Whatever’s for us – Joan Armatrading

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Pensavo che questo esordio di Joan Armatrading fosse un album poco significativo per la sua discografia. Pubblicato nel 1972, non ne avevo mai letto particolarmente bene. Un fatto, in particolare, mi aveva sempre fuorviato: tra questo e il secondo disco, uscito nel 1975, passarono ben 3 anni. Un intervallo normalissimo per i nostri tempi, mentre all’epoca equivaleva praticamente ad un nuovo inizio di carriera. In effetti, la crescita artistica e commerciale della Armatrading, da lì in poi, fu regolare e costante per circa un decennio… Ergo, a me questo esordio isolato evocava un’idea di “falsa partenza”, per cui mi ero sempre dedicato solo al suo periodo d’oro, appunto quello a cavallo tra anni 70 ed anni 80.

Joan Armatrading è un altro di quei personaggi passati da una discreta popolarità (che rendeva i suoi lavori facilmente reperibili) ad essere stata quasi completamente dimenticata; così che i suoi album non vengono più ristampati da decenni e l’unico modo per riscoprire la sua musica è setacciare gli amatissimi second hand shops e/o accontentarsi di qualcuna delle tante raccolte in cui il suo repertorio è stato, più o meno adeguatamente, riassemblato. Circa 3 anni fa ho messo le mani su Love and affection: Classics 1975-1983, un impeccabile doppio CD che ha superato le mie già elevate aspettative e che considero tra le mie migliori riscoperte senili in assoluto. Trovare tutte insieme le migliori canzoni dei suoi album migliori mi ha dato una soddisfazione infinita, mettendo a tacere le mie abituali paturnie filologiche e completiste (secondo cui le antologie sono il Male e bisogna avere solo gli album così come originariamente concepiti).

Mi ero messo il cuore in pace e pensavo di essere a posto così con la tenera Joan, quando in una ricognizione on line nel mio locale quadrilatero della perdizione (Libraccio-Nashville-Metropolis-Massive) ho intercettato Whatever’s for us ed ho calato LA 5 EURO quasi per dovere. Davvero, non pensavo potesse essere all’altezza delle gemme della mia preziosa raccolta. E sono rimasto quasi sbalordito. Altro che falsa partenza! Questo è uno degli esordi più grandi e sottovalutati che io abbia mai ascoltato. E si fottano, una volta di più, i luminari di Allmusic, che non danno 5 stelle piene a NESSUN album di Joan Armatrading e ne assegnano solo 2 ad un disco del genere. Perchè qui siamo ai livelli delle grandissime cantautrici dei primi anni 70: Carole King, Laura Nyro, Judee Sill…

Una cosa, in effetti, resta vera. Quest’album è diverso dal resto della produzione della Armatrading dopo la seconda metà dei ’70: appartiene all’età dell’oro dei singer-songwriters, quella dominata da Elton John nei suoi 4-5 anni di grazia. Ha il suono caldo e naturale di quegli album con copertine malinconiche, colori pastello o bianco e nero, chitarre gentili e pianoforti in primo piano, grandi arrangiamenti e grandi musicisti, budget importanti e produttori col tocco magico al servizio di talenti giovanissimi in anni intensissimi… Joan aveva 22 anni e cantava con la splendida incoscienza di una voce dalle parti di Nina Simone. Molto diversa dalla donna già matura del suo periodo di quasi successo. Alla metà degli anni 80, appariva già come una veterana che dimostrava più della sua età. E che cazzata che abbiamo fatto, col senno di poi, a smettere di seguirla per sostituirla con Tracy Chapman…

A volte, ascoltando questi dischi realizzati in quei pochissimi anni, tutto sembra fluire in modo così facile, come senza sforzo, come se avrebbe potuto farli chiunque, in qualsiasi momento. E invece sono stati quegli artisti lì, in quegli anni lì; e 40 o 50 anni dopo sono ancora tutti presi a cercare di creare qualcosa di simile. Con tutte le migliaia di dischi che abbiamo amato ed ameremo, c’è qualcosa nelle opere nate in quel tempo breve e lontano, così pieno di utopie dimenticate, che non passa mai. La meraviglia di riascoltarli per la millesima volta, o per la prima, ed essere riempiti di bellezza.

14 songs – Paul Westerberg

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Questo l’ho ricomprato, sempre al famigerato “Last Vinilmania Ever” di aprile, a soli 5€.

L’avevo acquistato usato, un annetto dopo che era uscito.

Poi l’ho rivenduto, credo a Psycho, quando c’era ancora il povero Stiv Livraghi (per cui doveva essere l’inizio del ’99).

Stavo per andare a vivere da solo e pensavo di dovermi alleggerire un po’…
Passai in rassegna i miei CD e ne selezionai alcuni che, in quel momento, mi apparivano superflui. Quelli che non riuscii a vendere in negozio, li misi in vendita in radio, in un’autoironica rubrica di quella che è rimasta la mia ultima trasmissione, Alta Fedeltà: il format che mi ero inventato ricalcava a grandi linee i temi del libro di Nick Hornby, simulando persino la vendita di dischi in offerta specialissima. Fu così che in qualche settimana mi separai da una manciata di album. Alcuni dei quali dimenticati senza rimpianti, mentre qualcuno l’ho poi cercato, o ritrovato per caso.

All’epoca avevo giusto un paio di album dei Replacements. Poi negli anni mi sono procurato quasi tutta la discografia completa, ed anche se storicamente i miei preferiti, tra le due grandi 80’s indie band di Minneapolis, erano e rimangono gli Husker Du, ho imparato ad apprezzare la bellezza assoluta che i Replacements hanno irradiato, influenzando decine, centinaia di band, fino ai giorni nostri. E la reputazione del primo album solista di Paul Westerberg è anch’essa cresciuta nel tempo. Per cui, quando i soliti spacciatori di rock americano (di cui mi è già capitato di parlare) me l’hanno messo lì a 5€, è stato un altro ricorso storico che evidentemente non si poteva evitare.

E se vi sembra strano che mi sia ricomprato, quasi 20 anni dopo, un disco usato (presumo non esattamente il mio…), vorrei far notare che nello stesso stand avevo appena gioito nel trovare l’introvabile The Lost Weekend di Danny & Dusty (il mitico lavoro in coppia di Dan Stuart dei Green On Red e Steve Wynn dei Dream Syndicate). Messo lì in mezzo agli altri CD da 5 o 10€, mi ero illuso di portarlo via ad una cifra abbordabile. Mentre invece…
“Eeeeh nooo… Quello lì vale 100€.”
L’occhio spento e il viso di cemento…
“Va bene, dài… Possiamo scendere fino a 80.”
E allora? Che cosa devo fare? Vuoi che mi metta una… Ok, basta!
Così, mi sono consolato con un lotto selezionato di 7 pezzi pregiati da 5€ l’uno, e quando hanno tentato l’offertona finale a 50€ ho deglutito e me ne sono andato, a testa alta (cuore in fiamme e maschera di ghiaccio).
Per dire, insomma, che un limite ce l’ho anch’io…

14 songs, invece, a prescindere dal prezzo più o meno basso, non è certo una rarità. Uscì su una major in quell’irripetibile prima metà di anni 90 in cui perfino uno sbandato come Paul Westerberg ebbe la sua grande possibilità. Sempre nel 1993, si ritrovò anche lui nella colonna sonora simbolo dell’era grunge, Singles, e con un pezzo estremamente orecchiabile come Waiting for somebody. Le condizioni per dare una svolta alla carriera c’erano tutte; ed invece anche lui finì nella lunga schiera dei bellissimi perdenti del rock americano.

Anch’io, del resto, ho molta più voglia di un disco così adesso rispetto a 20 anni fa. In quel periodo avevamo a disposizione un tale ben di Dio… Non solo non si poteva stare dietro a tutto; eravamo anche un po’ sazi di quel rock così nostro, intensamente generazionale, perfettamente in equilibrio tra classicità ed inquietudini indie. Era iniziata la stagione migliore del Brit Pop, nasceva il trip-hop e si completava la fusione perfetta tra rock ed elettronica; anche l’indie americano più interessante virava verso il lo-fi e veniva codificato il genere che ho più amato e seguito dopo il 2000, l’Americana. Ecco, il problema di 14 songs, forse, era quello di essere troppo in anticipo rispetto alla creazione di un nuovo mercato (di nicchia, ma consistente e globale) per questi suoni con un po’ di punk ma non abbastanza grunge, con un po’ di folk e country ma non abbastanza melodici…

Anche se commercialmente è rimasto sospeso in un limbo, quest’album rispecchia perfettamente la sua identità nella copertina. Proprio come un libro di racconti: destinato ad essere scambiato rivenduto ricomprato, passato di mano ed amato almeno un poco, anche senza essere esaltato o collocato sugli scaffali più importanti. Dischi così, libri così, sono quelli più adatti ai second hand store. Prima o poi il loro momento torna, qualcuno gli dedica occhi orecchie tempo, quelle piccole storie da poco ritornano in circolo e fanno ancora un po’ di strada.

Scenes from the second storey – The God Machine

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C’è sempre un motivo, o un movente. Questo CD era nella mia Want List da parecchio, per sostituire la cassetta d’epoca registratami da Anselmo, abbandonata in garage insieme a centinaia di altre. Come molti album degli anni ’90, è diventato difficile da trovare; anche in rete non compare tanto spesso. Un mese fa ho voluto dare un’ultima possibilità al glorioso marchio Vinilmania, la fiera del disco con una storia di 30 anni che da quando ha abbandonato il parco di Novegro è andata sempre peggio. Ebbene, ho dovuto toccare con mano la fine ingloriosa (e a questo punto definitiva) nell’ultima imbarazzante edizione negli East End Studios di via Mecenate, con una ventina di espositori ed una tristezza profonda nell’anima… Ne è valsa comunque la pena per due motivi: per il primo, vi rimando al post scriptum; il secondo… avete capito: ho trovato Scenes from the second storey a 5 (cinque) €.

È sempre una grande soddisfazione riuscire a fare questi acquisti fortunati, ma con un disco come questo c’è anche un senso come di compimento di un destino. I God Machine, infatti, fanno parte di un tempo (la metà degli anni 90) scivolato senza che ce ne accorgessimo da “pochi anni fa” a “circa 25 anni fa”. Ed è per questo che non avrebbe senso procurarselo con Discogs o con Amazon, come farebbe uno che all’epoca non c’era e li scopre per caso grazie a qualcuno bravo (o a qualche blog che non legge nessuno…). Bisognava trovarlo così: in mezzo a qualche decina di altri oggetti di quel passato non più prossimo, che ormai è così passato da poterci fare i conti in un modo diverso. Da qui.

Non me li ricordavo così heavy, così dark e così psichedelici. Me li ricordavo grandi, e forse era perché risultavano unici ed inclassificabili, pur caratterizzandosi proprio con quei tratti così definiti. Erano genuinamente indie, più che crossover (una delle parole chiave di quegli anni, oggi caduta in disuso; e con il significato che la parola indie ha avuto negli States negli anni 80 e 90). E infatti indie è rimasto Robin Proper-Sheppard, con la sua identità più longeva, i Sophia giunti quest’anno al loro settimo album. Riascoltare i God Machine oggi è la risposta più efficace ad uno degli interrogativi più frequenti nelle discussioni da social network: se la musica di oggi sia, in generale, meno appassionante di quella del passato. Immergersi nell’intensità dolorosa di questo dimenticato album di culto è potente e catartico. Soprattutto, quest’album è veramente un prodotto degli anni 90: con tutto il carico di linguaggi creati negli anni 80 e con il meraviglioso compimento di tutte quelle promesse, avvenuto in modo compatto e concentrato nella prima metà del decennio seguente.

Quest’anno molti parlano dei 25 anni da Nevermind e dall’ultima vera rivoluzione del rock. Quel disco portò la pesantezza, l’oscurità e la diversità nel cuore di una generazione. Quegli anni furono irripetibili perchè si crearono spazi enormi per una musica che fino ad allora era stata rinchiusa in nicchie strettissime ed inaccessibili ai non appassionati. Anche se poi è inevitabile: di quella stagione oggi viene ricordata solo la cresta più alta dell’onda generata dai Nirvana. Ma noi che c’eravamo abbiamo accumulato un patrimonio di ascolti che credo sia venuto il momento di riscoprire. Anche se ci siamo lasciati alle spalle l’infinite sadness della giovinezza. Anzi, proprio per quello.

Non è per niente un disco per l’estate Scenes from the second storey. Eppure mi dà un godimento infinito, in questi primi giorni di sole e di calore, saturarmi le orecchie di questi accordi massicci, di chitarra-basso-batteria senza trucco e senza inganno. Una pesantezza che non mi concedevo da anni, dopo anni in cui la concessione doveva sempre essere la leggerezza, a senso unico. È come con Bob Mould e questi suoi ultimi, fantastici album over 50: in mezzo a tutti quegli strati di chitarre ci siamo noi, ci sono gli strati di giorni mesi anni depositati da quegli ascolti che colpivano nelle viscere, così tanto tempo fa.

E poi c’è quel legame istintivo ed immediato tra la storia breve dei God Machine e quella dei Joy Division, due soli dischi in due anni, intensi ed immensi, la morte che si porta via uno di loro (ed il tumore al cervello del chitarrista Jimmy Fernandez non è certo meno doloroso ed angosciante del suicidio di Ian Curtis). Ed il ricordo di Anselmo, le sue cassette ed i titoli scritti con quelle lettere un po’ sgraziate… No, non le butterò via tutte quelle cassette, anche se dovessi ritrovarli tutti, i miei infiniti conventional records.

P.S.
Il secondo motivo per cui è valsa la pena partecipare alla spettrale ultima edizione di Vinilmania apparentemente non c’entra niente con i God Machine, ma invece un pochino sì… In mezzo alle chiacchiere con alcuni degli sparuti espositori, del tutto casualmente, sono venuto a conoscenza dell’esistenza di questo:
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Bruce Springsteen.
1978.
Gli unici 5 concerti del tour trasmessi alla radio.
TUTTI RACCOLTI IN UN SOLO COFANETTO.
Roxy, Los Angeles… Agora, Cleveland… Capitol, Passaic… Fox, Atlanta… Winterland, San Francisco…
I bootleg da sempre più ricercati e più costosi, prima in vinile e poi su CD.
Tutti insieme, 15 CD a 22€.
VENTIDUE EURO.
E così per una volta anch’io, perfino io, ho dovuto chinare il capo e cedere alla dittatura di Amazon…
Però (ed è qui che ci ricolleghiamo ai God Machine trovati a 5€) una simile trasgressione vale come compensazione delle rinunce di 20-25 anni fa.
Quando i CD bootleg di Springsteen andavano via come il pane a prezzi accettabili, ma io li ignoravo tutti per dedicarmi anima e corpo alla musica nuova, al rock dei miei swingin’ 90s.
(Ricordo distintamente una visita al negozietto aperto per qualche anno in quell’età dell’oro dall’etichetta specializzata Great Dane Records, a Milano in zona viale Piave: in mezzo ad un paradiso di bootleg di ogni tipo, soprattutto del Boss, acquistai con noncuranza l’esordio di Ben Harper e l’ultimo dei Charlatans…)
Per cui, sì: ho peccato gravemente; ma quando i segni sono così inequivocabili, bisogna solo presentarsi all’appuntamento col destino (e al 6° e 7° San Siro).

No Manchester – Mexrrissey

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AVVERTENZE
Disco strettamente riservato a:
– Fans di Morrissey
– DJs Indie-Rock
– Nostalgici & Seguaci del C86
– Appassionati di cover
– Ascoltatori molto ma molto curiosi
– Messicani

PREMESSA
Tra le tante caratteristiche del seguito di culto di cui Morrissey è oggetto da oltre 30 anni, c’è il caso speciale dei suoi fans sudamericani, in particolare messicani e delle comunità ispaniche di Los Angeles. Uno zoccolo duro di migliaia e migliaia di giovani ed ex giovani che lo amano perdutamente, con un legame apparentemente incomprensibile tra un personaggio così british ed orgogliosamente concentrato sulla canzone pop anglosassone ed etnie dalle radici musicali incompatibili.

PARENTESI STRETTAMENTE PERSONALE
Io odio la musica sudamericana.
Avete presente Complesso del Primo Maggio di Elio e Le Storie Tese, “la musica balcanica…”, eccetera eccetera?
Ecco, io la stessa cosa anche con l’intero universo musicale latino-americano.
Sentire cantare in spagnolo mi dà proprio fastidio.
Senza stare a scomodare lambade o isle bonite di successo planetario, mi porto dietro piccoli traumi adolescenziali tipo gli Heroes del Silencio. E se ci pensate, ne Il grande Lebowski quando il Drugo dice al tassista di togliere dalla radio gli Eagles perchè li odia e viene sbattuto fuori dal taxi, poi i fratelli Coen mica hanno fatto sentire gli Eagles; no, per rendere la situazione veramente perversa, sparano Hotel California fatta dai Gipsy Kings…

PERO’…
C’è solo un caso in cui la lingua spagnola e la musica per me possono funzionare.
L’Indie-Rock, anzi più precisamente l’Indie-Pop.
La rivelazione la ebbi qualche anno fa, quando su una strepitosa raccoltona di culto di questa nicchia per pochi intenditori trovai quella che è diventata una delle mie canzoni preferite di tutti i tempi.

EL RESTO DE MI POST
E adesso, finalmente, quello che per me poteva restare uno splendido caso isolato, trova un degno seguito, quasi un coronamento. Certo, un’operazione furbetta che difficilmente potrà avere un futuro. Ma con un guizzo di genialità più unico che raro tra le cover band e soprattutto capace di spiegare l’inesplicabile legame tra Morrissey e Latinos più di studi e ricerche sociologiche. Questo gruppo di ragazzi messicani ha riplasmato la materia prima dei più classici tra i classici del Moz… Ed è lì da sentire.

Come funzionano alla grande queste melodie e queste storie trasformate con strumenti tipici come le trombe, i guitarròn, le percussioni, e con quella lingua solitamente per me insopportabile. Su tutte, la trasfigurazione al femminile di The last of the famous international playboys in International playgirl: la mia lunga calda estate del 2016 inizia qui. Ed il riff iniziale di Suedehead? Non aspettava altro che di essere suonato con la tromba: nessuno l’aveva mai capito, ed era naturale, chiaro come il sole… E’ davvero impressionante come questi classici di culto, così incastonati nel nostro subconscio indie pop, possano aver fatto migliaia di chilometri, attraversato l’oceano e risultare perfetti anche così.

In modo completamente diverso, vale la stessa riflessione di qualche mese fa su Ryan Adams che rifa 1989 di Taylor Swift: le canzoni interpretate non come cover, ma usate con lo stesso approccio dei campionamenti con i quali si riscrivono canzoni diverse che mantengono una stessa radice. In questo caso, anche un modo di utilizzare classici del passato e la loro rielaborazione avvenuta con gli anni e con l’assimilazione dentro una subcultura giovanile completamente diversa. Ma a parte i miei maldestri tentativi di elevare il rango di questo dischetto di cover: buon divertimento, davvero. Con El primero del gang, con Cada dia es domingo e con Me choca quando mis amigos triunfan… Irresistibili e spiazzanti, in poco tempo generano dipendenza (ed invidia verso l’essere messicani).

Per finire, un paio di chiarimenti: niente Smiths, solo Morrissey (perchè è su di lui che si è sempre concentrato questo specialissimo culto ispanico). E tecnicamente sarebbe un mini-album di sette pezzi con l’aggiunta di cinque versioni live a New York (suonate piuttosto maluccio, con l’eccezione dell’oscura B-side Mexico, qui ovviamente valorizzata e particolarmente toccante dal vivo).

You and I – Jeff Buckley

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È giusto che i primi demo di Jeff Buckley siano diventati un conventional record?

Molti dei critici che stimo di più pensano di no. Per esempio Federico Guglielmi. Questo disco rischia di passare alla storia come una delle più brutte truffe del mercato delle ristampe e del materiale d’archivio. Perché Mary Guibert, la madre di Jeff, aveva già esagerato in passato ed aveva dichiarato che non sarebbero state pubblicate altre registrazioni. E soprattutto per la scorrettezza di confezionare e presentare questo prodotto come un album vero, con tanto di inedito assoluto. È un peccato. Sarebbe bastato scrivere la verità. The first Demos.

All’inizio del 1993 Jeff Buckley aveva appena firmato il contratto con la Columbia-Sony, ma non aveva idea di come cominciare a realizzare il suo primo album. Steve Berkowitz, il suo discografico, gli propose di registrare quello che gli passava per la testa in una sessione solo chitarra e voce presso lo studio Shelter Island Sound del produttore Steve Addabbo a New York. Lui si mise davanti al microfono e cominciò a fare una cover dietro l’altra, per 3 giorni 8 ore al giorno. In questo disco sono stati selezionati 10 dei brani messi su nastro, tra cui una acerba Grace ed il famigerato inedito Dream of You and I. La storia è questa e così andava presentata e raccontata: una raccolta di appunti, per cercare l’ispirazione ed individuare la propria voce.

Ma al netto di tutto, a me questa raccolta di demo piace molto. Soprattutto se lasciamo da parte proprio Grace e lo pseudo inedito, che in realtà è letteralmente un appunto messo su nastro: un accenno di frase melodica ed il racconto di un sogno, come per non dimenticarselo. Le 8 cover selezionate sono veramente l’incontro del talento grezzo di Jeff Buckley con l’arte della canzone. Conoscevamo già, certamente, il modo che aveva Jeff di entrare dentro le canzoni: a partire da Hallelujah, e poi nella Legacy Edition del Live at Sin-é (in cui eseguiva in pubblico alcune di queste cover insieme a molte altre). Ma qui, nella solitudine dello studio, si percepisce molto di più che questa musica, la struttura di questi brani, si era intrecciata con i filamenti del DNA trasmesso da Tim: queste canzoni sono parte di lui, e per arrivare a Grace doveva partire da qui. Dylan, il blues, i Led Zeppelin, gli Smiths… Senza di loro, oltre che senza Tim, non avremmo avuto Jeff Buckley.

Per cui, sì: è giusto che ci sia questo disco, ed è giusto comprarlo. Per me, dopo Grace, entra a far parte degli album postumi di Jeff da avere, insieme a Sketches for My sweetheart the drunk ed ai Live at Sin-é e Mistery White Boy. Viene prima di Songs to no one con Gary Lucas, anche se come storicità conteneva registrazioni antecedenti e con composizioni effettivamente inedite… Ma era molto più frammentario e dispersivo… Molto meno album.

Basta non pensare alla madre stronzetta, sostituire il titolo e saltare i due pezzi inutili. Ascoltare queste 8 canzoni, poco più di 40 minuti. Jeff Buckley da solo, che canta Just like a woman, Calling you, Night flight, The boy with the thorn in his side, I know it’s over… Quanto lo avresti pagato 20 anni fa, quando avevamo tutti la spina nel fianco e i dischi li ascoltavamo di più?

4 Classic Albums 1970-73 – The 5th Dimension

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Tra le mie passioni più bizzarre, quella per i 5th Dimension è una delle più difficili da condividere. Anche tra il pubblico del mercato sempre più ecumenico delle ristampe, in cui vengono restituiti spicchietti di gloria persino ai personaggini più oscuri e dimenticati, questo doppio CD non se l’è filato praticamente nessuno. Io quando l’ho avvistato, sul tavolone come sempre riccamente apparecchiato della premiata società di importazione discografica I.R.D. alla fiera di Novegro di febbraio, ho avuto un sussulto di felicità piena.

Ben 4 album completi in un’unica raccolta a soli 15€, dalla discografia dimenticata di un gruppo troppo fuori dalle righe dei generi. Un complesso vocale black formato da tre uomini e due donne, quindi molto lontano dall’immagine di classica band rock; ma con scelte musicali, negli arrangiamenti e nel repertorio, apertissime verso il mondo del pop e del rock bianchi. Un’identità ibrida a partire dal nome scelto (la Quinta Dimensione già celebrata dai Byrds), che metteva insieme stili e mondi in teoria inconciliabili: il soul e l’easy listening della tradizione americana del jazz leggero da una parte, e dall’altra il rock psichedelico ed i singer-songwriters che seguirono l’esplosione di Dylan. Un percorso iniziato proprio nell’anno in cui la psichedelia raggiunse il suo culmine (il 1967), e che nel secondo album The magic garden esplorava stranissime orchestrazioni su linee melodiche continuamente in bilico tra canzone tradizionale e deviazioni allucinate, grazie alla collaborazione con Jimmy Webb, un altro mezzo genio dimenticato di quell’epoca pazzesca. Un album che piaceva molto a Nick Drake, e che risulta spiazzante anche dopo 50 anni. Poi però i 5th Dimension “normalizzarono” il loro stile, incontrando un buon successo commerciale e raggiungendo un picco con la loro versione di Aquarius/Let the sunshine in dal musical Hair, subito dopo che era uscito.

Ed in effetti quel medley, un classico di tutti i tempi, rappresentava perfettamente la sintesi di stili perseguita nei suoi momenti migliori da questo gruppo unico: una melodia killer ed un chorus epico che divenne subito inno generazionale, con un groove in grado di agganciare sia il pubblico bianco che quello nero, in un mondo (ricordiamolo) che era appena stato attraversato dalla cometa Beatles e che ancora per qualche anno fu veramente aperto a tutte le possibilità… In quel tempo rigoglioso i 5th Dimension, come molti altri all’epoca, viaggiarono ad un ritmo serrato di un album (più svariati singoli) all’anno. Purtroppo questa loro identità così frammentata ha fatto sì che per decenni siano stati ristampati solo su raccolte che, secondo me, non hanno mai centrato le loro migliori qualità. Io sono un ragazzino modesto: però penso che se lasciassero compilare a me un The Essential 5th Dimension, tirerei fuori un capolavoro da isola deserta…

Comunque credo che questo doppio CD sia un modo particolarmente efficace per conoscerli ed apprezzarli. Nessuno dei 4 album integralmente riprodotti (Portrait, 1970; Love’s lines, angles and rhymes, 1971; Individually & collectively, 1972; Living together, growing together, 1973) può essere considerato da avere, o di interesse particolare come The magic garden: forse solo Portrait potrebbe stare in piedi da solo. Ci sono un po’ troppi pezzi dolciastri, è tutto troppo levigato, gli incastri tra voci soliste e cori sono sempre troppo perfetti… Però la qualità media non scende mai sotto la soglia della gradevolezza: dopo i primi anni con Jimmy Webb, il produttore che si prese cura di loro in questa fase fu Bones Howe, che ogni buon rockettaro dovrebbe ricordare ed apprezzare alla guida dei primi album di Tom Waits. Ma soprattutto ci sono sparse alcune canzoni meravigliose realizzate con gusto e cura artigianale. Perfect Pop From The Golden Age. Dalla penna di Burt Bacharach & Hal David, e di Elton John & Bernie Taupin, e poi di Paul McCartney, Sam Cooke, Dave Mason, Neil Sedaka, Harry Nilsson, Paul Anka… E più di tutte, di Laura Nyro. Probabilmente i soldi veri che la grandissima cantautrice newyorkese fece con le sue canzoni, le arrivarono proprio grazie alle interpretazioni dei 5th Dimension, che ne scelsero parecchie per il proprio repertorio. Una su tutte: Save the country. Una delle canzoni della vita, semplicissima e purissima, preziosa oggi come allora.

Due di questi dischi che adesso possiedo finalmente su CD li ho avuti anche su LP. Living together, growing together ce l’ho ancora: non un granchè, però contiene la bella title track di Bacharach, Day by day che è una delle canzoni più belle da Godspell (un altro musical un po’ dimenticato di quegli anni), ed un piccolo misconosciuto inno alla musica (There’s nothin’ like music). L’altro LP era Portrait, proprio il migliore: mi entrò in casa nei profondi anni ’80 grazie a Conventional Mother, che lo raccattò miracolosamente, insieme ad un’altra manciata di album, in parrocchia in mezzo alla fuffa di qualche mercatino (ricordo che nel lotto riscattato con modesta offerta libera c’erano tra gli altri anche Blind Faith con copertina alternativa antipedofili, Disraeli Gears dei Cream, un paio di Creedence e gli imbarazzanti Mungo Jerry). Mi innamorai di Puppet man e di Save the Country, ma il vinile non era proprio in ottime condizioni e sciaguratamente lo vendetti ad un negozietto eroico di Lodi (in via Magenta, does anybody remember?), che resistette fino alla seconda metà degli anni ’90. Mi dò del pirla pubblicamente: la copertina impressionista era STRE-PI-TO-SA, appesa in soggiorno starebbe da Dio…

Comunque il danno era fatto: intanto Portrait me l’ero registrato su cassetta, una di quelle sfigatine, che finivo però per riascoltare più spesso della roba “seria”. E così l’imprinting di questa strana black music, dolce ma acidella, mi entrò nel DNA, e mi ha fatto amare negli anni tanta altra grande musica sicuramente più blasonata, da Curtis Mayfield a Sly Stone, da Isaac Hayes ai Funkadelic. E mi ha fatto vivere, una notte a Londra di quasi 20 anni fa, una delle epifanie musicali più sconvolgenti e memorabili della vita: I am the black gold of the sun, ed attraverso i Nuyorican Soul conobbi gli ancor più dimenticati Rotary Connection, l’unica altra band della storia paragonabile ai 5th Dimension. Ed è stato lo stesso imprinting che mi ha condotto ad un’altra insana, molto più recente passione, quella per i Polyphonic Spree… Ma questa è un’altra storia (sempre di gente in missione per salvare il Paese…).

Oeuvrevue – Grant Hart

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Ce li abbiamo tutti gli album degli Husker Du, giusto? E anche tutti quelli degli Sugar e di Bob Mould (certo, a parte le intoccabili ciofeche dance in cui si impantanò per qualche anno)? E poi tutti quelli di Grant Hart, che gli si è voluto bene anche quando era marcio perso?
Ecco: a questo punto, scappati via tutti i pochi potenziali lettori di questo post, mi rivolgo a te, unico fan terminale come me, finito da queste parti: ma tu lo sapevi che esisteva questo disco?

Scavando tra gli stand dell’ultima fiera di Novegro, mi è saltato in mano bello cellophanato a soli 7,50 €, con la sua brutta copertina, l’ignota datazione e con uno strano mix di titoli da live semi-ufficiale. Per poi scoprire solo oggi mentre lo ascoltavo che trattasi di antologia di rarità sparse tra 1988 e 1995, completamente sfuggita al mio Husker-radar. Ed è un discone notevolissimo: direi che si piazza tranquillamente tra i suoi migliori album, dopo Intolerance, il secondo dei Nova Mob e l’ultimo The argument.

Certo, aiuta il fatto che ci siano eccellenti alternate takes di alcuni dei suoi pezzi migliori (The main, Shoot your way to freedom, No promise have I made) e qualche ottima cover (tra cui Masters of war). Ma la cosa più sorprendente è scoprire la qualità degli inediti e dei pezzi minori, recuperati da singoli e riproposti tra le pieghe di album ascoltati troppo poco: Evergreen Memorial Drive, Little Miss Information, Beyond a reasonable doubt…

Arriverà, deve arrivare, il momento in cui riscopriranno Grant Hart. Il cui torto principale è, paradossalmente, di essere ancora vivo, di non aver portato alle estreme conseguenze quel malessere esistenziale che ha distrutto prima gli Husker Du, e poi la sua carriera solista. Noi che nonostante tutto abbiamo continuato ad aspettarlo, sappiamo che ci darà ancora nuove grandi canzoni. Quella generazione lì, quella che ha segnato i nostri 20 anni, è una delle nostre certezze, il segreto che custodiamo, pochi o tanti che siamo.

Stories we can tell & More – Out of Time

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Se devo pensare ad un requisito comune, uno ed uno soltanto, che è in grado di farmi piacere un gruppo a prescindere, credo proprio che sia l’ispirazione dei Byrds. Quando una band ha come punto di riferimento principale (o come parte del proprio DNA) la musica dei Byrds, andiamo sempre bene. C’è qualcosa che fa sempre vibrare le corde giuste: i suoni, la struttura delle canzoni, l’attitudine umile di chi sa che non sta inventando niente di nuovo, ma persegue bellezza ed un tipo naturale di emozioni arcane, senza tempo.

La metà degli anni ’80 è stato il momento storico in cui il suono dei Byrds divenne il comandamento assoluto per tutte le indie band, sulla scia dei R.E.M. negli Stati Uniti e degli Smiths in Gran Bretagna. Un’età dell’oro in cui uscivano a getto continuo nuovi gruppi con quell’imprinting. Anche in Italia, in quel periodo, comparvero gli Out of Time. Il loro unico album venne pubblicato nel 1985 ed è stato ristampato l’anno scorso su CD. All’ultima fiera di Novegro l’ho trovato a 12€ e benedico l’improvvisa compulsione che mi ha mosso all’acquisto.

Con tutti i limiti di una registrazione poco più che amatoriale (per non parlare delle 10 canzoni aggiunte tra demo e live), e con il solito problema degli italiani che cantano in inglese, è un gioiellino affascinante, pieno di quelle illuminazioni melodiche che ricalcano benissimo il modello originale. Una cult band completamente dimenticata, che ci ricordiamo solo noi che al tempo avevamo intorno a 20 anni e ci perdevamo alla scoperta di questi pellegrini tra i suoni dei gloriosi sixties. Riascoltare la loro Take my time mi ha fatto ritrovare un Non-Hit di quella Radioland di programmi alternativi e riviste specializzate in cui questi ragazzi piemontesi non erano gli ultimi degli sfigati, ma i primi di una generazione di rock italiano che coltivava con orgoglio la propria differenza.

Stories we can tell non c’è su YouTube. Chi lo vuole se lo deve cercare veramente, o coglierlo al volo, se capita, come ho fatto io. Sul libretto del CD ci sono le recensioni d’epoca di Rockerilla, del Mucchio, di Rockstar, di Fare Musica (FARE MUSICA!)… C’è la playlist di fine 85 di Rockerilla: secondi nella sezione LP Italia, sei posti sopra Desaparecido dei Litfiba. C’era tutta la passione per una musica antica, contemporanea e senza tempo. C’era la condivisione di una passione, tra chi suonava, chi scriveva e chi ascoltava. C’era l’entusiasmo per le storie che possiamo raccontare. E la cosa più preziosa è accorgersi che quello c’è ancora, come sempre, come l’amore per i Byrds…

25 25 after 91

1991

Niente paura: non sto per infilarmi in un altro tunnel infinito, dopo quello del 1989.
Stavolta il giochino inizia e finisce qui.
Perchè non potevo resistere: il 1991 è stato un anno troppo pieno di album fondamentali. Forse l’ultimo anno in cui la musica è veramente cambiata, soprattutto in quegli ultimi pazzeschi 4 mesi…

E quindi, 25 anni dopo, questi sono i miei 25.

Out of time – R.E.M.
Green mind – Dinosaur Jr.
Peggy suicide – Julian Cope
Mama said – Lenny Kravitz
Blue lines – Massive Attack
Don’t get weird on me, babe – Lloyd Cole
King of bongo – Mano Negra
The real Ramona – Throwing Muses
Yerself is steam – Mercury Rev
Don’t try this at home – Billy Bragg
Trompe le monde – Pixies
Life ‘n perspectives of a genuine crossover – Urban Dance Squad
Everclear – American Music Club
Nevermind – Nirvana
Ten – Pearl Jam
Badmotorfinger – Soundgarden
Achtung baby – U2
Screamadelica – Primal Scream
Loveless – My Bloody Valentine
Bandwagonesque – Teenage Fanclub
Raise – Swervedriver
Gish – Smashing Pumpkins
Into the great wide open – Tom Petty & The Heartbreakers
Bed – Five Thirty
Weld – Neil Young & Crazy Horse

1989 – Ryan Adams | Amore e furto/De Gregori canta Bob Dylan – Francesco De Gregori

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Due album in teoria diversissimi, che in realtà finiscono per assomigliarsi moltissimo e che contengono dosi massicce di 1989. Sono usciti nell’anno appena passato a poca distanza l’uno dall’altro e li ho presi come un segno del destino indirizzato a me personalmente, giusto alla fine del mio percorso con i 25 25 after 89.

Gli album di cover sono, generalmente, episodi marginali all’interno di discografie in cui, a un certo punto, la vena si inaridisce e può servire una pausa di riflessione, o un giro su qualche strada laterale. Molto raramente queste operazioni possono aggiungere qualcosa di significativo nel percorso di un artista, men che meno nelle storie musicali di chi non è un fan sfegatato dei personaggi in questione. Stavolta, invece, varrebbe la pena per tutti di sfilare questi due dischi dalla scrollata veloce del pollice sul display dei social network, in cui ogni giorno visioniamo assaggiamo ignoriamo milioni di notizie e centinaia di proposte musicali… (Ryan Adams ha rifatto tutto 1989, l’album di grande successo della popstar Taylor Swift: che figata/che idea carina/che stronzata/che palle… De Gregori ha fatto un album di canzoni di Bob Dylan tradotte in italiano: finalmente/interessante/chi si crede di essere/che palle… Ed il fatto di avere a disposizione gratuitamente qualunque musica vecchia e nuova non aumenta le probabilità di concedere ai dischi almeno una possibilità. Anzi: quel senso di curiosità, o il desiderio di scoprire un disco di cui abbiamo sentito parlare, è stato annientato dalla facilità e rapidità di accesso: lo ascolterò più tardi/un’altra volta/ci sono troppe cose da sentire…).

Questi sono due album pieni di 2015 e pieni di 1989, e per questo ci raccontano molte cose dei 25 (+1) anni in mezzo.

1989 è il titolo di uno degli album americani di maggior successo del 21esimo secolo, so far: 8 milioni e 600mila copie a dicembre 2015, 6 singoli estratti, forse solo Adele ha raccolto di più in questi anni frammentatissimi. Taylor Swift è una cantante E autrice pop che ha evidentemente un fattore X in grado di intercettare il Grande Pubblico americano e mondiale. Generazionale e trasversale, tradizionalmente pop ma con sonorità contemporanee. In ogni caso, fortemente indigesto per ascoltatori appassionati di rock e/o lontani per estrazione culturale e generazionale. 1989 è l’anno di nascita della graziosissima Taylor, che quindi intendeva porre con questo titolo una linea di demarcazione, personale (i suoi primi 25 anni) e sociale (un anno carico di Storia, che qualcuno ha vissuto in diretta e che invece per la sua generazione fa parte del passato, o è “solo” un punto di partenza). Evidentemente questo fattore X ha colpito Ryan Adams e la sua discontinua genialità. E il colpo di genio, questa volta, è stato immergersi completamente in una di quelle “operazioni” che solitamente guardo con sospetto (anzi, con aperta ostilità). Reinterpretare tutto 1989 di Taylor Swift… Con tutto l’affetto da fan che ho per Ryan, la prima reazione è stata: “Mah…!”. Il pregiudizio, perfino per appassionati come me, è naturale: un’idea furbetta per avere visibilità sui social network e far circolare un nome perennemente sotto la soglia degli “artisti di culto”, con sempre meno speranze di fare il salto verso i grandi numeri. Nella migliore delle ipotesi, un divertente esercizio concettuale, con poca sostanza musicale.

Ed invece il 1989 di Ryan Adams mi ha conquistato dal primo ascolto e dopo qualche mese di frequentazione è entrato nel gruppetto degli “album indispensabili di Ryan Adams”. Per molti motivi. Ed il primo, paradossalmente, è che 1989 è diventato al 100% un album di Ryan Adams. Una lezione straordinaria: la materia prima di queste canzoni, pop di consumo pieno di ganci melodici, testi semplici pieni di giovinezza, è diventata sangue del sangue di questo quarantenne rocker di culto che in 20 anni di carriera ha sempre incasinato tutto, soprattutto quando si è trovato a maneggiare potenziali hit o svolte verso il successo. Proprio così: tecnicamente, lo strumento per appropriarsi di questi brani apparentemente così lontani dal suo stile (già comunque parecchio eclettico) sono gli arrangiamenti, completamente diversi dal pop modernissimo di Taylor; ma oltre alle velocità dimezzate o raddoppiate a seconda dei casi, ed agli strumenti utilizzati e combinati tra loro, la vera sorpresa è constatare, ascolto dopo ascolto, seguendo i testi con attenzione, come le abbia assimilate plasmate vissute di vita propria. Ed è quando realizzi questo che si apre un mondo di possibilità.

Un mondo in cui si può andare oltre i concetti di cover che abbiamo finora considerato, utilizzando intere canzoni ed album interi come fossero dei campionamenti con i quali si creano canzoni ed album completamente nuovi. E a pensarci bene, in quest’epoca in cui sembra tutto già visto ed inventato, e ci si rivolge sempre più esclusivamente al passato, questo spingersi oltre il limite del vivere le vite degli altri può essere un altro modo di dare nuovi significati alla sempre più negletta arte dell’album (conventional records or not). Ma anche senza questi voli pindarici, quello che ha fatto Ryan con 1989 apre la mente a nuove avventure nell’alta fedeltà.

Il disco è suonato e registrato abbastanza alla buona, in sessioni veloci, con pochi mezzi e poche rifiniture, ma con un pensiero quasi strategico nella scelta dei suoni da ottenere: un’evocazione di alcuni degli stili forti degli anni 80, rielaborati con la sensibilità e la consapevolezza degli anni 10 del 21° secolo. Un ottimo termine di paragone, in questo senso, è uno degli album più celebrati degli ultimi anni: Lost in the dream dei The War On Drugs. Al netto delle esagerazioni dei più entusiasti, uno dei meriti storici di questa band è quello di aver “osato” recuperare alcuni dei suoni con la peggiore reputazione in assoluto (il rock da FM americana anni 80) fondendoli con la tradizione chitarristica dell’indie rock di entrambe le sponde dell’Atlantico e con l’asciutta sintesi del rock di oggi. Fin dall’attacco di Welcome to New York si entra in un sound familiare e nuovissimo, un po’ Classic Rock ma con patinature ritmi ed artificialità da Golden Age di MTV, e poi svolte naturalissime nei mille rivoli dell’alternative rock. Tutto nella stessa canzone, con l’effetto spiazzante ed eccitante di sembrare un pezzo del 1989 scritto da una ragazza nata nel 1989.

E non è, onestamente, un disco perfetto: a parte la copertina stranamente scialba, l’esigenza di riproporre tutte le 13 canzoni dell’album originale fa fare a Ryan due o tre giri a vuoto con i brani meno ispirati (che magari in un’altra situazione sarebbero stati delle B-sides). Ma quando il gioco funziona, il risultato è gigantesco, epocale (per quanto un album possa esserlo, oggi). Shake it off, quello che era stato il singolo tormentone di questa reginetta delle classifiche, ha la faccia tosta di diventare una I’m on fire per il 21° secolo, sospesa e luminosa come una luna piena nel buio della notte, mentre le passa davanti come una nuvola Love will tear us apart. Il pop perfetto di Bad blood cambia sesso età e peso specifico e non puoi non pensare che se questa cosa fosse uscita non adesso, ma 15 anni fa, dopo l’exploit di Gold, Ryan Adams sarebbe diventato un nome così enorme che le battute sulla quasi omonimia con Bryan sarebbero girate esattamente al contrario… Canzoni che iniziano con le chitarre di Nebraska e finiscono con quelle degli Smiths. Ed è un gioco che Ryan ha sempre fatto, quello degli estremi degli anni 80 che si toccano;  ma questa volta la magia è più completa, un album che sta in un 1989 che non esiste, non nelle vite di noi quarantenni e nemmeno nelle radici di una generazione che non ne potrà avere.

L’altro album “del destino” che ha incrociato i nostri percorsi intorno al 1989 fa a sua volta lo stesso gioco, riflesso in uno specchio. Qui le generazioni che si confrontano sono più vicine fra loro ma più lontane da noi: sono quelle precedenti, che l’89 lo vissero già nella maturità piena, e che adesso affrontano la vecchiaia, anzi la vita che non finisce mai. Fu proprio intorno al 1989 che Bob Dylan iniziò il Never Ending Tour, inventandosi un modo per continuare ad essere Bob Dylan senza essere più giovane. Francesco De Gregori ha sempre seguito Dylan con una fedeltà impossibile per qualsiasi altro fan, perchè lo ha fatto da artista, da cantautore, e (proprio come Dylan) ad un certo punto ha dovuto risolvere il problema non solo di crescere, ma di invecchiare in pubblico. Anche la decisione di realizzare questo album di traduzioni dylaniane potrebbe essere una reazione all’ultima opera del suo Maestro, Shadows in the night, a sua volta una raccolta di reinterpretazioni dal repertorio di Frank Sinatra. Di fronte alla “spudoratezza” di accostare a The Voice quella voce da sempre così orgogliosamente brutta da essere meravigliosa, anche De Gregori deve aver pensato che era ora di fare questo disco, che probabilmente gli circolava dentro da parecchio.

De Gregori canta Dylan a 64 anni suonati ed è spudorato fin dal titolo. Amore e furto cita uno degli album più significativi degli ultimi 25 anni di Dylan, ma è soprattutto la sintesi più perfetta del senso di queste traduzioni. Le due parole, quelle e solo quelle, insieme e non da sole, che spiegano che in questo disco c’è tantissimo De Gregori proprio perché c’è tantissimo Dylan. Sì, ma quale Dylan? Sicuramente non l’immaginetta cara all’italiano medio, rimasta prevalentemente ferma al folk singer dei primi album, o nel migliore dei casi all’icona degli anni ’70, da qualche parte tra Desire e il Live at Budokan. La prima scelta d’autore di De Gregori è stata proprio quella di tracciare un percorso trasversale, dagli anni 60 al 2001, attraverso canzoni meno conosciute e con una concentrazione estremamente significativa sul periodo meno considerato (gli anni 80), in particolare il nostro fatidico 1989…

L’attacco è stato per me un colpo al cuore: Sweetheart like you è una delle mie canzoni preferite da uno dei miei album preferiti, Infidels del 1983. Evidentemente molto amata anche da Francesco, che ne ha cesellato una versione curata in ogni dettaglio, lirico e musicale. Quel titolo, Un angioletto come te, all’inizio può sembrare lezioso e sdolcinato, e per molti l’impatto con questo brano scelto come singolo (o come cavolo si chiamano oggi) è stato condizionato da questo strano disagio; poi però lo riascolti, ci entri dentro e scopri un nuovo capolavoro dentro il capolavoro che conoscevi. La scelta delle parole, il phrasing del cantato, modellano l’italiano in lingua dylaniana; ed è un miracolo che avviene per la prima volta, dopo decenni di traduzioni letterali, letterarie o clamorosamente sbagliate (su tutte quella per me insopportabile e angosciante del famigerato Tito Schipa Jr.). Merito della sapienza e profondità del cantautore, ed anche della classe e padronanza della materia della sua band. Infidels è forse il disco meglio prodotto e suonato dell’intera discografia di Dylan (con Mark Knopfler alla guida e con Mick Taylor, Sly & Robbie ed Alan Clarke). Ebbene, i suoni e la cifra stilistica sono stati riprodotti con fedeltà assolutamente non calligrafica, anche perchè pur mancando il tocco elastico della leggendaria sezione ritmica giamaicana, l’andatura del brano riproduce splendidamente quel fluire coinvolgente e carismatico che caratterizza le migliori composizioni dylaniane.

Subito dopo c’è Gotta serve somebody, che a voler essere precisi non è degli anni 80 perché Slow train coming uscì nel 1979, ma che apriva il periodo cristiano di Bob Dylan, una conversione che gli causò il ripudio della maggioranza assoluta di un paio di generazioni, e per questo rappresenta l’inizio di quel periodo troppo poco valorizzato che De Gregori dimostra di prediligere. Servire qualcuno è un’altra versione riuscitissima, sicuramente più facile dell’Angioletto per la struttura regolare delle frasi, ma di efficacia micidiale nello scolpire tutti i risvolti del messaggio: NESSUNO è escluso, devi sempre servire qualcuno. Il primo salto indietro è nella metà degli anni 70 di Blood on the tracks: un Dylan già moderno anche se classico, quello coevo agli anni dell’esplosione creativa di De Gregori con Rimmel e Buffalo Bill. Si sente che con questa materia c’è una familiarità assoluta: anche If you see her, say hello è molto ben riuscita e d’altra parte Non dirle che non è così ha già una storia di approvazione ufficiale direttamente dall’autore, essendo stata inserita nel 2003 insieme ad altre cover di varia provenienza nella colonna sonora di Masked and anonymous (un film in cui Dylan era coinvolto anche come autore ed attore).

Ma con il salto negli anni 60 di Desolation row l’idillio si spezza. Anche Via della povertà è un ripescaggio, ma molto più antico, dai tempi della collaborazione con Fabrizio De André, che ne fece un piccolo classico. Qui dentro, invece, non funziona per niente, e non penso sia colpa della voce di Francesco, è proprio la canzone che non va, con quell’affollamento di immagini, personaggi e paradossi così fuori sintonia rispetto a come suona questo disco. Dieci minuti faticosissimi, da skippare senza pietà. Al contrario, I shall be released ci sta benissimo, combinando l’enfasi gospel dei sixties con il fatalismo pessimista proiettato nei 70. Un passaggio perfetto per rientrare nel cuore dell’album: gli oscuri e affascinanti 80s di Bob Dylan, così importanti e decisivi per il De Gregori di oggi.

Cosa abbia rappresentato Oh mercy nella discografia di Dylan ed in quel nostro fatidico 1989 lo abbiamo visto qualche mese fa. Per questo mi è sembrato un vero segno del destino ascoltare il Mondo politico di De Gregori poco tempo dopo averlo visto aprire il concerto di Bob Dylan a Lucca. Io me li immagino, lui e la band, nei camerini nelle ore precedenti, con la tentazione di uscire e suonare questa, invece della Leva calcistica… E poi in studio, con l’eccitazione fremente di farla, nel modo giusto, per metterla nel posto giusto. In questo album.

Viviamo in un mondo politico
l’unico a portata di mano
è bene ordinato
non ha responsabili
tocca crederci, noi ci crediamo.
Viviamo in un mondo politico
nelle città dove ci tocca stare
sopraffatti dalla paura
ma ci sei nato non te ne puoi andare.

Dall’inizio di Oh mercy al centro di gravità di Time out of mind, con Not dark yet. Se c’è una sola canzone con cui si può rappresentare il senso del rock degli ultimi decenni, il senso di suonare e fare ancora dischi dopo i 50 anni, dopo i 60, dopo i 70, è questa. La canzone che Francesco De Gregori non poteva non realizzare. E non è buio ancora, ma lo sarà fra un po’.

Ma non è un disco perfetto: come per Ryan Adams la copertina è quella che è, e soprattutto c’è da skippare violentemente anche Acido seminterrato, la pazza idea di tradurre Subterranean homesick blues… La canzone che Francesco De Gregori non doveva lontanamente pensare di realizzare. (Se fosse stato un album perfetto, in questo punto De Gregori avrebbe dovuto infilare Fiorellino #12&35, il colpo di genio che chiudeva Vivavoce, la sua monumentale raccolta di canzoni risuonate e ricantate, pubblicata alla fine del 2014. Delizioso doppio plagio dylaniano: la Buonanotte fiorellino originale, già ricalcata su Winterlude, viene autocoverizzata in mash-up con Rainy day women #12&35 da Blonde on blonde).

Ma poi, per fortuna, back to 1989: due delle tre canzoni finali di Amore e furto sono outtakes dalle session di Oh mercy. Scelte illuminatissime, da fuoriclasse: Series of dreams e Dignity, già riscattate da Dylan su raccolte degli anni 90, sembrano uscite direttamente dalla penna di De Gregori. Del De Gregori in stato di grazia, che non capita spesso: ogni tanto, una canzone per disco, e non in tutti i dischi; ma quando capita è il migliore, non ce n’è per nessuno.

E allora, ce n’era veramente bisogno?
Certo che no, se siete ragazze e ragazzi sani…
Mentre invece,

l’uomo malato che aspetta la cura
rivede se stesso com’era
e cerca nell’arte e nella letteratura
la dignità.