Informazioni su andreapeviani

Nato 5 giorni dopo Sgt. Pepper's. Maturità classica 16 giorni dopo The Queen is Dead. Laurea in Economia Aziendale specializzazione Marketing 27 giorni dopo Mellow Gold. Sposato con Ilaria un mese prima di Love is Hell pt.1. Padre di Elisabetta 12 giorni dopo Amen. Padre di Susanna 22 giorni dopo The Suburbs.

50 Discographies at 50 – PJ HARVEY (17/50)

Dry (1992)
Rid Of Me (1993)
4-Track Demos (1993)
To Bring You My Love (1995)
Dance Hall At Louse Point (1996) – with John Parish
Is This Desire? (1998)
Stories From The City, Stories From The Sea (2000)
Uh Huh Her (2004)
The Peel Sessions (1991-2004) (2006)
White Chalk (2007)
A Woman A Man Walked By (2009) – with John Parish
Let England Shake (2011)
The Hope Six Demolition Project (2016)

La mia ragazza preferita, da sempre e per sempre. E l’artista più grande degli ultimi 10 anni. Di lei mi porto dietro tutto quanto, anche gli album ascoltati poco e che prima o poi riscoprirò. Mentre invece gli ultimi due hanno descritto nel modo più perfetto il mondo come è diventato, come sta inesorabilmente scivolando rotolando rallentando. Bello che sia stata proprio lei, la nostra ragazza meravigliosa e spietata nel raccontare sé stessa, i suoi amori, il suo mare e le sue città, a cambiare prospettiva e a raccontarci la nostra vita.

Le affinità e le divergenze con Patti Smith si sono moltiplicate, in questi 25 anni. Gigantesco è oggi il carisma di entrambe, ma quello di PJ generato non dall’istinto naturale e dalla forza del passato, bensì dal lavoro continuo sulla propria arte: songwriting in perfetto equilibrio tra immagini dirompenti e concetti limpidissimi, originalità di arrangiamenti semplici e geniali, perfezione e padronanza totale sul palco. E quanto le visioni di Patti hanno ispirato più di una generazione di artisti a partire dalla propria anima per conquistare il mondo, tanto Polly Jean ha imparato sul campo che tutto quel talento coltivato e reso rigoglioso doveva servire a qualcosa. Soprattutto in questo punto della Storia.

Nel vuoto culturale ed esistenziale che ha soffocato il rock in questi anni, e forse per sempre, PJ Harvey è l’ultima speranza per un’altra politica, un altro ruolo, un senso vero in tutta questa inutile bellezza. E questa è la mia Discography più piena di presente e di futuro.

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An inward revolution – Big Sound Authority

Interrompiamo la sequenza delle 50 Discographies at 50, una volta tanto non per una discografia “in morte di” qualcuno, ma per fare quello che un blog musicale letto da quasi nessuno dovrebbe fare: post su dischi che non ascolta quasi nessuno. Questo è un album che ho comprato su LP quando uscì (alla fine del 1985) e che da qualche anno è di nuovo disponibile per la prima volta in CD, grazie alla fantastica Cherry Red. Per me un brillante gioiellino incastonato in quell’epoca, che corrispondeva ai miei 18 anni. Perfino il luogo in cui lo comprai è strettamente legato a quegli anni: un negozietto apparso a San Bernardo, il mio quartiere di Lodi (nell’ultimissimo tratto di Viale Italia). Ripensandoci, è un esempio perfetto di quanto gli anni 80 siano stati un tempo straordinario per il mercato discografico: esisteva un negozio di dischi perfino nella periferia di una cittadina che da una quindicina d’anni non ne ha più nemmeno uno… Gestito da un quarantenne un po’ stordito (del resto una spiegazione ci doveva essere), non era nemmeno piccolissimo, ma era desolante per la scarsità di 33 e 45 giri esposti. L’improvvisato imprenditore si era preoccupato più di spendere in scaffalature ed espositori che in merce da vendere. L’unico risvolto positivo era che i pochi dischi si vedevano tutti benissimo. Così quando comparve An inward revolution dei Big Sound Authority, quella splendida copertina in bianco e nero si fece subito notare e mi fece comprare l’album immediatamente.

In realtà il nome dei Big Sound Authority mi aveva già colpito fin dalla primavera-estate, quando il singolo This house (Is where your love stands) venne programmato regolarmente da Radio Rai, in particolare a Master (programma cult del primissimo pomeriggio che ebbe come conduttori colonne come Luca De Gennaro, Rupert, Riccardo Pandolfi e future star come Serena Dandini e Grazia Di Michele). Un pezzo soul con una melodia che anche oggi, dopo più di 30 anni, per me se la gioca alla pari con i grandi classici di 20 anni prima, e con una voce femminile che mi intrigava immensamente. Uscì anche un articoletto su Rockstar, ma qui da noi non successe molto altro, a parte un paio di passaggi televisivi ripresi da esibizioni in programmi BBC. Quella stessa estate Radio Rai passava un’altra canzone che si rifaceva ai suoni classici degli anni 60 e che divenne anch’essa un mio piccolo culto: Walking on sunshine di Katrina and The Waves. E mi ha sempre colpito il destino opposto di queste due canzoni così pop e orecchiabili che all’epoca ebbero un successo molto limitato: mentre Walking on sunshine è diventato un classico minore, ancora oggi programmato sui canali vintage ed utilizzato in film e spot pubblicitari, This house è sparita nell’oblio.

Eppure i Big Sound Authority avevano tutte le carte in regola per sfondare: scoperti da Paul Weller, che li lanciò sulla sua piccola etichetta Respond Records mettendo insieme un songwriter eccellente chiamato Tony Burke ed una giovanissima cantante con un talento naturale purissimo (la graziosa Julie Hadwen), vennero rapidamente ingaggiati da una major come MCA che li sostenne molto bene. Erano perfettamente sulla scia degli Style Council del loro illustre mentore ed in sintonia con quel filone del pop-rock inglese di metà anni 80 che si rifaceva alla Black music degli anni 60, e che esprimeva esplicita opposizione politica in questi anni di apoteosi del Thatcherismo. Mixing pop and politics, così cantò pochi anni dopo il più esplicito di tutti, Billy Bragg. Ecco, questo disco perduto è veramente la quintessenza di quella generazione working class che prese dal punk il coraggio di voler essere protagonista, inseguendo le proprie passioni. C’erano i Dexy’s Midnight Runners, i Redskins, gli Housemartins, i Madness e poi tanti altri, soprattutto minori, qualcuno anche con una canzone sola… Tutti sulla scia di Clash e Jam, cercando uno spazio in mezzo a classifiche che non saranno più così ricche di vendite e di talenti originali.

Riascolto queste bellissime canzoni dopo tanti anni, e scopro con sorpresa quelle aggiunte nel secondo CD fatto di singoli, remix ed inediti. E ancora mi rammarico non solo che il mondo non abbia ascoltato, ma che anche in questi anni di retromania, recuperi impossibili e rivalutazioni spesso discutibili, non ci sia stata una seconda possibilità per i Big Sound Authority. Erano davvero bravi: pezzi costruiti benissimo, con testi e musiche di altissimo livello, arrangiamenti sontuosi e produzione in perfetto equilibrio tra classico e moderno, una combinazione di voce maschile-femminile da brividi, in particolare il timbro della dolcissima Julie, morbido come seta ma con quel graffio soul che da allora mi è rimasto conficcato nel cuore. La spiegazione che mi sono dato è che c’è un tempo per tutto e il loro arrivò con uno o due anni di ritardo. La stessa cosa che accadde, pochi mesi dopo, al film Absolute Beginners: doveva essere la celebrazione di quella generazione innamorata del soul e del jazz e fu un fiasco clamoroso. Però la musica era fantastica e per me quella colonna sonora non si tocca, perfino Patsy Kensit e Bowie che canta Volare con i peggiori suoni sintetici dell’epoca. Anche per chi non è uscito vivo dagli anni 80, anche per quelli che sono rimasti solo un ricordo per pochi, niente può cancellare la forza sprigionata da chi è stato Principiante Assoluto in quegli anni, la piccola grande storia di chi ha inseguito una Big Music, o l’Autorità del Grande Suono.

50 Discographies at 50 – ARETHA FRANKLIN (16/50)

Sunday Morning Classics (1960-65; 2009)
I Never Loved A Man The Way I Love You (1967)
Aretha Arrives (1967)
Lady Soul (1968)
Aretha Now (1968)
Aretha In Paris (1968)
Spirit In The Dark (1970)
Aretha Live At Fillmore West (1971)
Young, Gifted And Black (1972)
Amazing Grace (1972)
One Lord, One Faith, One Baptism (1987)

Pensavo che ormai cantasse solo in occasioni speciali, che non facesse più veri concerti. Invece su YouTube si trovano video sorprendenti con lei in gran forma, capelli lunghi stirati e gonna corta; e su setlist.fm le scalette sono di 15-20 canzoni, show veri, con repertorio non solo classico. Per ora nel 2018 c’è in programma solo una data a Toronto. Se dovessi fare una pazzia e volare oltreoceano per un concerto, non sarebbe per Springsteen a Broadway: lo farei per Aretha.

Poi c’è quest’altro video, che molti conoscono. Lei arriva, in una serata in onore di Carole King. Lei canta per l’autrice di una delle sue canzoni più grandi: (You Make Me Feel Like) A Natural Woman. Sembra appena scesa da un’auto nel freddo della città; ed eccola che si siede al piano, e da dentro quella enorme pelliccia in tre secondi fa entrare tutto il teatro dentro quella enorme canzone. Una naturalezza sovrumana, Carole incredula e sopraffatta dall’emozione, Obama e Michelle irradiati di Bellezza Americana. Poi lei si alza e dal centro del palco porta tutti ancora più in alto. E quando a 3′ e 40″ lascia cadere a terra la pelliccia e solleva in alto le bracciotte da nonna, quell’immagine è il rock che salva il resto della vita, il soul che salva l’anima di tutti, la musica che in 5 minuti raddrizza anche la giornata più nera.

Lei non lo prenderà mai più un aereo per venire qua da noi e non lo so se potrò prenderne uno io, in questi ultimi anni in cui saremo ancora contemporanei di Aretha. Anche per questo la manciata di dischi che mi sono portato in casa. quasi senza farci caso, è tra le più preziose di queste 50 discografie.

50 Discographies at 50 – IVANO FOSSATI (15/50)

La Mia Banda Suona Il Rock (1979)
Panama E Dintorni (1981)
Le Città Di Frontiera (1983)
Ventilazione (1984)
700 Giorni (1986)
La Pianta Del Tè (1988)
Discanto (1990)
Lindbergh-Lettere Da Sopra La Pioggia (1992)
Buontempo-Dal Vivo Volume 1 (1993)
Carte Da Decifrare-Dal Vivo Volume 2 (1993)
Lampo Viaggiatore (2003)
L’Arcangelo (2006)

Una delle funzioni principali di questo percorso attraverso le mie 50 Discografie a 50 anni, è di confrontarmi con tante possibilità di invecchiamento. Incrociare il mio passaggio in questa fase della vita con i diversi modi di affrontare il tempo di tutti quelli che più mi hanno appassionato. Da quelli morti giovani, a quelli che hanno suonato anche da vecchi, e con tutti quelli che stanno continuando ad invecchiare sotto i nostri occhi, con dischi tra i più belli degli ultimi anni.

Poi c’è anche l’opzione di Fossati. Tra le tante scelte di come invecchiare bene, lui è forse l’unico che ha deciso di farsi da parte prima di essere veramente vecchio. Ha sentito la stanchezza e ha capito che non era compatibile con il suo ruolo di artista, con il livello altissimo perseguito ed ottenuto in una carriera in cui si è misurato con tanti personaggi, ma soprattutto con sé stesso.

In questa mia selezione, ho provato a distillare l’essenziale: quelle parole che anche senza riascoltarle sono sempre qua dentro, pronte a riaffiorare quando la vita le richiama. Le mie, che magari saranno anche di altri, insieme ad altre che io no; ed è questa stratificazione di versi, suoni e immagini che ci rende ciò che siamo.

a come ero ieri

ma in fondo viene a dirti
che la tua anima non è morta

il nostro porto di attracco non dà segno di sé

e quel che è peggio è che è tutto vero

i motivi di un uomo non sono belli da verificare

per niente facili
uomini sempre poco allineati

Milano è una città del futuro
e chi ci vive non sa come sta
però stanno tutti insieme
stanno tutti là

e correvano via, giù per quelle scale via

ma che sarà questa canzone
forse un’altra fotografia
forse un’altra malinconia
da prendere e portare a casa
che accende la luce delle scale
guardate come sale
insieme a me

più forte è la malinconia
più lungo l’inverno
e la notte
di più

e intanto non siamo più
cow boys

ritorneremo a respirare
ricorderemo la maniera

i cuori difficili hanno sempre da dire
più di quanto basterebbe dopo tanto parlare

e si dava risposte difficili come in questi casi si fa

grandi destinazioni
c’è da crederci
c’è da crederci

niente, niente che non va

oggi non si sta fermi un momento

dimmi, c’è niente che corre come noi

è tutta musica leggera
ma come vedi la dobbiamo cantare

chi si guarda nel cuore
sa bene quello che vuole
e prende quello che c’è

ah che disgrazia le questioni di stile

di questo bel mare di Lombardia

che sarà quell’ombra sulla strada di casa mia

dietro una curva improvvisamente il mare

si vive di fortune raccontate
e di viaggiare
e si cammina stanchi
è lavoro
è opposizione
è corruzione
si vive di lenta costruzione

alzati che sta passando la canzone popolare
se c’è qualcosa da dire ancora ce lo dirà

la voglio fare tutta questa strada
fino al punto esatto in cui si spegne

lasciando scivolare il libro che
ci ha aiutati a capire

è la pioggia di marzo, è quello che è
la speranza di vita che porti con te

il suono delle promesse la luce dentro gli occhi
e quello che non ricordo non lo vedo

e c’era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato

non ho mica vent’anni
ne ho molti di meno
e questo vuol dire (capirai)
responsabilità

sempre e sempre
sono un uomo libero

50 Discographies at 50 – DONALD FAGEN (14/50)

Can’t Buy A Thrill (1972) – Steely Dan
Pretzel Logic (1974) – Steely Dan
Katy Lied (1975) – Steely Dan
The Royal Scam (1976) – Steely Dan
Aja (1977) – Steely Dan
Gaucho (1980) – Steely Dan
The Nightfly (1982)
Kamakiriad (1993)
Morph The Cat (2006)
Sunken Condos (2012)

Nel 1993, quando uscì Kamakiriad, la constatazione che erano passati 11 anni da The Nightfly, 11 anni in cui Donald Fagen non aveva pubblicato nessun album, mi sbalordiva. Mi sembrava un tempo infinito, una vita intera; del resto, per me che nel 1982 avevo solo 15 anni, da allora era cambiato tutto. Adesso gli anni ce li mangiamo senza neanche rendercene conto. 11 anni fa sembra sul serio l’altro ieri. E invece, all’epoca, quegli 11 anni significavano che quello che ritornava con un album nuovo non era più il giovane uomo che aveva attraversato trionfalmente gli anni 70 ed era approdato a quell’album, che fin da subito assunse lo status di capolavoro senza tempo. Ritrovare Donald Fagen dopo così tanto, aveva amplificato la già considerevole distanza anagrafica: io ero giovane e lui era quasi vecchio. A 45 anni.

The Nightfly non è solo un capolavoro. È una scelta di vita, uno stato dell’esistenza perfettamente cristallizzato, un’età raggiunta la quale è possibile guardare con la stessa serena consapevolezza dentro il proprio passato e verso il proprio futuro. L’uomo su quella copertina aveva l’età che aveva e la avrà per sempre. Come ognuno di noi, che ad ogni compleanno non ci capacitiamo, che ci sentiamo sempre come in quella foto, o in tutte quelle in cui riusciamo a rispecchiarci perfettamente. Ecco perchè, dopo un disco così, Donald Fagen poteva solo invecchiare. Ma ecco l’altro pezzo straordinario di questa discografia parziale: difficile, forse impossibile invecchiare così bene. Forse anche per questo la morte di Walter Becker ha spiazzato così tanto, tra le tante perdite che questi anni ci insegnano ad affrontare. Il posto che questi due personaggi hanno occupato nella storia della nostra musica non solo è unico ed esclusivo, ma gli ha consentito di non soffrire per niente il confronto tra l’immagine di quella copertina sospesa nel tempo e quelle degli album successivi o delle apparizioni dal vivo.

Hanno ragione quelli che non si sono mai appassionati agli Steely Dan: è musica che si ama più con la testa che col cuore. Ma è quello che succede quando i due organi si collegano, che loro non hanno avuto la fortuna di sentire. Smettere di rimanere sulla superficie di queste canzoni piene di accordi jazz, piene di strumenti, così perfette, troppo perfette; e invece lasciarsi andare, entrarci dentro, perdersi nei dettagli, che dopo un po’ non sono più suoni usciti dalle menti e dalle mani dei musicisti, ma cose nostre di cui facciamo ciò che vogliamo. Donald Fagen lo disse benissimo, in un’intervista a Massimo Cotto, nel 1993:

Il viaggio è tutto, nella musica.
La grande musica è quella che non si accontenta di condurti fuori dal mondo e di trasportare la tua mente altrove, ma quella che ti fa diventare protagonista del viaggio. Allora non sei più un semplice ascoltatore che segue con passione più o meno grande il viaggio di qualcun altro, ma entri nella storia stessa, aggiungendo nuovi elementi. L’immaginazione è parte fondamentale del rock ed è fondamentale che il rock venga veicolato da mezzi come la radio perché è lì che l’immaginazione ha carta bianca, è lì che l’ascoltatore diventa co-autore: in assenza di immagini è lui a costruirle sulla base della canzone. L’artista dà la traccia, il fruitore la segue e insieme giungono all’assassino.

50 Discographies at 50 – BOB DYLAN (13/50)

The Freewheelin’ Bob Dylan (1963)
The Times They Are A-Changin’ (1964)
Another Side Of Bob Dylan (1964)
Bringing It All Back Home (1965)
Highway 61 Revisited (1965)
Blonde On Blonde (1965)
John Wesley Harding (1967)
Nashville Skyline (1969)
New Morning (1970)
Pat Garrett & Billy The Kid (1973)
Planet Waves (1974)
Before The Flood (1974) – with The Band – Live
Blood On The Tracks (1975)
Desire (1976)
Street Legal (1978)
Slow Train Coming (1979)
Bob Dylan At Budokan (1979) – Live
Saved (1980)
Shot Of Love (1981)
Infidels (1983)
Real Live (1984)
Oh Mercy (1989)
Under The Red Sky (1990)
The Bootleg Series Volumes 1-3 (Rare & Unreleased) 1961-1991 (1991) – Compilation
The 30th Anniversary Concert Celebration (1993) – with Various Artists
MTV Unplugged (1995) – Live
Time Out Of Mind (1997)
The Bootleg Series Volume 4: Bob Dylan Live 1966, The “Royal Albert Hall” Concert (1998)
Love And Theft (2001)
The Bootleg Series Volume 5: Bob Dylan Live 1975, The Rolling Thunder Revue (2002)
The Bootleg Series Volume 7: No Direction Home – The Soundtrack (2005)
Modern Times (2006)
The Bootleg Series Volume 8: Tell Tale Signs: Rare And Unreleased 1989-2006 (2008)
Tempest (2012)
The Bootleg Series Volume 10: Another Self Portrait 1969-1971 (2013)
The Bootleg Series Volume 11: The Basement Tapes Complete (2014)
Shadows In The Night (2015)
The Bootleg Series Volume 12: The Cutting Edge 1965-1966 (2015)

Se scrivi su Google DY, il primo suggerimento che esce è Dybala.
Don’t think twice, it’s all right.
Abbiamo avuto anche il Nobel alla fine.
E in realtà non lo sappiamo ancora come andrà a finire.
Ma sappiamo che sta finendo.
E allora allunghiamo all’infinito discografie già immense.

In questo, che sarà il mosaico più grande della serie, mancano 15 album della discografia base. Praticamente ho lasciato fuori da questi 38 album una discografia intera. Ma so già che a breve si allungherà ancora, con il nuovo volume della Bootleg Series sul periodo 1979-1981. Potenzialmente la Bootleg Series può andare avanti ancora per anni e anni. E soprattutto: non sappiamo come andrà a finire. Io sono convinto che dopo tre giri nel Great American Songbook, ci sarà almeno un ultimo grande album di canzoni originali.

Poi non so quanti anni avrò, quando veramente sarà tutto finito.
Ma so che non mi basterà il resto della vita per penetrare a fondo tutto quello che mi porterò dietro in questa monumentale Discography.
So che la lascerò in eredità alle Conventional Girls, ma non so se ne faranno qualcosa, o se dopo la mia morte se ne libereranno…
Ma forse non è nemmeno questo il punto.
Forse il senso di tutte queste parole e di tutta questa musica è di essere passata attraverso di noi, ognuno di noi. E di come ognuno di noi ha passato sé stesso ai suoi figli, o alle persone che ha amato.
E va bene così, è andata così: che stasera in treno ho ascoltato 11 minuti di alternate take di Desolation row, poi sono arrivato a casa, ho salutato Elisabetta e Susanna e un paio d’ore dopo le ho messe a letto. E come quegli 11 minuti sono finiti in quelle due ore e nel resto della loro vita non lo saprà mai nessuno, ma è l’unico modo in cui i tempi stanno cambiando.

Tom Petty (1976-2017)

1982 – You got lucky a Mister Fantasy. La fortuna di scoprire anche lui, in mezzo a tutta quella musica da vedere.

1985 – Prima un po’ stranito da Don’t come around here no more, poi esaltato da Rebels. Southern Accents e quella manciata di album americani in the middle of the 80s.

1986 – Il mio Tom Petty dell’anima è in Pack Up The Plantation, forse l’ultimo grande doppio live della Golden Age Of Rock.

1987 – Fa malissimo realizzare che per me non c’è stata e non ci potrà più essere una seconda volta. Per questo sarà ancora più preziosa quella notte di 30 anni fa all’Arena di Milano, in tour con Bob Dylan, dopo Roger McGuinn: uno di quei rari momenti di assoluta perfezione che la vita può dare.

1988 – Recupero a 2.900 Lire sul catalogo Top Ten la cassetta del primo Tom Petty And The Heartbreakers.

1994 – Per qualche anno mi allontano dal rock americano classico, proprio mentre lui da grande diventa grandissimo. Mi ricongiungo con Wildflower, troppo bello per non viverlo in diretta.

1995-2005 – Continuo a seguirlo distrattamente, ma dopo il 2000 inizia il mio ritorno a casa nel suono che adesso chiamano Americana. Recupero qua e là un po’ di classici: You’re Gonna Get It e Damn The Torpedoes, Hard Promises e Long After Dark, Full Moon Fever e Into The Great Wide Open.

2006 – Mentre siamo a Londra esce Highway Companion e allora lo portiamo a casa per Marco; ma poco dopo lo compro anche per me.

2008 – Con i Mudcrutch mi spiazza completamente, inventando un altro modo per invecchiare bene, ripartendo dalle origini.

2009 – Quando arriva The Live Anthology ho completato il giro, in ginocchio davanti all’imponenza di un tale monumento, pienamente rinato nella Fede, dopo aver coperto più o meno tutti i buchi della discografia (Traveling Wilburys compresi).

2010 – Mojo è la certezza che è possibile essere splendidi sessantenni.

2014 – Mi perdo Lucca 2012 nella certezza che uno che continua a fare dischi come Hypnotic Eye andrà avanti minimo altri 10 anni.

Oggi in treno sull’iPod Wildflowers ha preso il posto del nuovo dei Waterboys. Milioni di pensieri scivolano sopra quei suoni fantastici, praticamente perfetti. Il più giovane dei 3 di quella notte perfetta di 30 anni fa è morto per primo. Il mondo non è perfetto, è triste ed è bellissimo.