perfetta tra rock ed elettronica; anche l’indie americano più interessante virava verso il lo-fi e veniva codificato il genere che ho più amato e seguito dopo il 2000, l’Americana. Ecco, il problema di 14 songs, forse, era quello di essere troppo in anticipo rispetto alla creazione di un nuovo mercato (di nicchia, ma consistente e globale) per questi suoni con un po’ di punk ma non abbastanza grunge, con un po’ di folk e country ma non abbastanza melodici…

Anche se commercialmente è rimasto sospeso in un limbo, quest’album rispecchia perfettamente la sua identità nella copertina. Proprio come un libro di racconti: destinato ad essere scambiato rivenduto ricomprato, passato di mano ed amato almeno un poco, anche senza essere esaltato o collocato sugli scaffali più importanti. Dischi così, libri così, sono quelli più adatti ai second hand store. Prima o poi il loro momento torna, qualcuno gli dedica occhi orecchie tempo, quelle piccole storie da poco ritornano in circolo e fanno ancora un po’ di strada.

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3 thoughts on “14 songs – Paul Westerberg

  1. bell’articolo ma…davvero per il cd di lost weekend vogliono 100 €. E per il vinile quanto chiedono? io l’ho in entrambe le versioni…ho visto che vai a s siro per bruce, ma non ti sembra che stia facendo una mezza cappellataa non fare più the river? nonm dico tutto l’album, capisco che alla fine si annoiano, ma almeno centrarci attorno il concerto quello si….e invece ecco riapparire the rising e wiatin for a sunny day. se me la suona i nuovo a roma, magari con annesso bimbetto, salgo su e lo sfascio

    • Il vinile penso che costi molto meno perché ne avevano stampati di più… È così per molti CD usciti quando il mercato si era già ristretto.
      Sul tour di Springsteen un po’ mi spiace non sentire tutto The river, ma preferisco che siano belli tonici e concentrati. Io poi confido che in 2 date a S.Siro metta insieme un po’ di pezzi in più. Anch’io Waitin on a sunny Day non la reggo più, ma gliela lascio fare se in cambio tira fuori chicche tipo Incident on 57th street piano e voce o This hard land…

      • si vedrà, forse riesco a recuperare un biglietto per il 5, roma è invece già fissato. Il gruppo spalla, i CC, non li ho mai considerati più di tanto, anzi poco o nulla, spero solo non si accorci lo show del nostro headliner…ciao

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