Tug of war – Paul McCartney

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Quanto tempo mi avete fatto perdere, voi che il miglior McCartney solista è quello isolato ed essenziale dei primi album. E voi che invece erano meglio i Wings, con Band on the run sopra qualsiasi altra cosa. E anche voi che le sperimentazioni di epoca new wave adesso sì che le apprezziamo. Sì, poi ci siete voi che l’album con i pezzi scritti con Costello è l’unica collaborazione paragonabile a quella con John Lennon. E infine voi, che il McCartney degli ultimi 15 anni non ha sbagliato quasi niente. Ne ho presi di album in questi ultimi anni, per compensare una vita piena di Beatles e con quasi tutto Lennon, ma priva di McCartney. Mi sono piaciuti tutti, ma mai al punto da farmi dire chemmisonopersofinora…

Perché vi ho ascoltati tutti, invece di seguire l’istinto della prima adolescenza.
Estate 1982. Avevamo abitato a Roma nei miei 3 anni delle medie e poi eravamo tornati a Lodi, ma per quelle vacanze andai a passare qualche settimana a casa della famiglia con cui avevamo stretto i legami più forti, con i figli della stessa età mia e di mia sorella. Oltre a noi, era ospite anche una loro cugina molto più grande, già universitaria, simpatica e di buon gusto musicale. In quei giorni si era presa un paio di dischi nuovi: Titanic di De Gregori e l’ultimo di Paul McCartney. Io già da un anno e mezzo ero stato folgorato dalla scoperta dei Beatles ed adoravo tutto ciò che veniva dagli anni 60; in quei mesi avevo sentito Ebony and ivory e mi piaceva moltissimo, per cui la possibilità di ascoltare tutto questo nuovo Tug of war mi allettava parecchio. Lo facemmo girare un po’ di volte, ed il ricordo delle mie orecchie quindicenni più o meno fu: ok, bello, ma i Beatles sono un’altra cosa! I suoni non erano quelli dei Sixties ed anche il mio amico e la cugina non si entusiasmarono… Alla fine ebbe la meglio De Gregori.

In tutti questi anni, pur mantenendo un’attrazione affettiva verso Tug of war, non l’ho mai comprato. In questi decenni di enciclopedie, retrospettive, corsi e ricorsi storici, la maggioranza dei giudizi critici si è assestata su un tiepido apprezzamento, ma senza gli entusiasmi riservati alle altre epoche della carriera di Paul. All’ultimo Novegro di ottobre, l’incontro col destino è arrivato: un bel CD usato a soli 5€ ed eccoci qua. Uno stranissimo effetto: soprattutto le canzoni del lato A mi suonavano ancora familiari, ma era come se riemergessero da profondissimi recessi della memoria. Come se grattando grattando, sotto lo spessissimo strato del mio indelebile imprinting beatlesiano, fossero emerse cristallizzazioni affini ma diverse. Certo, i Beatles sono sempre un’altra cosa. Però questi 34 anni hanno fatto molto bene a Tug of war: ufficialmente, il mio disco preferito di Paul McCartney.

E’ un album di canzoni fortissime, forse con solo un paio di riempitivi più deboli. Una mi ha veramente ribaltato: l’altro duetto con Stevie Wonder, What’s that you’re doing? Ovviamente semidimenticata rispetto al classicone Ebony and ivory, e proprio per questo freschissima, molto più che in quegli anni in cui avrei voluto un Paul McCartney senza gli anni 70 in mezzo. In questo caso nero di funk purissimo ed in perfect harmony con Stevie ancora nel pieno del suo fulgore, due geni musicali che creano un congegno perfetto di melodia e di tiro ritmico. Scandaloso che sia rimasto nascosto qui in mezzo, fuori dalla serie A dei greatest hits e delle playlist.

Ma poi siamo nel paradiso del pop, un talento che negli anni abbiamo dato per scontato e che se ti fermi ad ascoltare bene ti fa trattenere il fiato, un po’ come è successo quando ci siamo messi ad ascoltare davvero i dischi di Battisti. Tug of war è un gioiello dall’inizio alla fine, con un paio di ingredienti in più: la produzione di George Martin e gli anni Ottanta. E’ incredibile come quel signore già così attempato e fuori dalle mode fosse in grado di aggiornare le sue tecniche e trovare un suono al passo coi tempi e in grado di sfidare il futuro. A quindici anni che ne potevo sapere? Però anche voi, dài…

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