TOP 5 2017

Le playlist di fine anno sono sempre di più un tentativo vano di fissare degli ordini di priorità nell’oceano di ascolti possibili. Qualche giorno fa ne ho commentata una di un amico di Facebook, che mi ha risposto in tono autoironico che lui non era Mojo o Uncut. Ma in realtà ognuno di noi, ormai, vale come Mojo o Uncut! Ovviamente non in senso assoluto, ci mancherebbe altro; ma in modo strettamente relativo un po’ sì. Siamo tutti autorevolissimi, dentro la bollamediatica in cui ognuno di noi vive: tutte diverse e composte da un mix di media tradizionali, di web in tutte le sue forme e soprattutto della nostra cerchia di amici veri e virtuali che condividono tutto, e la musica in modo particolarmente efficace. Siamo tutti qui, sugli schermi degli smartphone e dei pc, con tutta la musica a disposizione e tutti i giudizi per scegliere questo o non scegliere quell’altro… L’unica cosa che scorre sempre uguale è il tempo… E alla fine, per ognuno di noi, il metro principale per valutare la musica rimane il tempo che passiamo con lei.

Prima di passare in rassegna le mie 5 scelte del 2017, recupero anche la Top 5 2016 che l’anno scorso avevo saltato: sembra che nei cicli di questo blog gli anni pari siano sempre penalizzati, senza che ve ne sia assolutamente alcun motivo, anzi…

1. David Bowie – Blackstar
2. PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project 
3. Michael Kiwanuka – Love & Hate 
4. Sturgill Simpson – A Sailor’s Guide To Earth
5. Drive-By Truckers – American Band

Effettivamente la lista dell’anno scorso era di livello superiore. Quest’anno il distacco tra le mie prime scelte e gli altri album che mi sono piaciuti non è stato così forte. Ma il gioco è così, e alla fine le mie scelte sono state queste.
(Menzione speciale per il mio disco italiano dell’anno:
Mauro Ermanno Giovanardi – La Mia Generazione)

5. THE MAGNETIC FIELDS – 50 SONGS MEMOIR
Nell’anno dei miei 50anni, una scelta obbligata. Che ha parzialmente ispirato la serie che sto portando avanti delle 50 Discographies. Stephen Merritt da questo punto di vista è un esempio eccezionale: tutto è possibile, 69 canzoni d’amore, 50 per ogni anno di vita, e dentro c’è sempre una storia, uno spunto, spesso un piccolo capolavoro. Ovviamente l’ascolto di un disco di 50 canzoni passa attraverso momenti di stanchezza e idee non particolarmente brillanti. Ma confrontare i propri 50 anni con quelli di questo musicista unico e totalmente libero è stato uno dei più bei regali in questo difficile passaggio del tempo.

4. RYAN ADAMS – PRISONER
Roma, Gardone Riviera, doppietta all’Olympia Theatre di Dublino (la foto sulla testata è il pubblico della seconda, 12 settembre… in seconda fila si vede Conventional Wife!). Probabilmente averlo visto 4 volte nello stesso anno non consente di essere molto imparziali… ma il punto, nel 2017 e a 50 anni, è: che senso ha essere imparziali? Vedere questo Ryan Adams dal vivo, con le canzoni di un album come Prisoner, ogni volta con un inizio pazzesco come Do you still love me? (la canzone più bella dell’anno e una delle migliori della carriera di Ryan), mi ha fatto sentire e vivere questo disco come poche volte nella vita. E sono sempre più convinto della “profezia” della Discography 1/50: quando verrà scritta la storia della musica di questi anni, Ryan Adams ed album come Prisoner (che oggi a fatica entrano negli ultimi posti dei listoni di fine anno) saranno i primi ad essere ricordati.

3. THE DREAM SYNDICATE – HOW DID I FIND MYSELF HERE?
“And you may ask yourself…”: le domande di Once in a lifetime dei Talking Heads, più di 35 anni dopo, non se ne sono mai andate via. Come ci siamo ritrovati QUI? Personalmente non avrei mai pensato, nel 2017, che avremmo avuto un altro disco dei Dream Syndicate. Meraviglioso che siano rinati con questa nuova formazione, che siano venuti fuori dei pezzi così ispirati e che abbiano convinto perfino Kendra Smith a tornare, almeno per una canzone. Non capisco chi pensa che li si apprezza solo per nostalgia del passato: in generale non desidero nessuna reunion, anzi di solito diffido per principio. Ma quando un disco è così bello, la suggestione di un nome glorioso è solo un dettaglio.

2. HURRAY FOR THE RIFF RAFF – THE NAVIGATOR
Alynda Segarra. Anche qui, se mi avessero detto che mi sarebbe piaciuta una con un nome così, non ci avrei creduto. Ed anche il nome assurdo del suo progetto finora mi aveva condizionato parecchio. Poi se mi fossi limitato a leggere recensioni su un disco di una folksinger che riscopre le sue radici portoricane e realizza un ciclo di canzoni su una ragazza che affronta le difficoltà economiche e sociali del mondo di oggi… me ne sarei tenuto lontano. Invece mi sono imbattuto in Hungry ghost (la seconda canzone più bella dell’anno) e ho capito che questa è un’altra delle donne che potrebbero salvare il rock (o rallentarne un po’ l’esaurimento). Tra gli acquisti del cuore del 2017 mi manca ancora il mini-album di Billy Bragg; ma uno dei segnali positivi degli ultimi anni è questo fare politica con la musica in modo personale e lontano dalla retorica, come Billy, PJ, Morrissey e personaggi ancora con un futuro da rischiare come Alynda.

1. LCD SOUNDSYSTEM – AMERICAN DREAM
Appunto, le reunion sarebbe meglio evitarle. Per me loro dovevano fare come i Jam, i Clash, gli Smiths e gli Husker Du: pochi anni vissuti al massimo e non tornare mai più. Ma “loro” in realtà sono solo James Murphy, e in casi come questo non ci si riforma, ma ci si ricongiunge con un alter ego più grande della vita. Ed è andata così, il quarto album si è infilato perfettamente vicino agli altri tre, sempre dopo quello dei La’s e prima dei Led Zeppelin. Perfetto per me, in questo 2017 in cui mi sono perso nei 50 anni di un altro (50 songs memoir) e mi sono messo a riattraversare le mie 50 Discographies, prima di affrontare la prossima musica da cinquantenne: questo è il mio ultimo disco da quarantenne. Quello in cui si rallenta perchè si sa quando serve accelerare. Quello in cui si smette con l’ossessione della notte perchè i giorni diventano più preziosi. Quello in cui si perdono per sempre amicizie, idee, capelli, sogni americani e sogni europei. Quello in cui si perde per sempre anche David Bowie, ma si impara a ricordare senza rabbia.

Annunci

TOP 5 2015

Cournetbarnett
the-decemberists

sleater-kinney-no-cities-to-love

saturns-pattern-weller

JoannaNewsom_Divers_Mini

Mentre quelli bravi hanno già stilato le loro playlist 2016 ed annunciato le previsioni per il 2017, Conventional Records persegue con caparbietà i ritmi vitali di quando la musica si ascoltava e il meglio dell’anno passato veniva selezionato sui mensili nel numero di febbraio (se non addirittura marzo). Le mie scelte di quest’anno vanno in controtendenza rispetto a quelle degli anni precedenti. Colgo l’occasione per mettere qui la Top 5 2014, che l’anno scorso avevo saltato per colpevole latitanza dal blog:

1. Lucinda Williams – Down where the spirit meets the bone
2. Jackson Browne – Standing on the breach
3. Bob Mould – Beauty & ruin
4. Hold Steady – Teeth dreams
5. Morrissey – World peace is none of your business.

Tutte certezze consolidate da una vita, o da almeno un decennio abbondante.
In confronto, quest’anno sono stato quasi moderno.

5. JOANNA NEWSOM – DIVERS
Dieci anni fa Ys, osannato dalla critica, mi aveva lasciato freddino, sia per lo stile compositivo folk barocco che per quelle interpretazioni incentrate su una voce fanciullesca innaturale e sul suono arcaico dell’arpa. Due o tre anni fa ci ho riprovato con Have one on me ed è scattato il colpo di fulmine. Joanna è una delle pochissime artiste del nuovo millennio che mi hanno fatto entrare in un mondo intimo e remoto, con canzoni da apprezzare a livello cerebrale e sulla pelle. Anche questo Divers mi ha fatto ripensare, nei momenti migliori, a Laura Nyro: lo so che qualcuno si scandalizzerà, lo so che per molti quella strana voce resta un problema… Non so cosa dirvi, riprovate a tuffarvi un’altra volta, in un altro tempo: potreste vedere Joanna come la vedo io.

4. PAUL WELLER – SATURNS PATTERN
L’unico vero veterano della mia Top 5 2015 è anche quello con più voglia di sperimentare. Un’attitudine che non accenna a diminuire con il passare degli anni, anzi. Lo considero uno dei miei pochi eroi veri, uno di quelli che sono felice, ed orgoglioso, di vedere approssimarsi alla vecchiaia così bene. Un fuoriclasse che, oltre al piacere di aggiungere sempre altri bei dischi ai tanti, amati, della collezione, continua ad essere un’ispirazione fortissima per il presente e per gli anni che verranno, come quando scoprivo Snap!, Café Bleu, Wild Wood e la vita si riempiva di senso, di bellezza, di brividi e avventura.

3. SLEATER-KINNEY – NO CITIES TO LOVE
Un’altra bellissima, inaspettata sorpresa, che dimostra come gli anni che passano ci possono migliorare invece che logorare. Quando una band si riforma e realizza il suo album migliore non è solo un’illusione passeggera di giovinezza che non finisce, o che ritorna. E’ il secondo tempo, in cui si può giocare benissimo e ribaltare il risultato. E’ la seconda possibilità, che nessuno ti dice che esiste, e invece c’è se la desideri e la costruisci. E’ il punk, che pensavi non ti interessasse più e che ti risolve ancora le giornate, che ti cambia la vita, perchè il punk quello fa.

2. THE DECEMBERISTS – WHAT A TERRIBLE WORLD, WHAT A BEAUTIFUL WORLD
Tra le poche band emerse dopo il 2000 che possiamo considerare definitivamente consacrate tra i Grandi, i Decemberists hanno la naturale capacità di creare canzoni quietamente memorabili che fu dei R.E.M., anche se qui non ci sono tutte quelle influenze dirette e riconoscibili che caratterizzavano The King is dead. Forse questo disco è persino meglio di quel capolavoro, per la padronanza dei propri mezzi che consente a Colin Meloy e soci di spaziare tra stili e decenni di musica americana, con quel tocco British (oggi più indie che prog) che li rende così speciali. Qualche anno fa avevo plaudito anch’io alla scelta dei R.E.M. di finire la loro storia con dignità prima di perdere colpi; adesso invece, compreso ed accettato il fatto che il bello del rock di questi e dei prossimi anni è proprio vedere invecchiare con grazia i Nostri piccoli e grandi eroi, rimpiango che non abbiano avuto il coraggio di affrontare il tempo insieme e davanti a noi. Per questo teniamoceli stretti i Decemberists, in questo terribile e bellissimo mondo.

1. COURTNEY BARNETT – SOMETIMES I JUST SIT AND THINK, AND SOMETIMES I JUST SIT
Il mio disco dell’anno, per la prima volta dopo almeno un decennio, è di una ragazza esordiente, su cui ho voglia di puntare tutto ad occhi chiusi: per tanti casi in cui le cose poi non vanno come si sperava, ogni tanto ti ritrovi una PJ Harvey, o degli Arcade Fire, con cui passare una vita intera. E con la disarmante Courtney passerei volentieri del tempo: non perché sia una ventenne per cui perdere la testa, ma perché sembra una ragazza simpatica con un talento genuino, i cui pensieri è interessante condividere, nonostante l’abissale distanza generazionale. Senza avere niente di davvero straordinario o originale: la parola chiave è personalità, qualcosa che ti fa pensare a Lou Reed, PJ o Patti senza copiare proprio nessuno, ma soprattutto che ti fa rimettere il disco finché ti accorgi che è entrato nella tua vita irreversibilmente. Canzoni speciali, di una che fa già categoria a sè. E poi con quell’aria trasandata e spontanea, senza nulla di artefatto: una boccata d’aria fresca rispetto alle legioni di hipster super cool ironici consapevoli che entrano da un orecchio ed escono dalla bacheca. Per citare il sempre ottimo Carlo Bordone (anche se per ora non so se diventerà addirittura la nostra migliore amica): “chiama quando vuoi, Courtney”.

TOP 5 2013

Per me è stato un anno da ricordare più per i concerti che per i dischi (il mio anno migliore in assoluto?).
31 Maggio – Bruce Springsteen, Padova, Stadio Euganeo – Tutto Born to run.
3 Giugno – Bruce Springsteen, Milano, Stadio Meazza – 5° San Siro su 5 since 1985, tutto Born in the U.S.A., tutto lo stadio che si abbassa e poi esplode con Shout.
2 Luglio – Johnny Marr, Bologna, Bolognetti Rocks – Scoperto in pausa pranzo, Conventional Wife benedice la follia Milano-Bologna: NON fermatemi se pensate di averlo già sentito prima.
3 Luglio – Black Crowes, Milano, Alcatraz – La mia prima volta dal vivo con la più grande rock’n’roll band dopo i Rolling Stones.
11 Luglio – Bruce Springsteen, Roma, Ippodromo Capannelle – Gaetano mi porta nel pit per un altro 11 Luglio perfetto, trentun anni dopo quello dell’82: New York City Serenade con la sezione d’archi, 12 minuti da mettere sopra davanti prima di tutta una vita di rock.
4 Novembre – Bob Dylan, Milano, Teatro degli Arcimboldi – Uno dei Dylan migliori in oltre 50 anni di vita di Dylan.
22 Novembre – Waterboys, Milano, Auditorium – Il ritorno dei ragazzi di Fisherman’s blues, bellissimi come 25 anni fa (e sto ancora aspettando il Fisherman’s box…).

Comunque, questi sono gli album del 2013 a cui ho voluto più bene.
In realtà è una Top 5 + 2, con l’aggiunta di Fantasma dei Baustelle (album italiano dell’anno) e soprattutto di mbv dei My Bloody Valentine (che sarebbe dentro tutte le Top 5 dal 1992 al 2012, e quindi anche in questa…).

5. TOOTH AND NAIL – BILLY BRAGG
tooth&nail
Billy è uno di quelli di cui ho comprato sempre tutto, e questa volta ha centrato l’album giusto per il momento che stiamo vivendo. Anni in cui si combatte con i denti e con le unghie, e dove abbiamo un gran bisogno di persone con la saggezza, l’esperienza e la passione per l’uomo che ha lui. Avrebbe anche il carisma e lo spessore per diventare un leader politico, ma è troppo artista per poter compromettere anche di poco l’integrità e l’onestà che da sempre comunica nelle sue canzoni. Trent’anni fa si inventò un modo unico di esprimersi con lirismo punk, poi ha assorbito un secolo di canzone tradizionale americana con al centro Woody Guthrie ed è oggi forse il più credibile esponente dell’inesauribile storia dei cantautori americani (paradossale, con quel suo inestirpabile accento londinese). Qui poi c’è Joe Henry come produttore, ed allora è veramente un punto di approdo definitivo.

Con questi suoni caldi, la solida struttura folk e country delle canzoni ed una varietà di melodie come non si ritrovava dai suoi anni migliori, la voce non bella di Billy si carica di colore e profondità, facendo un notevole salto di qualità. Una voce che si ascolta e riascolta come quella di un amico vero, con cui si fanno volentieri chiacchierate in cui si ritrova la calma interiore e si ascoltano parole che sanno toccare l’anima.

What happens when the markets drop?
If the numbers really don’t add up?
Everyone seeks a safe haven,
As they contemplate their ruin,
The self-proclaimed smartest people in the room
Are trying very hard not to sound craven.

But what if there’s nothing?
No pot of gold to find?
Only the blind leading the blind?

No one knows nothing anymore,
Nobody really knows the score.
Since nobody knows anything,
Let’s break it down and start again.

4. THE ARGUMENT – GRANT HART
Grant_Hart
L’anno scorso scrivevo che su una rinascita di Bob Mould ci avevamo tutti messo una pietra sopra, e ci siamo ritrovati una cosa enorme come Silver age. Quanto a Grant Hart, la pietra sopra l’avevamo messa già dalla seconda metà degli anni ’90: dopo un bel Nova Mob nel ’94, pochissimi album e rarissimi sprazzi della grandezza passata. A un certo punto, di lui era già qualcosa sapere che era ancora vivo ed in grado di fare musica.

Lo stupore che ci ha dato The argument è un’emozione bellissima di cui fare tesoro. Tutti i riflettori quest’anno sono stati puntati sul ritorno di David Bowie, com’è giusto che sia, mentre questa di Grant Hart è una rinascita artistica che raggiunge pochi intimi. Perchè solo chi ha incrociato una storia importante come quella degli Husker Du può sapere quanto certe canzoni ed i loro autori ti possano entrare dentro. Chi ci ha cambiato la vita si merita affetto e gratitudine, e quando viene nuovamente toccato dall’ispirazione, è come se fosse accaduto qualcosa di bello nella nostra di vita, non solo in quella di qualcun altro.

Una pazza idea da vecchi freak del prog, quella di creare un ciclo di canzoni ispirate a Paradise Lost di John Milton… Magari un giorno mi verrà anche voglia di approfondire bene, e di affrontare quel capolavoro della letteratura anglosassone… Per ora, per stare nella mia Top 5 del 2013 è stato sufficiente lasciarsi andare senza problemi a questo lungo flusso di canzoni, a tratti un po’ tortuoso e sgangherato, ma sempre illuminato dalla Grazia. Fin dal primo ascolto si entra dentro l’opera con il piede giusto grazie a Morningstar; poi la tensione non viene mai meno, in miracoloso equilibrio tra una ricchezza di scrittura degna dei più grandi e quel suono povero ma bello che ha sempre caratterizzato il Grant Hart solista fin da Intolerance. E non è solo perchè in mezzo a questi 20 brani ci sono almeno altri 4 o 5 capolavori veri; questo album vedrà crescere il suo status di classico soprattutto perchè butta fuori cose che il Nostro aveva dentro da una vita, risentimento sfogo rivincita rinnovamento che non possono arrivare piano piano o un disco per volta, ma solo tutte insieme, nel modo giusto e definitivo.

3. FANFARE – JONATHAN WILSON
Fanfare
Cinque cose che ho capito di Jonathan Wilson:

1) E’ uno che ci ha messo i suoi anni per crearsi la sua visione del mondo e della musica e che quando è arrivato il suo momento si è alzato e ha deciso che, se si incide un disco, deve essere un discone. Una roba in cui mettere tutto di sè e del proprio mondo, e che richiede a chi l’ascolta un’attenzione di ascolto proporzionale. Un discone come Fanfare ti sgama subito, se lo ascolti con l’approccio da una botta e via che la bulimia spotifaica ti ha inoculato, rocker del 21° secolo… Cominci a giustificarti, a dire che ci si perde, che ti va tutto insieme, che non si riesce a trovare il bandolo, che bisogna ruminarlo… A questi compagni che sbagliano vorrei chiedere: in quale punto esattamente ti viene voglia di toglierlo? No, perché per me è letteralmente impossibile…

2) E’ vero, ricorda troppo troppa roba: David Crosby, Pink Floyd, Grateful Dead, Neil Young, Jackson Browne, Steely Dan, Traffic, Joni Mitchell, ogni volta che lo ascolti ne salta fuori uno nuovo, sempre degli anni ’70. Però ogni volta diventa un po’ più evidente: queste sono grandi canzoni, fottutissime grandi canzoni come quelle degli anni ’70.

3) Un po’ come quando ascoltavamo i primi album di Lenny Kravitz e dicevamo: bello, ma non è la musica di oggi… Lenny era proprio come Jonathan, più Black e Pop ma implacabile nel ricrearti il flash della musica di quegli anni. Comunque non c’è problema: quando risento oggi Always in the run, Mr. Cab driver o It ain’t over ‘till it’s over, mi vengono in mente quegli anni lì, non il 1971. E quando riascolteremo Jonathan WIlson, sarà uno dei pochi artisti che avranno segnato questo tempo.

4) Fin dagli anni ’80 abbiamo accumulato tantissimi dischi che riproducono più o meno fedelmente i suoni dei grandi degli anni ’60 e ’70. Bellini, belli e bellissimi. Jonathan Wilson è il primo e l’unico che ha fatto diventare l’amore per quegli anni che non abbiamo vissuto così reale da riuscire a farlo diventare la sua vita, nel Laurel Canyon e nelle session con i grandi di quell’epoca. Un’identificazione così forte da generare con questi suoni vecchi nuove forme, familiari e mai viste, naturali mutazioni da un cowboy movie ad una dark side of the moon. Musica sognata prima e suonata per davvero.

5) Mi piace, Jonathan Wilson. Ma proprio tanto.

2. THE MESSENGER – JOHNNY MARR
Johnny-Marr-The-Messenger
Un altro a cui non avevamo nulla da chiedere, girati come siamo da 25 anni dalla parte di Morrissey, persi dietro i suoi lampi di genio e i suoi giri a vuoto, le adorazioni sotto il palco e i record di concerti saltati, la repulsione per l’ennesima dichiarazione delirante e l’esaltazione per un’Autobiography che è subito un Classico. Eppure Johnny è il mio uomo, quello che sta dentro tre dei miei 45 45s at 45.

Johnny.
Fuckin.
Marr.

Finalmente ha tirato fuori l’album che avevamo sempre sognato. Un’abbondanza inebriante di riff e ganci come in quei dischi là, lo straniamento di ascoltarli con una voce che non c’è, ma la chitarra, ci conosciamo vero? Se lo può permettere, dopo una carriera intera a fare di tutto per non ripetere nulla di quanto aveva già fatto con gli Smiths, non si è mai capito perchè: forse sarebbe stato troppo facile, o al contrario impossibile. Non so se ne ha altre di canzoni così, da tirare fuori con classe e naturalezza, o se le aveva messe da parte per 25 anni e adesso le ha finite per sempre. Però so un’altra cosa: che è giusto così, che bisogna scacciare via quel pensiero che abbiamo avuto tutti, come sarebbe bello sentire queste canzoni con quella voce… E invece no, la cosa grande è questo modo fantastico di arrivare a 50 anni e decidere che il meglio non è tutto alle spalle, che quello che siamo ora è il sale della terra, Generate! Generate! GENERATE!
Johnny Fuckin Marr, what a big, BIG inspiration…

And a big, BIG thank you to Conventional Wife. Quel modo istintivo che ha solo la persona che ti ama di dirti vai, fallo. E dopo una corsa fino al centro di Bologna, trovarsi a pochi metri, su un palco troppo piccolo per contenere una coolness così gigantesca e vera. NESSUNO potrà mai iniziare un concerto con qualcosa di meglio: Stop me if you think you’ve heard this one before, quel riff e quella chitarra a pochi metri. Overwhelming. E come stanno bene le canzoni nuove insieme a quelle là, come diventano anche di Johnny Marr quelle parole: And if a double decker bus… E come sono nostre, che momento perfetto quel singalong che non finisce mai, solo la chitarra di Johnny e le nostre voci. In una notte in cui ho avuto bisogno di sentirmi uno splendido quarantenne, mi ha fatto sentire come se stessi ascoltando la musica degli Smiths per la prima volta.

1. MORE LIGHT – PRIMAL SCREAM
primalcov-1
Probabilmente sarò io che ho un problema di arrested development e mi sono fermato al 1999/2000. Ma sinceramente non riesco a capire come si possano avere dubbi: questo è il capolavoro assoluto del 2013, il disco più bello degli ultimi anni. Invece nelle playlist di fine anno è quasi assente (solo al 30° posto in quella di Mojo). Un’ennesima prova dell’estrema frammentazione dei gusti, della completa assenza di un centro gravitazionale che consenta di condividere oggi una visione generale della musica. Relatività.
Niente è reale/niente è irreale.

More light non è il salto oltre il sole oltre il futuro di Screamadelica e nemmeno la violenta accelerazione dentro il 21° secolo di XTRMNTR; ma in una discografia tra le più eccellenti ed eccitanti della storia del rock, si colloca saldamente al 3° posto (quindi prima e meglio di grandissimi dischi come Give out but don’t give up o Vanishing point). Forse gli mancano un paio di singoloni un po’ più “epocali” (eeeh, ma quelli li fanno i Daft Punk… No, grazie) per farlo piacere anche ai più distratti (e meno fan…). D’altra parte un livello medio così alto in tutti i brani di un album, i Primal Scream non l’avevano mai raggiunto, e infatti è obbligatoria la Deluxe Edition, con un secondo CD che aggiunge 6 inediti di pochissimo inferiori al disco “vero”. E se non farà epoca grazie ai singoli, questo More light sarà riascoltato anche tra molti anni per come descrive efficacemente questo tempo e le fortissime tensioni che lo attraversano.

Già avere il coraggio di iniziare con una canzone che si chiama 2013 (Twenty Thirteen, cosa ci ricorda? Massì, questo è l’uno nove nove sei…) fa la differenza rispetto alla miriade di dischi belli (anche bellissimi) che potrebbero essere usciti, indistintamente, 10 anni prima o 10 anni dopo. Poi piazzano una cosa pazzesca come River of pain: capolavoro assoluto, no debate, che già basterebbe a stare nella Top 5 di chiunque. E come terza un’altro potentissimo affresco sulla nostra Storia presente, Culturecide:

View from the carriage
Safe behind glass
Wounded streets of graveyard flats
Dishrag curtains scream of disease
Satellite dish where the window should be
Breeze block prison
Somebody’s home
Looks like it’s been hit by a neutron bomb

Questo disco è il rock come vorrei che fosse, come speravo continuasse ad essere anche dopo i favolosi anni ’90, anche dopo i brividi esaltanti di Shoot speed/kill light che sembrava non sarebbero finiti mai… Invece alti e bassi, come noi, come tutto. Ecco, il rock mi serve ancora, e tanto, per restare acceso e continuare a camminare con la Bestia.
I don’t care about tomorrow when I feel like this today.
Non so se si può capire, non so se è il caso: ma la mia attitudine, oggi, è adeguatamente rappresentata da un individuo con un Nudie suit che si mette le dita sulla testa per fare le corna…

It’s alright, It’s  OK
You can do just what you want to
Take your time, walk away
You can come back if you’re supposed to

Ooh La La…

TOP 5/2012: Wrecking ball – Bruce Springsteen (5/5)

Wrecking ball - Bruce Springsteen

Lasciamo stare i dischi di Springsteen prima della pausa (1988-1991) e dello scioglimento della E Street Band. Sono alla base del nostro modo di essere e di pensare, non si possono confrontare con nient’altro. Sto parlando di noi Springsteeniani, una tipologia di persone disperse nelle città, nelle campagne e tra le generazioni, ma numericamente forse la più consistente fra le sottocategorie degli appassionati di rock (a occhio l’unica paragonabile potrebbe essere quella dei Beatlesiani, mentre i Dylaniani o i Fan degli U2 sono sicuramente di meno). Ecco, per noi gli otto album da Greetings from Asbury Park a Tunnel of love sono oltre: ognuno ha le sue preferenze, ma nel loro insieme formano una parte importante del nostro DNA.

E’ consentito discutere all’infinito, invece, sugli album dagli anni ’90 ad oggi. Anche questi sono otto, se consideriamo solo quelli in studio con canzoni originali (quindi al netto di cofanetti, raccolte, live e Seeger sessions). Su questi tutte le opinioni sono accettabili, in una perfetta simmetria di apertura mentale che controbilancia l’intolleranza verso il dissenso sugli anni ’70 e ’80. Io credo di appartenere ad una tipologia abbastanza benevola verso ogni cosa springsteeniana. Non rinuncerei a nulla di ciò che ha pubblicato, anche se non può esserci paragone tra le due fasi della carriera. Ma di questi otto, i tre che non mi dovete toccare sono Lucky town, The rising e questo Wrecking ball.

Tra le tante qualità per cui si può coltivare il culto della personalità di Bruce Springsteen, una delle più oggettive e non attribuibile ai deliri da fan è la cura ossessiva nella costruzione dei propri album. Forse non c’è nessuno che abbia avuto la stessa ambizione di raccontare storie individuali intrecciate nella Grande Storia Americana; sicuramente nessuno l’ha fatto bene come lui. Negli ultimi anni sembra avere un po’ attenuato quell’ansia di perfezionismo che allungava a dismisura l’attesa di una nuova uscita. E se forse sarebbe stato meglio che Magic e Working on a dream fossero un unico album con il meglio da entrambi, nel caso di Wrecking ball la visione è stata, se non perfetta, certamente orientata a lasciare un segno forte, probabilmente storico.

I dischi di Springsteen sono sempre stati collegati all’evoluzione dei suoi live ed in questi ultimi anni è successo qualcosa di strano, importante e bellissimo. Mentre Bruce finalmente ha imparato ad accettare come qualcosa di naturale il desiderio dei suoi fans di poter riascoltare anche le canzoni più dimenticate, organizzando i suoi tour e le singole scalette in modo da dare spazio a decine e decine e decine di pezzi, con la morte di Danny Federici e, soprattutto, con quella di Clarence Clemons si è aggiunta una consapevole coscienza del tempo trascorso e di quello che avanza, ed ogni sera è una celebrazione della vita che non ha eguali. Non so se i tour di questo Springsteen ultrasessantenne siano i più belli della sua carriera, ma un modo di invecchiare così pieno di energia, di rabbia e di amore, nel rock non c’era ancora stato. Si va a vedere Springsteen convinti di celebrare il passato e si esce inondati di voglia di presente e di futuro, di percezione che anche questi sono i nostri anni importanti.

La forza delle canzoni di Wrecking ball ha avuto piena conferma proprio nei concerti. Non stiamo parlando della Forza di Badlands, Born to run o Born in the USA: nelle 3 ore e mezza di un concerto di Springsteen ci sono i (tanti) picchi in cui uno stadio può diventare uno dei posti più importanti della tua vita anche se hai smesso di seguire il calcio, e l’importante è che le altre canzoni non siano degli anti-climax che fanno disperdere energia. Iniziare con We take care of our own e Wrecking ball significa credere moltissimo in queste canzoni e nel loro messaggio. La prima, anche dopo un anno che la conosciamo, ha una qualità inafferrabile, non picchia particolarmente duro, non ha ganci memorabili, eppure si impone con una strana forma di autorevolezza, in gran parte grazie a quel titolo così perfetto nella sua ambivalenza. Ci prendiamo cura di noi, e non c’è un unico modo giusto di intenderlo, vale come orgoglio di farcela da soli, come consapevolezza del proprio egoismo, come impotenza dell’essere stati lasciati soli… In modo più discreto, è lo stesso trucco perfetto azzeccato ai tempi di Born in the Usa, e come allora poche immagini asciutte e dirette scavano una traccia. Questa canzone resterà.

E che un’altra canzone destinata a restare fosse Wrecking ball lo pensai la prima volta che la sentii come bonus track “americana” del DVD ad Hyde Park. Con quel vago senso di frustrazione per l’ennesimo gioiellino disperso fuori dalla discografia base, e quindi con eguale sorpresa nel ritrovarsela non solo riabilitata, ma addirittura con il ruolo di title track. Una scelta che, insieme a quelle di recuperare Land of hope and dreams ed American land, conferma il collegamento tra questo disco ed i live degli ultimi anni. Certo, c’è l’ultimo assolo di Clarence Clemons, ma c’è dentro soprattutto il mito della E Street Band ritrovata dal ’99 in poi, proprio a partire da quella canzone con cui ritornava, per la prima volta dai tempi di Born in the Usa, il suono classico modellato da metà anni ’70 a metà anni ’80, fino ad arrivare alla sarabanda irish nata con le Seeger sessions, con cui si celebrava l’intera storia della musica americana e la più grande delle band americane:

You’ve just seen
the heart-stopping, pants-dropping,
house-rocking, earth-quaking,
booty-shaking, Viagra-taking,
love-making, legendary
E!
STREET!
BAND!

In questo disco finalmente la E Street Band ha integrato alla perfezione le esperienze di Springsteen degli ultimi 20 anni; la cosa più impressionante e convincente fin dal primo ascolto di Wrecking ball è probabilmente la sequenza iniziale, che da We take care of our own si sposta da un suono classico-moderno e radio friendly, simile a Magic e Working on a dream, ad un clima familiare ma in realtà inedito. Easy money, Shackle and drawn, Jack of all trades e Death to my hometown sono canzoni che si rifanno ai canoni più antichi della musica americana, il folk, il country, il gospel, l’irish folk, e suonano contemporanee e senza tempo, importanti su disco e carismatiche dal vivo. Quasi tutti hanno indicato in Jack of all trades la canzone più forte del disco, ma a me è piaciuto di più l’impatto d’insieme ed il modo di passare da un brano all’altro, in particolare dal finale solenne di Jack of all trades al battito esplosivo della marcia di Death to my hometown. Se mi avessero fatto ascoltare una canzone così in quei tardi anni ’80, quando Springsteen decise di nascondersi e di mancarci tremendamente, e la nostre band del momento diventarono i Waterboys, i Pogues e gli Hothouse Flowers, mi avrebbe fatto letteralmente perdere la ragione. Oggi posso reggerla senza problemi e goderla come una grande idea che dà forza e calore a questo disco importante.

Nell’arte degli album di Springsteen, lo ribadisco, la sequenza dei brani ha un ruolo fondamentale, ed è bellissimo accorgersi di come avviene il passaggio da un’emozione a quelle seguenti. Pochissimi hanno parlato di This depression, ed in effetti non è una canzone da portare negli stadi, ma in mezzo a Wrecking ball, proprio in quel punto lì, si impone con un’intensità profonda, unica, con un suono atipico e straniante, in particolare quell’assolo di chitarra che a me pare, per un musicista tradizionalista come Bruce, uno dei suoi momenti più originali ed innovativi. E’ vero, sarebbe bello vederlo alle prese con uno di quei produttori “forti” che danno respiro alle canzoni, Joe Henry o T-Bone Burnett o Rick Rubin… Qui con Ron Aniello non fa molta differenza rispetto a Brendan O’Brien. Secondo me, se Bruce mai si deciderà, sarà nella fase finale della carriera, dopo i 70 anni, tipo Johnny Cash…

E per schierarmi definitivamente, dirò che la mia canzone preferita di questo disco è quella che ha diviso di più. Rocky ground non è piaciuta ai fan più conservatori, quelli che non amano molto il Bruce troppo black ed ancora meno l’idea che si sia sporcato le mani con un innesto rap; e non ha convinto chi frequenta abitualmente hip-hop e nu-soul, e che giudica troppo maldestro il suo modo di rapportarsi con culture musicali distanti. Eppure, se si riesce ad ascoltarla senza pregiudizi di alcun tipo, questa è una canzone semplice e potentissima, costruita su pochi elementi combinati con quel gusto cinematografico che il Boss ha sempre avuto, anche se utilizzando linguaggi diversi. Quel predicatore campionato sotto quelle voci soul, quelle parole cantate con la stessa consapevolezza di My city of ruins e dei momenti più intensi degli ultimi anni, quei pochi strumenti essenziali, quella sezione fiati così solenne e struggente, quei 30 secondi rappati con asciutta naturalezza, quel coro gospel pieno di purezza ed armonia. Nella lunghissima notte di magie di San Siro 2012, insieme a The promise da solo al pianoforte, è stato uno dei momenti che personalmente mi hanno più sorpreso e toccato nel profondo.

E’ la nostra storia con Bruce che va avanti, anche questa musica ha trovato il suo posto dentro di noi, e adesso c’è un San Siro 2013 da aspettare. Non è più una faccenda di dischi da ascoltare e da giudicare, non lo è mai stata. Quando durante Tenth Avenue freeze-out Bruce ha cantato When the change was made uptown and The Big Man joined the band, quando ha fermato la musica e nel silenzio improvviso si è girato verso il grande schermo con le immagini di Clarence Clemons giovane meno giovane già vecchio, quando col magone ci siamo uniti in un applauso di gratitudine ed affetto infiniti, io l’ho pensato forse molti altri l’hanno pensato, che una cosa così è a suo modo una cosa vera come la famiglia come l’amicizia, e come queste cose le capisci se ci sei dentro e le stai vivendo, per chi sta fuori sei solo un povero idiota che dà troppa importanza a scemenze senza valore… Tra pochi giorni andrò a votare ed ho una paura fottuta di qualsiasi cosa succederà, tra due settimane perfino la Chiesa cambierà e non si capisce verso quale direzione, ed io qui oggi posso dire, a 45 anni, di essere sicuro di poche cose come del 5° San Siro con Bruce, subito dopo la trasferta a Padova e appena prima di compierne 46…

TOP 5/2012: Sweet heart, sweet light – Spiritualized (4/5)

Spiritualized - Sweet heart, sweet light

Jesus, won’t you be my bullet and gun?
Shoot all the sinners down, everyone.
Kill all my demons and that would be fine.
But I would be reloading all the time.

Ad ogni disco degli Spiritualized, bisognerebbe sempre tirare un sospiro di sollievo. Jason Pierce è ancora vivo, ed è in grado di fare dischi. Questa volta, addirittura il più bello dai tempi di Ladies and gentlemen we are floating in space. Con quel disco, oltre a fissare un livello di eccellenza difficilissimo da superare, venne codificato il template degli album degli Spiritualized: con le copertine farmaceutiche, l’alternanza di rock garagistico e ballate gospel, gli arrangiamenti ricchissimi e raffinatissimi ed un pervasivo clima di “sopravvivenza artificiale nel nulla cosmico”, che rappresenta la cifra principale del loro modo di interpretare la psichedelia. E’ come se Jason Pierce si fosse dato una missione artistica ed esistenziale, procurandosi ogni forma di sofferenza fisica, sentimentale, morale, spirituale, superandole con faticosi percorsi di cura del corpo e dell’anima e giungendo alla redenzione finale, senza però mai esserne appagato. Ogni disco degli Spiritualized mette in scena questa condizione di continuo travaglio, questa oscillazione tra buio e luce, questa necessità del male per ottenere il bene, e viceversa.

Roba da rimanerci secco, in ogni caso rischiando sulla propria pelle di giungere ad un punto di non ritorno. Considerando la cosa solo sotto il profilo artistico, il rischio di restare intrappolati in un cliché è altissimo. Eppure Jason Pierce non è mai scivolato sotto il livello dell’inutilità: anche nei dischi meno riusciti, quando gli capitava di riprodurre passaggi già visti, non ha mai perso il desiderio di generare bellezza ed esperienze di vita. Ce n’è sempre in quantità, e sarebbe sciocco fare a meno anche di uno solo dei suoi album.

Ma questo non è un altro album degli Spiritualized. Questo è davvero un disco speciale, e la differenza si coglie in molti modi. Nel primo brano funziona tutto perfettamente e non si capisce perchè: i singoli ingredienti di Hey Jane sono tutti sbagliati, un titolo velvetiano fuori tempo massimo, quasi 9 minuti di durata, una struttura di frasi melodiche scarne e ripetitive, un arrangiamento riproposto decine di volte… Eppure clic clic clic va tutto benissimo, alla fine dei 9 minuti hai sulla faccia stampato un sorriso che non se ne va più fino alla fine dell’album. Little girl le va dietro con analogo sprezzo del pericolo, questa volta con una melodia ruffianissima, presa di petto come se fosse il 1971: un altro sarebbe stato da impallinare, mentre Jason Pierce si libra altissimo perchè ha studiato e saputo fare propria l’essenza del gospel, ovvero come muoversi su linee melodiche e cori senza tempo con naturalezza e senza irritare nessuno.

I musicisti che sono anche grandi appassionati di musica applicano alle canzoni che realizzano l’attenzione al particolare e la concentrazione totale che dedicano alle canzoni che amano. Jason Pierce fa questo da quasi 30 anni, ed ha affinato una padronanza dei suoi strumenti che si accompagna ad un’ispirazione più luminosa che in passato. La qualità di scrittura che l’ha guidato è particolarmente evidente nei testi. Anche qui, non ci sono novità nei temi e nell’approccio, ma i risultati questa volta sono eccellenti. Jason Pierce ha dimostrato di essere uno dei più grandi autori di canzoni contemporanei, con un’autorevolezza che lo pone ormai al fianco dei nomi più classici, per la capacità di scegliere strutture semplici ma originali, e di seguire un sentiero lirico sempre avvincente e spiazzante. Headin’ for the top now è una delle sue consuete canzoni di doloroso e raggelante rammarico, ma la minimale genialità della melodia si riempie di versi precisi e inesorabili che ti entrano dentro senza poter opporre resistenza, ed alla fine siamo in grado di capire perfettamente Jason Pierce. Alla fine siamo anche noi Jason Pierce.

I am the song that writes the mind.
I am the man who don’t wait for time.
I am the heart that feeds your kiss.
I am the faith that gets your soul.
I am the pound of flesh that signifies the sum of all you’re told.
I am what I am.
Got it in my hand.
Hear what I say.
See what I am.
You understand?

Un’altra scatoletta di medicinali da assumere per via aurale, un’altra pasticcona rotonda, rigorosamente solo per chi prende le sue dosi su pasticcone rotonde dentro scatolette rettangolari. Fa effetto subito, farà effetto anche fra qualche anno. Fa effetto se la prendi una volta sola e continua a farlo se la prendi tutti i giorni. Ma la prenderai se capirai di averne bisogno, se sai ancora avere fiducia in quello che la musica può fare dentro di te. Prendila tutta, prendila fino alla fine, fino a quando Jason Pierce ti saluterà così:

So long, you pretty thing.
God save your little soul.
The music that you played so hard
ain’t on your radio.
And all your dreams of diamond rings,
and all that rock and roll can bring you.
Sail on.
So long.

TOP 5/2012: Silver age – Bob Mould (3/5)

Silver age - Bob Mould

I concerti degli Husker Du in Italia del 1987 (a Novellara e a Torino) sono con gli Smiths a Roma nell’85 quelli che rimpiango di più di essermi perso. Perchè sono stati uno dei miei miti assoluti ed ero anche nell’età giusta per seguirli, ma sono diventato un loro fan appena prima dello scioglimento e comunque non ero ancora così libero di muovermi da poter andare a un concerto dovunque fosse. Fino a 3 anni fa, Bob Mould non era più tornato e col passare degli anni le possibilità sembravano progressivamente diminuire. Quando uscì l’annuncio del concerto al Tunnel il 14 dicembre 2009, fu come se un patto di sangue al quale avevamo comunque tenuto fede potesse finalmente essere siglato.

Erano aaaanni che non andavo al Tunnel… Per i non milanesi, o per chi non c’è mai stato, è il caso di spiegare che il Tunnel nella seconda metà degli anni ’90 è stato la quintessenza del club alternativo. Era ricavato in uno spazio sotto la ferrovia, letteralmente un tunnel, vicino alla Stazione Centrale (via Sammartini, che avevo conosciuto bene negli anni precedenti, quando facevo volontariato con altri amici al Rifugio di Fratel Ettore), e programmava band indie rock e dj set d’avanguardia con jungle, trip-hop e tutto il meglio dell’elettronica. Tra le cose che ricordo di aver visto, Boo Radleys, Gene, Ruby, Santa Sangre, Sparklehorse… Il Tunnel nelle serate sold-out era un concentrato di energia ed eccitazione, l’atmosfera molto più carica e calda di qualunque altro posto di Milano. Era un cortocircuito emotivo amplificato dalla forma e dalle dimensioni ridotte del locale; un effetto inversamente proporzionale a quello generato nelle serate semivuote. Indimenticabile, nel bene e nel male, la serata in cui vidi Mark Eitzel. Da solo con la sua chitarra acustica, si presentò davanti a poche decine di persone in una serata che proseguiva con una dance night. Le sue canzoni di seta ed il suo canto tormentato vennero costantemente disturbati dal vocio della gente che aspettava al bar la fine del concerto e l’inizio del dj set. Nonostante gli anni di esperienza e lo spirito ironico con cui cercava di reagire alla situazione, si percepiva il suo scoramento crescente. Non durò più di 50 minuti, alla fine non ce la fece più e salutò imbarazzato ed umiliato. Ricordo che poco dopo, all’uscita, facendomi largo tra la calca di quelli che entravano per ballare, lo vidi allontanarsi da solo con la chitarra sulle spalle, a piedi in quella squallida strada nella notte milanese, probabilmente bisognoso di smaltire subito quella brutta serata. Fu uno dei momenti in cui compresi più chiaramente la fragilità umana dell’essere artisti, la gloria delle canzoni che avevo amato vissuto trasmesso da una radio unita al fallimento esistenziale di un pubblico che non c’è.

Meglio non rischiare: gli ultimi album di Bob Mould a Milano li avremo comprati io e una decina di irriducibili, ma chi lo sa quanti vecchi fan degli Husker Du potrebbero rispondere al richiamo? Mi muovo subito dopo il lavoro ed arrivo al Tunnel con la pizza in mano quando c’è solo una piccola coda che aspetta davanti alle porte chiuse. Poco dopo entriamo. Caro vecchio Tunnel, non sei cambiato quasi per niente… La musica di sottofondo è Kamakiriad di Donald Fagen: saranno 15 anni che non lo ascolto. Non c’entra una cippa con il Tunnel e con Bob Mould, ma forse anche per questo me lo godo alla grande. Il locale si riempie col contagocce, suona una band di supporto italiana da dimenticare (fatto), vado a mettermi abbastanza vicino al palco; e mentre continua ad andare Donald Fagen, arriva sul palco lui, Bob Mould, cuffietta di lana sopra la pelata e pizzetto, e comincia a sistemare, tutto solo davanti a tutti, le sue chitarre, la pedaliera e accessori vari.

Non è esattamente come quando allo stadio si spegne tutto e parte la musica di Morricone, con tutta la E Street Band che entra, uno per uno, e li vedi spuntare un po’ ad occhio nudo un po’ guardando i maxischermi; e poi alla fine arriva Bruce Springsteen, tutto lo stadio esplode e si parte con Badlands… Qui invece c’è uno che a 50 anni va in giro per il mondo completamente solo, senza mezzo roadie e si allestisce da solo le quattrocose per stare sul palco. C’è una vecchia citazione di Billy Bragg agli esordi: “Quando un artista che gira nei club sale sul palco con la sua chitarra può immaginarsi di essere James Taylor, o Bob Dylan. Io, quando vado su, penso ancora di essere i Clash”. Ecco, per fortuna Bob Mould quando sale sul palco pensa ancora di essere gli Husker Du. Davanti a 100? 150 persone? attacca una dopo l’altra canzoni recenti e piccoli grandi classici dai suoi album solisti e con gli Sugar, ma quando tira fuori i pezzi degli Husker Du è come se il pubblico raddoppiasse e si ricrea l’effetto Tunnel sold out dei giorni migliori: No reservation, I apologize, Hardly getting over it, Something I learned today, Celebrated summer… L’ultima è Makes no sense at all, per 2 minuti e 30 secondi lui ha 26 anni e tutti noi 19… poi torniamo nel 2009, ma il sangue è stato scambiato, il patto rinnovato per sempre.

Altri tre anni volano via e per tutti Bob Mould può restare lì nel pantheon dei migliori anni della nostra vita, al prossimo album diremo ancora un altro sì, ma quello che i fans non dicono è che, in fondo, non ci aspettiamo da lui più nulla di veramente rilevante. Poi però qualche mese fa cominciano a uscire commenti entusiasti sul nuovo album, e non succedeva dai tempi degli Sugar; l’adrenalina sale quando un paio delle firme più affidabili pubblicano recensioni positive poche settimane prima dell’uscita. Come non succedeva da quegli anni, faccio addirittura un paio di giri a vuoto da Buscemi per prendere subito il CD che non è ancora arrivato… Insomma, le aspettative passano da quasi zero a mille e quando finalmente metto le mani su Silver age…

You say you want it, you say you need it,
you say it’s everything you ever wanna be
the star machine is coming down on you.

Uno a zero, Star machine è il primo gol al primo minuto, una partenza da discone come si deve. Ed è subito qui, alla fine del primo pezzo e all’inizio del secondo, che capisci che è vero, è veramente il discone che aspettavamo da 20 anni: come nel concerto non c’è pausa tra un pezzo e l’altro, l’attacco di Silver age è uno di quei ganci a cui non è possibile opporre resistenza, anche perchè quello che Bob sta dicendo è never too old to contain my rage, the silver age, the silver age. Esattamente quello che siamo noi, quello che vorremmo dire e che bello sentire Bob dirlo lui, per noi, così bene. Si gioca una di quelle grandi partite, quelle in cui gira tutto giusto: subito dopo il due a zero arriva il terzo gol, forse il più bello, quello da mettere ad occhi chiusi nel The Definitive Bob Mould. The descent ha la scintilla speciale dei grandi pezzi di Warehouse o di Copper blue, il tiro della melodia, del ritmo, del rumore e le parole più giuste per affondare sotto la superficie e colpirci nel profondo:

Now my race is finally run
and as I tumble to the sun
all these dreams I can’t achieve
brought me crashing to my knees.
My descent has now begun,
all the music left undone.
My world, it is descending.

Dove quel che è maledettamente vero è che non ci possiamo fare niente, questa è la discesa e non si torna indietro. Ma c’è tutta la musica lasciata incompiuta, e sono tutte le cose che cercheremo e faremo nella strada che abbiamo davanti, mentre la velocità continua ad aumentare. La grandezza di quest’album è tutta in questo cambio di passo, che è prima esistenziale che artistico, e che consente a Bob Mould di trasformare la continuità stilistica del suo modo di comporre e di suonare in canzoni veramente speciali come quelle che sappiamo. Lo stesso scarto di motivazioni che fa la differenza tra lasciarsi vivere addosso il quotidiano procedere di questa discesa e tenere saldamente in mano le redini della vita, le cose che realmente desideriamo, la musica che vogliamo continuare a cercare.

Così Briefest moment esalta un po’ meno ma tiene altissimo il ritmo, mentre Steam of Hercules lo rallenta ma ci riporta a quelle ballate ebbre di rumore con cui rallentavano gli Husker Du in mezzo alle corse a perdifiato di Zen arcade e di Warehouse: songs and stories. La seconda metà dell’album è solo un poco inferiore, ma con una media mai avvicinata dai dischi di Bob degli ultimi dieci-quindici anni, e con un’altro pezzo da antologia come Keep believing, uno straordinario manifesto di fede nella nostra musica, come un’unica citazione obliqua della generazione Born in the 60’s:

No choice / Can’t leave
I have to keep believing
Bring me thoughts and words, pass me the revolver,
I can see for miles, and everything’s in color.
Rock and roll all night until I feel the thunder,
I got a handle on some complicated fun.

Bob Mould pensa ancora di essere gli Husker Du. Da solo su un palco, o su un disco con un nuovo power trio, è una delle notizie più belle dell’anno appena passato, e di quelli che verranno.

TOP 5/2012: Blues funeral – Mark Lanegan Band (2/5)

Blues funeral - Mark Lanegan

Un po’ di anni fa mi ero stufato di Mark Lanegan. Era diventato quel tipo di artista che piace un po’ a tutti: agli alternativi che lo seguivano fin dai primi album con gli Screaming Trees e ai tradizionalisti che non si sono mai sporcati le orecchie con suoni troppo grezzi, ma che a un certo punto decisero che il blues cosparso di Americana intrepretato da una voce così bella e densa poteva essere degno delle loro attenzioni. Dopo i primi album si era capito: ogni volta era un centro pieno, collezioni di canzoni tutte stupende, ma il problema era appunto che sapevi già cosa aspettarti. Così ho saltato un paio di giri; poi però è stato lui a restare fuori per un po’ di tempo, finchè gli anni senza nuovi album di Mark Lanegan sono diventati 8, e ci siamo resi conto che di uno così è abbastanza folle farne a meno.

In realtà, proprio in questi anni ho ricominciato ad ascoltare Lanegan molto più frequentemente, anche se su dischi fatti con altri: gli album in coppia con Isobel Campbell (anche qui, all’inizio un’idea originale ed entusiasmante, poi al terzo album prevale il pregiudizio di non avere bisogno di ascoltarlo), la band formata con Greg Dulli (Gutter Twins), il disco con i Soulsavers, e chissà quante altre partecipazioni sparse tra artisti di vario genere. Tutti progetti a cui Lanegan ha dato moltissimo, ma da cui ha anche assorbito spunti che si sono stratificati sopra la sua ormai lunghissima carriera.

E’ stato inevitabile, quindi, già durante il primo esaltante ascolto di Blues funeral, pensare che qualche anno di silenzio artistico fa benissimo, soprattutto se nel frattempo si ha l’umiltà di collaborare e di imparare. E purtroppo non sono molti, anche tra i grandi, quelli che capiscono quando è il momento di fermarsi per dare modo alla propria vena artistica di rigenerarsi; ancora meno quelli che sanno mettersi in gioco accantonando il proprio ego e lasciando tutto lo spazio alle idee degli altri. Mark Lanegan dopo aver fatto questo percorso ha messo insieme il disco più bello della sua vita.

Anche se mi sembra che siano stati in pochi a sostenerlo e a scriverlo, perchè le grandi categorie di appassionati richiamate all’inizio sono proprio quelle che hanno snobbato Blues funeral. Gli alternativi hanno interpretato la varietà di stili e gli esperimenti con l’elettronica come un tentativo tardivo di uscire dall’immagine dell’interprete radicato nella tradizione e di ritornare in un ambito ormai troppo lontano da lui, trattandolo con sufficienza. I tradizionalisti hanno come sempre rifiutato in blocco sia i pezzi caratterizzati da suoni non naturali, sia quelli dove è riemersa un po’ di quell’anima post-punk e grunge che Lanegan aveva abbandonato con lo scioglimento degli Screaming Trees senza mai guardarsi indietro.

I riff di Riot in my house sarebbero stati benissimo su Sweet oblivion, anche se sono sporcati da una ritmica ossessiva da Depeche Mode oscurissimi e da una chitarra acidula e disturbante. Siamo nel cuore dell’album, subito dopo c’è Ode to sad disco che è una vera esperienza straniante, come dei Doors prodotti dai New Order, come sintetizzare la storia del rock dagli anni ’60 agli anni ’90, come ripartire dall’eterna notte solitaria di How soon is now? in cui eri entrato a 19 anni e ritrovarsi a 40 e passa ancora lì, in quella discoteca triste… Un brano killer dietro l’altro: Phantasmagoria blues, esattamente quello che dice l’etichetta, il Lanegan cantante blues amato da tutti con una piega un po’ psycho che allunga l’applauso e ti lascia dentro la voglia di riascoltarlo ancora ed ancora… Sei già al tappeto, ma ti arriva un altro pugno sulla mascella: Quiver Syndrome, ancora i riff degli Screaming Trees in mash-up con i Primal Scream più ruffiani, ed è un’altra di quelle uova di Colombo che sembrano esserci da sempre in natura, ma se ci pensi una cosa così non l’avevi ancora sentita prima.

Prima e dopo è tutta roba ad altissimo livello, canzoni che se le sentissimo da degli esordienti o da uno sconosciuto sarebbero il futuro del rock’n’roll o la scoperta del decennio. E invece è solo il nuovo di Mark Lanegan, avanti un altro… Blues funeral funziona sia per la varietà dei singoli pezzi sia per l’unitarietà concettuale che emerge nell’ascolto complessivo. Quello che nei dischi precedenti era un effetto d’insieme che alla lunga veniva un po’ a noia, in questo caso si ottiene partendo proprio da canzoni con caratteristiche molto diverse. L’ingrediente segreto (ma neanche tanto) è la riscoperta di quella sana attitudine indie radicata negli anni ’80, di quella cultura musicale post-punk fatta di libertà espressiva, di cupezze dark e di chitarre che ti si piantano in testa e vorresti riascoltare finchè dura la giovinezza. Per sempre.