Informazioni su andreapeviani

Nato 5 giorni dopo Sgt. Pepper's. Maturità classica 16 giorni dopo The Queen is Dead. Laurea in Economia Aziendale specializzazione Marketing 27 giorni dopo Mellow Gold. Sposato con Ilaria un mese prima di Love is Hell pt.1. Padre di Elisabetta 12 giorni dopo Amen. Padre di Susanna 22 giorni dopo The Suburbs.

50 Discographies at 50 – LCD SOUNDSYSTEM (21/50)

LCD Soundsystem (2005)
Sound Of Silver (2007)
This Is Happening (2010)
American Dream (2017)

Ettore è uno dei miei migliori “amici musicali”: ci siamo visti una volta sola, ma ci incrociamo tutti i giorni su Facebook e dopo un po’ di anni so più cose di lui, di quello che pensa, rispetto a molti amici “reali”. A volte scherziamo su come, nel passato, abbiamo vissuto vite musicali parallele, in molti punti perfettamente sovrapponibili; e ci sono pensieri di oggi che potrei aver formulato io, parola per parola. Questo, pochi giorni fa, per esempio:

Ieri sera prima di addormentarmi pensavo: Ma perché non posso più avere un disco come “Disintegration” al quale aggrapparmi per settimane, al quale restare avvinghiato per mesi, dal quale tornare fedele a farmi accarezzare negli anni?
Questa mattina mi sono reso conto che ovviamente e banalmente avevo sbagliato la domanda.
Quella corretta era: perché non posso più tornare ad avere 23 anni?

Questa è la mia ultima Discography. Non nel senso che voglio piantar lì questa lunghissima serie (non siamo neanche a metà, ma sono ancora bello determinato). È l’ultima come arco temporale e contiene perfino il mio album del 2017. E se ho definito American Dream il mio ultimo disco da quarantenne, tutti gli album di LCD Soundsystem sono la Discography dei miei quarantanni. Sono i dischi che ho ascoltato di più nell’ultimo decennio? Assolutamente no. Nel 2017 l’album che ho ascoltato di più è stato, indiscutibilmente, Come Le Star di Maggie & Bianca. E no, Ettore: non possiamo più tornare ad avere 23 anni…

Voglio questi 4 dischi nel mio canone di mezzo secolo di vita, a costo di lasciare fuori quelli di artisti che ho sicuramente amato di più, o comunque più belli. Li voglio perché i quarantanni che mi sono appena lasciato alle spalle non li ho capiti fino in fondo. Certo, la maturità, la consapevolezza, le scelte, gli affetti. Ma c’è sempre quello schermo nero, quel cursore che pulsa… ripassare tra questi dischi sarà sempre come rientrare e riuscire dallo schermo. Con tutti i suoni della vita intera, come se fossero stati creati oggi, ora.

La forza di James Murphy, la sua vera invenzione, è quella di saper costruire canzoni che suonano nello stesso tempo classiche e proiettate nel futuro. Il futuro coraggioso degli anni 80, insieme a quello spaventato di domani. E l’ingrediente segreto siamo noi: ognuno con la sua vita e in lotta con il tempo, lontani dai nostri 23 anni e lontanissimi dalla nostra età reale.

Sono dischi che ci entrano dentro in un modo diverso: non ci aggrappiamo, non restiamo avvinghiati per mesi, soprattutto non ci accarezzano… ma non credo ce ne siano di più importanti. Anche per il Venerato Eddy Cilìa, molto più autorevolmente, il disco dell’anno appena finito è stato quello degli LCD Soundsystem; nel suo commento a un certo punto ricordava la citazione di Murphy, che descriveva le sue canzoni come “musica il cui argomento è lo scrivere musica”. E sottolineava come queste canzoni siano “subito memorabili per quanto si prestino poi a letture molteplici”. Se per 50 anni i dischi hanno raccontato la vita che abbiamo avuto, ci sta che i dischi sui dischi, oggi, servano a raccontare la vita che abbiamo. Che è anche il miglior modo per spiegare che scrivere un blog di dischi è un modo per parlare della vita.

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50 Discographies at 50 – ELTON JOHN (20/50)

Elton John (1970)
Tumbleweed Connection (1970)
17-11-70 (1971) – Live
Madman Across The Water (1971)
Honky Chateau (1972)
Don’t Shoot Me I’m Only The Piano Player (1973)
Goodbye Yellow Brick Road (1973)
Captain Fantastic And The Brown Dirt Cowboy (1975)
The Very Best Of Elton John (1990) – Compilation
Rare Masters (1968-75; 1992) – Compilation

Quelli che i Beatles sono sopravvalutati. Cosa ci vuoi fare: esistono, sono fra noi e bisogna convivere civilmente con loro, ignorandone sistematicamente ogni opinione musicale, in particolare se si autoproclamano critici o esperti, come l’innominabile Scar***i. Nessuna comprensione, per chi non comprende i Beatles dopo 50 anni di Storia. Al contrario, posso capirli, quelli che non capiscono Elton John.

Difficile smontare i pregiudizi su di lui, con l’enorme quantità di canzoni mediocri, alcune oltre la soglia del fastidio, messe sul mercato, in particolare negli anni 80 e 90, perseguendo successi di classifica con modalità molto lontane dal suo glorioso passato. Solo chi ha potuto vivere o riscoprire il vero Elton John può capire la sua grandezza assoluta. In questa Discography c’è solo la sua fase imperiale, i 4 anni dal 1970 al 1973. Poi ci mettiamo Captain Fantastic e la raccoltona con le imperdibili dei 15 anni seguenti, e siamo a posto così.

In realtà ci sarebbero altri ottimi dischi sparsi nel tempo, anche nell’ultimo decennio. Nelle verifiche in rete per preparare il post ho anche scoperto che Here And There, live del 1974 originariamente un po’ striminzito, era stato ripubblicato in versione espansa su 2 CD… Ma questa Discography è perfetta così. E mi piacerebbe che tutti quelli che non conoscono questi dischi li scoprissero: a 14 anni come me, o a 25, o a 50, o a 75… Spero che sia ancora possibile, adesso o in futuro, capire Elton John.

Le mie radici più profonde sono qui. La Grande Storia del Rock della Armando Curcio Editore: la cassetta n. 1 della collana, in edicola a 1.900 Lire. È laggiù in garage, dimenticata in mezzo ad altre centinaia, ma posso ancora scrivere a memoria la track list. LATO A: Daniel / Skyline pigeon / Take me to the pilot / Burn down the mission / Teacher I need you / Eldeberry wine / Benny and The Jets. LATO B: Rocket man / Midnight creeper / Harmony / Tiny dancer / Grey seal / Candle in the wind / Amoreena. Suonate a ripetizione, perfino più spesso dei dischi dei Beatles. Le ho amate istintivamente ed incondizionatamente. Poi me le sono lasciate alle spalle, e molto tempo dopo le ho ritrovate, dentro gli album, insieme a tutte le altre. E ho capito perché le amerò sempre: perché sono il punto d’incontro perfetto tra le invenzioni melodiche dei Beatles che erano appena finiti e l’intimità dei singer-songwriters che erano appena nati e con i quali saremmo cresciuti e invecchiati. E ho capito anche perché sono uniche: perché non le ha scritte un cantautore da solo, ma c’è la chimica inspiegabile e irriproducibile delle coppie creative. Elton John & Bernie Taupin è molto diverso da John Lennon & Paul McCartney, Mick Jagger & Keith Richards, o da qualsiasi altro binomio più o meno mitico. Non esiste nella storia del rock nessun caso analogo di collaborazione compositiva, fuori da una band e con un solista così carismatico. Anzi, l’unico paragone possibile ce l’abbiamo solo noi in Italia con Mogol – Battisti.

Ci sto troppo bene dentro queste canzoni: basta un frammento, una frazione di secondo e ci entro dentro, come tornare nella propria anima. Quei suoni mi trasportano in un tempo ideale: glianni70, quelli che non ho vissuto perché ero troppo piccolo e quelli che ho vissuto proprio perché ero piccolo. Un tempo in cui c’ero ma non c’ero; in cui sono arrivato tardi ma era come se ci fossi già stato. Un tempo di cui avevo già nostalgia a 14 anni, e poi ancora a 25, a 50, e certamente ne avrò ancora a 75.

Ci sono alcune sequenze di film che riescono a visualizzare e raccontare queste sensazioni così personali ed inesprimibili: Amoreena nei titoli di testa di Quel pomeriggio di un giorno da cani; Saturday’s night alright for fighting all’inizio di Fandango. E soprattutto Tiny dancer in Almost Famous: la band sul bus nel momento più nero del tour, ognuno smarrito nel proprio vuoto, Mark Kozelek attacca con Handing tickets out for God, Kate Hudson riprende Turning back she just laughs, e allora la cantano tutti, Looking on she sings the songs, The words she knows, the tunes she hums… La forza gentile di una canzone che spazza via tutto e ti fa ricominciare.

“I have to go home”

“You are home”

50 Discographies at 50 – THE JESUS AND MARY CHAIN (19/50)

Psychocandy (1985)
Darklands (1987)
Barbed Wire Kisses (1988)
Automatic (1989)
Honey’s Dead (1992)
The Sound Of Speed (1993)

I dischi in vinile non si possono non amare, ma negli ultimi anni si è moltiplicata una categoria di appassionati molto più talebani di me, per i quali non solo bisogna resistere allo streaming e al downloading, ma anche il formato CD deve essere disprezzato senza pietà. Personalmente comincio a non sopportarli più, soprattutto quando sono così acritici da negare l’evidenza. Se l’assoluta superiorità sonora di una buona incisione in vinile è opinabile ma sostenibile, questi soggetti diventano dei ridicoli autolesionisti quando scelgono per principio copie o incisioni pessime, in cui non solo la masterizzazione è carente, ma i “magici” rumori di fondo (così “caldi e imperfetti come le nostre vite”) sono tanto continui da essere autentiche torture sonore.

Indimenticabile per me il ricordo di Darklands dei Jesus and Mary Chain, nell’autunno del 1987, per il quale tornai ben 3 volte da Supporti Fonografici (nella prima sede di via Coni Zugna). La stampa italiana, di qualità infima, aveva quel bel difetto che molti ben ricorderanno, e che si definiva efficacemente con l’espressione: “il disco frigge”. La prima volta che lo riportai la tesi fu: tranquillo, è solo una copia difettosa, tieni quest’altra copia sigillata. Per provare poi quella bella sensazione di frustrazione, quando a casa posavi la puntina, e il crepitio si riproduceva, perfettamente identico alla prima copia… E così al terzo giro il commesso freak col capello lunghissimo e bisunto (si chiamava Sergio?), scocciato e risentito, rilanciò un memorabile: “Ma scusa, prenditi il CD, no?”. Bravo, peccato che il mio primo lettore sarebbe arrivato quasi due anni dopo. Ovviamente nella Mecca milanese dei dischi d’importazione, l’unica novità di cui era disponibile solo l’edizione italiana era proprio l’album dei Jesus and Mary Chain. Gli dissi gentilmente di cambiarmelo con un altro LP nuovo (era Document dei R.E.M.?) e la chiudemmo così. Il paradosso fu che un paio di mesi dopo trovai una perfetta copia tedesca di Darklands nel provincialissimo corso Roma di Lodi da Arosio…

Mi sono perso in questi ricordi del vero tempo del vinile solo per dire che, per questa parzialissima Discography dei Jesus and Mary Chain, rigorosamente limitata ai loro primi anni, gli svalutati CD vanno benissimo, meglio del solito. Perchè nonostante siano entrati nella Storia per i loro brani sfregiati da lame di feedback, ogni loro canzone era un congegno pensato e curato in ogni dettaglio. Tutto quel rumore era progettato, scelto e sistemato al livello giusto, secondo per secondo, e per questo non può essere rovinato da casuali (e decisamente sopravvalutati) rumori di fondo. E a maggior ragione per Darklands, che iniziava con la ballata omonima, scioccante non per il rumore ma per il nitore perfetto di quella chitarra quasi da Dire Straits liofilizzati, che con dolce abbandono ti trascinava nell’oscurità totale.

I’m going to the darklands
To talk in rhyme
With my chaotic soul
As sure as life means nothing
And all things end in nothing
And heaven I think
Is too close to hell
I want to move I want to go
I want to go
Oh something won’t let me
Go to the place
Where the darklands are
And I awake from dreams
To a scary world of screams
And heaven I think
Is too close to hell
I want to move I want to go
I want to go
Take me to the dark
Oh God I get down on my knees
And I feel like I could die
By the river of disease
And I feel that I’m dying
And I’m dying
I’m down on my knees
Oh I’m down
I want to go I want to stay
I want to stay

I Jesus and Mary Chain l’anno scorso sono tornati, pare con un bel disco. Io non lo voglio ascoltare. Non mi mancano i Jesus and Mary Chain. Mi manca tutto quello spazio vuoto da riempire, che le classifiche di quegli anni ignoravano e che dava senso a una parola come Indie. Mi manca quel modo di progettare le canzoni come se fossero parti di una strategia per qualcosa più grande della vita, fosse anche la forza del pensiero negativo. William e Jim Reid sono l’estremo opposto di Donald Fagen e Walter Becker degli Steely Dan. Il massimo e il minimo delle conoscenze musicali, eppure coppie di autori con un talento speciale per creare grandi canzoni che non potrebbero essere più diverse, ma che mi piacciono in egual misura. Per questo quando qualcuno mi chiede che musica ascolto non so mai cosa rispondere, e va a finire che dico sempre solo: “Bruce Springsteen”.

TOP 5 2017

Le playlist di fine anno sono sempre di più un tentativo vano di fissare degli ordini di priorità nell’oceano di ascolti possibili. Qualche giorno fa ne ho commentata una di un amico di Facebook, che mi ha risposto in tono autoironico che lui non era Mojo o Uncut. Ma in realtà ognuno di noi, ormai, vale come Mojo o Uncut! Ovviamente non in senso assoluto, ci mancherebbe altro; ma in modo strettamente relativo un po’ sì. Siamo tutti autorevolissimi, dentro la bollamediatica in cui ognuno di noi vive: tutte diverse e composte da un mix di media tradizionali, di web in tutte le sue forme e soprattutto della nostra cerchia di amici veri e virtuali che condividono tutto, e la musica in modo particolarmente efficace. Siamo tutti qui, sugli schermi degli smartphone e dei pc, con tutta la musica a disposizione e tutti i giudizi per scegliere questo o non scegliere quell’altro… L’unica cosa che scorre sempre uguale è il tempo… E alla fine, per ognuno di noi, il metro principale per valutare la musica rimane il tempo che passiamo con lei.

Prima di passare in rassegna le mie 5 scelte del 2017, recupero anche la Top 5 2016 che l’anno scorso avevo saltato: sembra che nei cicli di questo blog gli anni pari siano sempre penalizzati, senza che ve ne sia assolutamente alcun motivo, anzi…

1. David Bowie – Blackstar
2. PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project 
3. Michael Kiwanuka – Love & Hate 
4. Sturgill Simpson – A Sailor’s Guide To Earth
5. Drive-By Truckers – American Band

Effettivamente la lista dell’anno scorso era di livello superiore. Quest’anno il distacco tra le mie prime scelte e gli altri album che mi sono piaciuti non è stato così forte. Ma il gioco è così, e alla fine le mie scelte sono state queste.
(Menzione speciale per il mio disco italiano dell’anno:
Mauro Ermanno Giovanardi – La Mia Generazione)

5. THE MAGNETIC FIELDS – 50 SONGS MEMOIR
Nell’anno dei miei 50anni, una scelta obbligata. Che ha parzialmente ispirato la serie che sto portando avanti delle 50 Discographies. Stephen Merritt da questo punto di vista è un esempio eccezionale: tutto è possibile, 69 canzoni d’amore, 50 per ogni anno di vita, e dentro c’è sempre una storia, uno spunto, spesso un piccolo capolavoro. Ovviamente l’ascolto di un disco di 50 canzoni passa attraverso momenti di stanchezza e idee non particolarmente brillanti. Ma confrontare i propri 50 anni con quelli di questo musicista unico e totalmente libero è stato uno dei più bei regali in questo difficile passaggio del tempo.

4. RYAN ADAMS – PRISONER
Roma, Gardone Riviera, doppietta all’Olympia Theatre di Dublino (la foto sulla testata è il pubblico della seconda, 12 settembre… in seconda fila si vede Conventional Wife!). Probabilmente averlo visto 4 volte nello stesso anno non consente di essere molto imparziali… ma il punto, nel 2017 e a 50 anni, è: che senso ha essere imparziali? Vedere questo Ryan Adams dal vivo, con le canzoni di un album come Prisoner, ogni volta con un inizio pazzesco come Do you still love me? (la canzone più bella dell’anno e una delle migliori della carriera di Ryan), mi ha fatto sentire e vivere questo disco come poche volte nella vita. E sono sempre più convinto della “profezia” della Discography 1/50: quando verrà scritta la storia della musica di questi anni, Ryan Adams ed album come Prisoner (che oggi a fatica entrano negli ultimi posti dei listoni di fine anno) saranno i primi ad essere ricordati.

3. THE DREAM SYNDICATE – HOW DID I FIND MYSELF HERE?
“And you may ask yourself…”: le domande di Once in a lifetime dei Talking Heads, più di 35 anni dopo, non se ne sono mai andate via. Come ci siamo ritrovati QUI? Personalmente non avrei mai pensato, nel 2017, che avremmo avuto un altro disco dei Dream Syndicate. Meraviglioso che siano rinati con questa nuova formazione, che siano venuti fuori dei pezzi così ispirati e che abbiano convinto perfino Kendra Smith a tornare, almeno per una canzone. Non capisco chi pensa che li si apprezza solo per nostalgia del passato: in generale non desidero nessuna reunion, anzi di solito diffido per principio. Ma quando un disco è così bello, la suggestione di un nome glorioso è solo un dettaglio.

2. HURRAY FOR THE RIFF RAFF – THE NAVIGATOR
Alynda Segarra. Anche qui, se mi avessero detto che mi sarebbe piaciuta una con un nome così, non ci avrei creduto. Ed anche il nome assurdo del suo progetto finora mi aveva condizionato parecchio. Poi se mi fossi limitato a leggere recensioni su un disco di una folksinger che riscopre le sue radici portoricane e realizza un ciclo di canzoni su una ragazza che affronta le difficoltà economiche e sociali del mondo di oggi… me ne sarei tenuto lontano. Invece mi sono imbattuto in Hungry ghost (la seconda canzone più bella dell’anno) e ho capito che questa è un’altra delle donne che potrebbero salvare il rock (o rallentarne un po’ l’esaurimento). Tra gli acquisti del cuore del 2017 mi manca ancora il mini-album di Billy Bragg; ma uno dei segnali positivi degli ultimi anni è questo fare politica con la musica in modo personale e lontano dalla retorica, come Billy, PJ, Morrissey e personaggi ancora con un futuro da rischiare come Alynda.

1. LCD SOUNDSYSTEM – AMERICAN DREAM
Appunto, le reunion sarebbe meglio evitarle. Per me loro dovevano fare come i Jam, i Clash, gli Smiths e gli Husker Du: pochi anni vissuti al massimo e non tornare mai più. Ma “loro” in realtà sono solo James Murphy, e in casi come questo non ci si riforma, ma ci si ricongiunge con un alter ego più grande della vita. Ed è andata così, il quarto album si è infilato perfettamente vicino agli altri tre, sempre dopo quello dei La’s e prima dei Led Zeppelin. Perfetto per me, in questo 2017 in cui mi sono perso nei 50 anni di un altro (50 songs memoir) e mi sono messo a riattraversare le mie 50 Discographies, prima di affrontare la prossima musica da cinquantenne: questo è il mio ultimo disco da quarantenne. Quello in cui si rallenta perchè si sa quando serve accelerare. Quello in cui si smette con l’ossessione della notte perchè i giorni diventano più preziosi. Quello in cui si perdono per sempre amicizie, idee, capelli, sogni americani e sogni europei. Quello in cui si perde per sempre anche David Bowie, ma si impara a ricordare senza rabbia.

50 Discographies at 50 – HUSKER DU (18/50)

Everything Falls Apart… And More (1983)
Metal Circus (1983)
Zen Arcade (1984)
New Day Rising (1985)
Eight Miles High / Makes No Sense At All (1985)
Flip Your Wig (1985)
Candy Apple Grey (1986)
Warehouse: Songs And Stories (1987)
Workbook (1989) – Bob Mould
Intolerance (1989) –  Grant Hart
Black Sheets Of Rain (1990) – Bob Mould
The Last Days Of Pompeii (1991) – Nova Mob
Copper Blue (1992) – Sugar
Beaster (1993) – Sugar
The Living End (1994)
Nova Mob (1994) – Nova Mob
File Under: Easy Listening (1994) – Sugar
Besides (1995) – Sugar
Ecce Homo (1995) – Grant Hart
Bob Mould (1996) – Bob Mould
The Last Dog And Pony Show (1998) – Bob Mould
Good News For Modern Man (1999) – Grant Hart
District Line (2008) – Bob Mould
Life And Times (2009) – Bob Mould
Live At ATP 2008 (2009) – Bob Mould Band
Hot Wax (2009) – Grant Hart
Oeuvrevue (2010) – Grant Hart
Silver Age (2012) – Bob Mould
The Argument (2013) – Grant Hart
Beauty & Ruin (2014) – Bob Mould
Patch The Sky (2016) – Bob Mould

Lo so che voi ce l’avete già e io invece no. Alcuni di voi se lo meritano, altri un po’ meno. Come ha dichiarato Greg Norton a Mojo: gli Husker Du, anche quando erano insieme, non sono mai stati popolari come adesso. E così Savage Young Du, il cofanetto di 3 CD straripanti di inediti dei primissimi anni, pubblicato poche settimane dopo la morte di Grant Hart, è andato subito esaurito. E io sono rimasto senza. C’è in giro qualcuno che ha la mia copia e che probabilmente non ha neanche un quinto degli album di questa Discography… Ma lo perdono; anzi, sono contento per lui (o per lei… anche se gli Husker sono una band “da maschi”). Ho aspettato 30 anni per ascoltare queste rarità. Posso aspettare tranquillamente la ristampa.

Paolo, amico da una vita, compagno di avventure radiofoniche e autore segreto di abilità fulminante, qualche giorno fa ha messo su Facebook questa riflessione che condivido.

Breve storia di cosa sia capitato alle nostre vite.

1994. Volendo possedere il disco di cui sotto (foto dello schermo dell’iPhone: Shhh dei Chumbawamba), con mezzo a motore mi recai nell’apposito esercizio commerciale. Non essendo richiesto sul mercato italiano, ne ordinai l’importazione. Dopo circa tre settimane andai nuovamente al negozio di dischi, pagai in contanti e ritirai il vinile. Giunto a casa, in poltrona, colmo di letizia, ascoltai la puntina friggere allegra.

2017. Mi torna desiderio di ascoltare questo vecchio album. Guidando (lo so, non si fa), prendo lo smartphone e in iTunes digito solo Chu. Immediatamente compare l’oggetto del desiderio. Tre tocchi sul touchscreen, mediante scansione e riconoscimento facciale completo l’acquisto. Quattro minuti e l’intero disco è automaticamente inserito tra le playlist presenti nel telefono. Via Bluetooth la macchina inizia a riprodurre il tutto, con suoni digitali impeccabili.

Pare, forse pare, suonassero meglio nel 1994….

Tutto suonava meglio, nel 1994. Fu anche l’anno in cui uscirono più Husker album, fra live postumo, Sugar e Nova Mob. Paolo oggi è younger than yesterday, mentre io qua vado avanti a ignorare che il cofanetto lo potrei scaricare, ascoltare in streaming o trovare in rete. E invece no: quando il Libraccio o Buscemi potranno riordinarlo, lo prenderò.

Ieri Paolo compiva gli anni. Gli ho mandato un sapido messaggino di auguri, in cui tra l’altro gli ho scritto questa affettuosa presa in giro: “Per festeggiare, digita HU sul tuo tastierino, esibisci il faccione e sparati These Important Years from your daughter School to dovecazzovaioggi“.

Well, you get up every morning
And you see, it’s still the same
All the floors and all the walls
And all the rest remains
Nothing changes fast enough
The hurry, worry days
It makes you want to give it up
And drift into a haze
Revelations seems to be another way
To make the days go faster anyways
We’re all exchanging pleasantries
No matter how we feel
And no one knows the difference
‘Cause it all seems so unreal
You’d better grab a hold of something
Simple but it’s true
If you don’t stop to smell the roses now
They might end up on you
Expectations only mean you really think you know
What’s coming next, and you don’t
Yearbooks with their autographs
From friends you might have had
These are your important years
You’d better make them last
Falling in and out of love just like…
These are your important years, your life
Once you’ve seen the light, you finally
Realize it might end up all right
It might end up all right now

Nella sua assurdità, la fine della vita di Grant Hart ha chiuso in modo perfetto la storia degli Husker Du. Con la pace dopo 30 anni di guerra e con quella generosa e appassionata ricostruzione delle loro origini (a cui speriamo faccia seguito anche la ristampa di tutto il catalogo, con dentro qualche altra sorpresa). Credo che Grant sia morto in pace, non solo con Bob e Greg, ma anche con sé stesso e la sua arte. The argument è stato un canto del cigno toccato dalla Grazia. E anche se i suoi 50 anni non sono diventati 60, tutti i pezzi della sua discografia sono da portare con noi, nei prossimi anni importanti.

E questa storia, la nostra storia, andrà avanti con Bob. A parte il decennio in cui aveva deciso di sbagliare tutto, lui è uno dei pochissimi che non sbaglia più niente. E’ vero, si fa una fatica incredibile a pensare che anche questi siano anni importanti. Ma quando esce un nuovo disco di Bob Mould, io me lo ricordo, io ci credo un po’ di più. “No Husker Du, no Foo Fighters”, dice Dave Grohl. Che sarà un paraculo che ha più successo di quanto meriterebbe, ma questa cosa l’ha sempre detta e ripetuta, fin dai tempi dei Nirvana. No Husker Du, no Andrea (as we know him).

50 Discographies at 50 – PJ HARVEY (17/50)

Dry (1992)
Rid Of Me (1993)
4-Track Demos (1993)
To Bring You My Love (1995)
Dance Hall At Louse Point (1996) – with John Parish
Is This Desire? (1998)
Stories From The City, Stories From The Sea (2000)
Uh Huh Her (2004)
The Peel Sessions (1991-2004) (2006)
White Chalk (2007)
A Woman A Man Walked By (2009) – with John Parish
Let England Shake (2011)
The Hope Six Demolition Project (2016)

La mia ragazza preferita, da sempre e per sempre. E l’artista più grande degli ultimi 10 anni. Di lei mi porto dietro tutto quanto, anche gli album ascoltati poco e che prima o poi riscoprirò. Mentre invece gli ultimi due hanno descritto nel modo più perfetto il mondo come è diventato, come sta inesorabilmente scivolando rotolando rallentando. Bello che sia stata proprio lei, la nostra ragazza meravigliosa e spietata nel raccontare sé stessa, i suoi amori, il suo mare e le sue città, a cambiare prospettiva e a raccontarci la nostra vita.

Le affinità e le divergenze con Patti Smith si sono moltiplicate, in questi 25 anni. Gigantesco è oggi il carisma di entrambe, ma quello di PJ generato non dall’istinto naturale e dalla forza del passato, bensì dal lavoro continuo sulla propria arte: songwriting in perfetto equilibrio tra immagini dirompenti e concetti limpidissimi, originalità di arrangiamenti semplici e geniali, perfezione e padronanza totale sul palco. E quanto le visioni di Patti hanno ispirato più di una generazione di artisti a partire dalla propria anima per conquistare il mondo, tanto Polly Jean ha imparato sul campo che tutto quel talento coltivato e reso rigoglioso doveva servire a qualcosa. Soprattutto in questo punto della Storia.

Nel vuoto culturale ed esistenziale che ha soffocato il rock in questi anni, e forse per sempre, PJ Harvey è l’ultima speranza per un’altra politica, un altro ruolo, un senso vero in tutta questa inutile bellezza. E questa è la mia Discography più piena di presente e di futuro.

An inward revolution – Big Sound Authority

Interrompiamo la sequenza delle 50 Discographies at 50, una volta tanto non per una discografia “in morte di” qualcuno, ma per fare quello che un blog musicale letto da quasi nessuno dovrebbe fare: post su dischi che non ascolta quasi nessuno. Questo è un album che ho comprato su LP quando uscì (alla fine del 1985) e che da qualche anno è di nuovo disponibile per la prima volta in CD, grazie alla fantastica Cherry Red. Per me un brillante gioiellino incastonato in quell’epoca, che corrispondeva ai miei 18 anni. Perfino il luogo in cui lo comprai è strettamente legato a quegli anni: un negozietto apparso a San Bernardo, il mio quartiere di Lodi (nell’ultimissimo tratto di Viale Italia). Ripensandoci, è un esempio perfetto di quanto gli anni 80 siano stati un tempo straordinario per il mercato discografico: esisteva un negozio di dischi perfino nella periferia di una cittadina che da una quindicina d’anni non ne ha più nemmeno uno… Gestito da un quarantenne un po’ stordito (del resto una spiegazione ci doveva essere), non era nemmeno piccolissimo, ma era desolante per la scarsità di 33 e 45 giri esposti. L’improvvisato imprenditore si era preoccupato più di spendere in scaffalature ed espositori che in merce da vendere. L’unico risvolto positivo era che i pochi dischi si vedevano tutti benissimo. Così quando comparve An inward revolution dei Big Sound Authority, quella splendida copertina in bianco e nero si fece subito notare e mi fece comprare l’album immediatamente.

In realtà il nome dei Big Sound Authority mi aveva già colpito fin dalla primavera-estate, quando il singolo This house (Is where your love stands) venne programmato regolarmente da Radio Rai, in particolare a Master (programma cult del primissimo pomeriggio che ebbe come conduttori colonne come Luca De Gennaro, Rupert, Riccardo Pandolfi e future star come Serena Dandini e Grazia Di Michele). Un pezzo soul con una melodia che anche oggi, dopo più di 30 anni, per me se la gioca alla pari con i grandi classici di 20 anni prima, e con una voce femminile che mi intrigava immensamente. Uscì anche un articoletto su Rockstar, ma qui da noi non successe molto altro, a parte un paio di passaggi televisivi ripresi da esibizioni in programmi BBC. Quella stessa estate Radio Rai passava un’altra canzone che si rifaceva ai suoni classici degli anni 60 e che divenne anch’essa un mio piccolo culto: Walking on sunshine di Katrina and The Waves. E mi ha sempre colpito il destino opposto di queste due canzoni così pop e orecchiabili che all’epoca ebbero un successo molto limitato: mentre Walking on sunshine è diventato un classico minore, ancora oggi programmato sui canali vintage ed utilizzato in film e spot pubblicitari, This house è sparita nell’oblio.

Eppure i Big Sound Authority avevano tutte le carte in regola per sfondare: scoperti da Paul Weller, che li lanciò sulla sua piccola etichetta Respond Records mettendo insieme un songwriter eccellente chiamato Tony Burke ed una giovanissima cantante con un talento naturale purissimo (la graziosa Julie Hadwen), vennero rapidamente ingaggiati da una major come MCA che li sostenne molto bene. Erano perfettamente sulla scia degli Style Council del loro illustre mentore ed in sintonia con quel filone del pop-rock inglese di metà anni 80 che si rifaceva alla Black music degli anni 60, e che esprimeva esplicita opposizione politica in questi anni di apoteosi del Thatcherismo. Mixing pop and politics, così cantò pochi anni dopo il più esplicito di tutti, Billy Bragg. Ecco, questo disco perduto è veramente la quintessenza di quella generazione working class che prese dal punk il coraggio di voler essere protagonista, inseguendo le proprie passioni. C’erano i Dexy’s Midnight Runners, i Redskins, gli Housemartins, i Madness e poi tanti altri, soprattutto minori, qualcuno anche con una canzone sola… Tutti sulla scia di Clash e Jam, cercando uno spazio in mezzo a classifiche che non saranno più così ricche di vendite e di talenti originali.

Riascolto queste bellissime canzoni dopo tanti anni, e scopro con sorpresa quelle aggiunte nel secondo CD fatto di singoli, remix ed inediti. E ancora mi rammarico non solo che il mondo non abbia ascoltato, ma che anche in questi anni di retromania, recuperi impossibili e rivalutazioni spesso discutibili, non ci sia stata una seconda possibilità per i Big Sound Authority. Erano davvero bravi: pezzi costruiti benissimo, con testi e musiche di altissimo livello, arrangiamenti sontuosi e produzione in perfetto equilibrio tra classico e moderno, una combinazione di voce maschile-femminile da brividi, in particolare il timbro della dolcissima Julie, morbido come seta ma con quel graffio soul che da allora mi è rimasto conficcato nel cuore. La spiegazione che mi sono dato è che c’è un tempo per tutto e il loro arrivò con uno o due anni di ritardo. La stessa cosa che accadde, pochi mesi dopo, al film Absolute Beginners: doveva essere la celebrazione di quella generazione innamorata del soul e del jazz e fu un fiasco clamoroso. Però la musica era fantastica e per me quella colonna sonora non si tocca, perfino Patsy Kensit e Bowie che canta Volare con i peggiori suoni sintetici dell’epoca. Anche per chi non è uscito vivo dagli anni 80, anche per quelli che sono rimasti solo un ricordo per pochi, niente può cancellare la forza sprigionata da chi è stato Principiante Assoluto in quegli anni, la piccola grande storia di chi ha inseguito una Big Music, o l’Autorità del Grande Suono.