Last man standing/The duets – Jerry Lee Lewis

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Tra i dischi da viaggio di queste vacanze appena finite, mi sono portato uno di quegli sfizi da 5€ con cui si è certi di divertirsi. Posso confermare che quest’album di duetti di Jerry Lee Lewis è particolarmente adatto per lunghe percorrenze in auto: rock’n’roll e roots music ad alta velocità, più la curiosità di indovinare e/o verificare il partner di ogni brano, costituiscono ottimi antidoti alla stanchezza ed al rischio di colpi di sonno. Ma a parte questo genere di fruizione utilitaristica, posso anche confermare che in mezzo a queste ben 21 canzoni ho trovato diverse chicche e parecchi spunti di riflessione.

D’altra parte i duettanti sono una parata di stelle con pochi eguali: Jimmy Page, Bruce Springsteen, tre quarti di Rolling Stones, Neil Young, Robbie Robertson, John Fogerty, Eric Clapton, Rod Stewart, Willie Nelson, Kris Kristofferson… (Non li cito tutti, ma l’unico abbastanza ignoto, al di fuori dell’ambito del Country contemporaneo, è Toby Keith.). E per essere un album così fisiologicamente disomogeneo, è sorprendente l’equilibrio tra gli archetipi rock’n’roll nel più puro Jerry Lee Lewis style e le atmosfere country quasi modernamente Americana. I pezzi migliori sono probabilmente soggettivi: a parte le citazioni d’obbligo per la Pink Cadillac di Bruce o la Travelin’ band di John Fogerty, alcuni mi hanno persino stupito, come il Mick Jagger (con Ron Wood) di Evening gown, che a questo giro batte il favorito Keith Richards, o il Robbie Robertson di Twilight. La partecipazione di Neil Young è blues e stralunata come deve essere, e perfino gli a volte un po’ calligrafici Eric Clapton e Don Henley si sporcano per bene le mani con le tradizioni black e Irish e strappano l’applauso.

E in mezzo a queste belle performance letteralmente senza tempo, fai mente locale e ti accorgi di come il Tempo sia il “terzo ospite” di tutti i pezzi. Controlli l’anno, e realizzi che questo disco, che avresti detto di non più di 5 o 6 anni fa, ha compiuto 10 anni; e per fortuna, in questi 10 anni in cui ne abbiamo già persi così tanti, di questi duettanti così anziani ne sono morti solo 3 (George Jones 3 anni fa, B.B King l’anno scorso e Merle Haggard quest’anno). Fai due conti sulle varie età, e mentre il Killer con gli altri decani Willie Nelson, Little Richard, Kris Kristofferson e Buddy Guy ha superato gli 80, quasi tutti gli altri sono entrati (o stanno per entrare) nei 70, esattamente come era lui, che sembrava così vecchio e così miracolosamente “Ultimo Uomo In Piedi”.

Ed allora questo disco mi dà il pretesto di darmi un’altra volta ragione da solo. Perché il passaggio che è avvenuto nei 10/15 anni tra la generazione di Jerry Lee Lewis e Willie Nelson e quella di Mick Jagger e Bruce Springsteen non fu importante solo negli anni ’60 e ’70, ma è altrettanto importante oggi. Perché con i dischi e i concerti che stanno offrendo in questi anni si sta realizzando una prodigiosa rivoluzione della vecchiaia che, se permettete, mi interessa di più di eventuali ipotetiche rivoluzioni dei giovani di oggi.

Vedere quello che hanno saputo fare dal vivo quest’estate Bruce Springsteen e Neil Young è stato straordinario. Quei concerti non sono, come sostengono i detrattori, una celebrazione del passato. Certo, c’è ovviamente il piacere di confrontarsi con la propria storia, con le proprie storie; ma il dono inestimabile di quelle 3 ore straripanti di energia intensità bellezza è il senso pieno del presente. Se il rock probabilmente non ci darà più una visione del futuro, la sua evoluzione (per chi lo vuole capire, per chi ne vuole godere) è quella di illuminare la verità: il futuro è adesso, these are your important years, your life.

Ci sono due brani, in Last man standing, che sono il vero centro di gravità del disco e sono molto significativi per comprendere la profonda diversità tra i 70 anni di Jerry Lee Lewis e quelli imminenti di Springsteen. Arrivano uno dopo l’altro e parlano, appunto, degli anni che passano. Don’t be ashamed of your age è in coppia con George Jones, (anche se la versione più nota era di Willie Nelson).

Don’t be ashamed of your age.
Don’t let the years get you down.
That old gang you knew
They still think of you
As a rounder in your old hometown.

Don’t mind the grey in your hair.
Just think of all the fun you’ve had
Puttin’ it there.
As for that old book of time
You’ve never skipped a page
So don’t be ashamed of your age, brother.
Don’t be ashamed of your age.

Listen, Mr. Smith, Mr. Brown,
Don’t let your age get you down.

Life ain’t begun
Until you’re 40, son.
That’s when you really start to go to town.

Don’t wish that you were a lad.
Why, boy, you’ve lost more gals
than they’ve ever had
And, listen, you’ve graduated
From that ol’ sucker stage,
So don’t be ashamed of your age, brother.
Don’t be ashamed of your age.

Oltre ad essere una grande canzone Country, centra perfettamente il cuore del problema: invecchiare ha sempre significato vergognarsi rimpiangere frustrarsi deprimersi. La risposta, tradizionale come la musica impastata con queste parole, è reagisci ricorda valorizza la tua esperienza consolati ilmegliodeveancoravenire. Subito dopo, ecco Couple more years: stavolta proprio con Willie Nelson (ma con titolarità di repertorio condivisa con Waylon Jennings, l’altro grande mito del Country scomparso come George Jones e Merle Haggard, nell’album Waylon & Willie del 1978).

I’ve got a couple more years on you baby that’s all
I’ve had more chances to fly and more places to fall
That’s not that I’m wiser it’s just that I’ve spent
More time with my back to the wall.

And I’ve picked up a couple more years on you baby that’s all
I’ve walked a couple more roads than you baby that’s all
And I’m tired of running while you’re only learning to crawl
And you’re going somewhere but I’ve been to somewhere
And found it was nowhere at all.

And I’ve picked up a couple more years on you baby that’s all.
Saying goodbye girl don’t ever come easy at all
But you’ve got to fly cause you’re hearin’ them young eagles call
Someday when you’re older you’ll smile at a man strong and tall
And say I’ve got a couple more years on you baby that’s all.

You’ll say I’ve got a couple more years on you baby that’s all
I’ve had more chances to fly and more places to fall
That’s not that I’m wiser it’s just that I’ve spent
More time with my back to the wall…

E’ un testo ancora più straordinario, in cui questi personaggi, che a fine anni ’70 avevano passato i 40 ed erano già considerati vecchissimi, rivendicavano (e rivendicano) che quel paio di anni in più non solo non sono un problema, ma al contrario sono ciò che li fa essere più avanti. Ed era già un bellissimo modo di crescere, ma non ancora la rivoluzione dell’invecchiare. Perchè quando gli anni in più non sono solo un paio, ma diventano un paio di decenni (o di ventenni), non è più solo una questione di sano disincanto. You’re going somewhere, and I’ve been to somewhere, and found it was nowhere at all” è un verso di assoluta perfezione, ma è solo quel paio di anni più avanti di “Wish I didn’t know now what I didn’t know then” (uno dei più clamorosi e giustamente celebrati versi sulla difficoltà del crescere, da Against the wind di Bob Seger).

Insomma, per farla breve: la differenza tra il prima e il dopo, la rivoluzione del diventare vecchi, la dobbiamo a Bob Dylan. A partire da Time out of mind, nel 1997, il rock ha cominciato ad imparare a vivere un altro tipo di presente; ed oggi, quasi 20 anni dopo, quella generazione ci sta dando continue soddisfazioni, ed è anche per questo che soffriamo così tanto, di una sofferenza iper-socializzata e globalizzata, quando uno di loro muore. Da quel “It’s not dark yet, but it’s getting there” ne abbiamo fatta di strada, ed abbiamo capito che avere perso il futuro ci ha fatto trovare il presente.

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2 thoughts on “Last man standing/The duets – Jerry Lee Lewis

  1. Ciao Andrea…anche questo me lo segno. Tra parentesi, dov’è che l’hai preso a quel prezzo? Io a meno di 11 non lo trovo (Buscemi). Grazie e buon ritorno al lavoro

    • Ciao Paolo! Buona ripresa anche a te.
      Preso usato da un espositore al Novegro Vinile di maggio. Nelle ultime edizioni ho trovato diversi espositori con CD interessanti, spero di riuscire ad andare anche all’edizione di ottobre.

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