50 Discographies at 50 – NICK DRAKE (12/50)

Five Leaves Left (1969)
Bryter Layter (1970)
Pink Moon (1972)
Time Of No Reply (1986)
Made To Love Magic (2004)
Family Tree (2007)

Quello che Anselmo diceva sempre di Sea song di Robert Wyatt, la sua canzone preferita: “Non la ascolto mai, perché ho paura di sciuparla”. Più o meno lo stesso per me con Nick Drake. In 5 anni di blog non ho mai scritto nulla su di lui. Solo tre citazioni di sfuggita, parlando di tutt’altro. Ma adesso è arrivato il momento. Cosa posso scrivere di Nick Drake, a 50 anni?

Forse è l’unico di cui mi ricordo tutto. Tutte le volte che l’ho ascoltato. I posti dove ero. I vinili e i CD. I negozi dove li ho comprati. Le cassette duplicate. Le persone a cui l’ho fatto ascoltare. Le scalette della radio in cui l’ho inserito. Le radio che l’hanno trasmesso. Gli articoli sulle riviste. I libri su di lui. Le scene dei film con le sue canzoni. Gli artisti che si sono ispirati. Le cover. Le fotografie. L’unico filmato, che forse era lui…

Hanno ragione loro. La sorella di Nick Drake e la moglie di Battisti. Via tutto da internet, addirittura niente streaming. Solo dischi, solo conventional records. L’assenza è diventata la più evidente ed affascinante forma di grandezza. Avere sempre tutto a disposizione è come non avere niente. Avere una cosa solo dove sai tu, solo quando vuoi tu: dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.

Scoprire Nick Drake a metà degli anni 80 non solo era difficilissimo. Era un segno del destino. Una di quelle cose per cui perché a te e non a un altro? Una di quelle cose che diventano subito un dato di fatto. E di tutti i cambiamenti che ci hanno travolti negli ultimi 30 anni, la crescita della notorietà di Nick è qualcosa che non riesco a spiegarmi fino in fondo. Una cosa bellissima, perché tra qualche anno potrebbero scoprirlo anche le mie figlie senza bisogno che sia papà a proporglielo. O i figli di qualcun altro. Perché per trovare un tesoro non è per forza necessaria una mappa, ma bisogna trovarsi nei posti giusti al momento giusto.

Comunque, anche volendo, la musica di Nick Drake non si può sciupare. Il tempo me lo ha detto. Il tempo per ascoltare Nick Drake torna sempre. Open your eyes to another year.

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50 Discographies at 50 – DAVID CROSBY (11/50)

Crosby, Stills & Nash (1969)
Déjà Vu (1970) – Crosby, Stills, Nash & Young
If I Could Only Remember My Name (1971)
4 Way Street (1971) – Crosby, Stills, Nash & Young – Live
Graham Nash David Crosby (1972) – Crosby & Nash
Wind On The Water (1975) – Crosby & Nash
CSN (1977) – Crosby, Stills & Nash
Daylight Again (1982) – Crosby, Stills & Nash
Oh Yes I Can (1989)
CSN (1991) – Crosby, Stills & Nash – Compilation – Box Set
Demos (2009) – Crosby, Stills & Nash – Compilation
Croz (2014)
CSNY 1974 (2014) – Crosby, Stills, Nash & Young – Live
Lighthouse (2016)

L’ho cercato su internet, e con un po’ di fatica l’ho trovato. 18 maggio 1989: era vero, non me l’ero sognato. David Crosby al Parco Sempione. Non esattamente un ricordo; solo una traccia vaga nella memoria, come una cosa che quasi dubito di aver vissuto veramente, con persone che non sono sicuro fossero quelle.
If I Could Only Remember My Life…
Devo averlo proposto io ad un gruppo troppo numeroso ed eterogeneo: era gratis, la maggioranza accettò, arrivammo che il concerto era già a metà, e alla fine resistettero non più di una ventina di minuti. Ho solo un’immagine sfocata di lui lontanissimo, e di una Wooden ships che si perdeva nel buio in mezzo a quella folla distratta. E poi faceva freddo, e il resto se lo ricorda molto meglio Paolo Vites.

Era appena uscito Oh Yes I Can, ma io non mi fidavo fino in fondo. Come quella sera nella mia memoria, Crosby era tornato, ma era un Uomo Che Non C’Era. Troppo lontano il 1989 dal 1971. Troppo pieni di capolavori quegli anni, prima del Grande Freddo, che su di lui ebbe un effetto quasi letale. Anche per questo sono così preziose quelle tracce del genio antico, sparse tra i dischi della mia Discography (ma anche, più rari, in quelli che ho scelto di lasciare fuori).

Il vero ritorno è stato quello di questi ultimi anni. Come altri della sua generazione, anche Crosby ha raggiunto da vecchio quello stato di consapevolezza e di profondità che rianima e trasforma l’ispirazione e consente di realizzare opere il cui valore è destinato a crescere nel tempo. A giorni pubblicherà il terzo album in quattro anni e quasi certamente riempiremo anche l’ultimo spazio vuoto del mosaico. Perchè come Croz e Lighthouse ci piacerà fin dal primo ascolto, poi lo metteremo da parte sapendo che, quando i nostri anni si avvicineranno ai suoi, tutti questi dischi ci piaceranno ancora di più.

Il mio vero ricordo indelebile rimarrà quello di due anni fa. 1° ottobre 2015, Teatro degli Arcimboldi: l’ultimo tour insieme di Crosby, Stills & Nash. L’amicizia perfetta tra David e Graham, poco dopo, finisce all’improvviso. Col senno di poi, l’energia sorprendente di Nash sul palco, quasi una leadership di fatto, appare ora come una rivendicazione tardiva del suo altruismo totale e disinteressato verso il compagno alla deriva, e della sua costante mediazione con i due amici in perenne tensione, Stills e Young. Un cambio di ruolo che David, senza gratitudine, deve aver rifiutato. Anche se il motivo vero, al di là di gelosie e personalismi, credo sia più semplice. Magico e spettacolare vedere e sentire quei tre dal vivo, almeno una volta nella vita. Ma quel breve momento in cui David è stato sul palco da solo: il tempo si è fermato, il 1971 si è improvvisamente riavvicinato e il talento più grande di tutti (più ancora di quello di Neil) si è manifestato con l’intensità che ha reso quel disco unico e irripetibile. Alla fine Crosby ha capito che anche se non avrebbe mai potuto rifare un album così, doveva assolutamente tenere acceso il suo talento, da solo, fino a quando potrà.

Grant Hart (1982-2017)

1986 – Quel nome strano letto sulle riviste si rivela dalle onde radio: Don’t want to know if you are lonely a Stereodrome e Sorry somehow su una radio di Pavia.

1987 – Il pomeriggio che ho portato a casa Warehouse: Songs and stories. Come ero quando ho calato la puntina ed è partita These important years. Come ero diventato quando è finita You can live at home.

1989 – La distanza incolmabile tra Workbook e Intolerance. Riuscire ad abituarsi a tutto quel buio, poi aprire quelle big windows to let in the sun.

1990 – L’effimero boom dei negozi di noleggio CD, molti anni prima dei download delle discografie complete: una dopo l’altra le cassette forse più preziose in assoluto, quelle con Candy apple grey, Flip your wig, Zen Arcade e New day rising (ancora oggi questo è il buco più doloroso nella collezione di CD).

1991 – Un anno così pazzesco da poter fare a meno del nuovo disco di Grant Hart coi Nova Mob; trovare la cassetta sul catalogo Top Ten a 2.900 Lire e dimenticarsela subito.

1994 – Shoot your way to freedom ascoltata nel negozietto di Via Magenta a Lodi e sparata in heavy rotation nelle notti di Taxi Driver e in quelle sulla branda della Casa Famiglia S.Giacomo a Crema nell’anno di servizio civile.

1995 – Ecce Homo: uno dei live più belli, dolorosi e dimenticati della storia.

1997 – Alla radio scambio alla pari con Fabio Ravera il CD delle 4 Non Blondes con quello di Everything falls apart and more: si riempie un altro buco della discografia Husker Du.

1999 – Pochi ascolti frettolosi per Good news for modern man: eravamo abituati troppo bene alle buone notizie degli anni 80 e 90 e non sapevamo che stavano per finire per sempre.

2009 – A quel punto era già bello sapere che Grant era ancora vivo: poi Hot wax aveva anche dei bei momenti, ma in realtà non avevo più niente da chiedergli.

2013 – Forse da oggi ascolteremo The argument con ancora più attenzione e profondità e comprenderemo meglio quanto sia stato prezioso l’ultimo momento di grazia di questo grandissimo talento perso e ritrovato.

2016 – Alla fiera di Novegro scopro Oeuvrevue: anche una discografia così scarna può svelare perle sepolte chissà dove, chissà perché.

Più avanti arriverà anche tutta la Discography at 50 con gli Husker Du, Bob Mould e perfino un cofanetto nuovo con 47 canzoni inedite… Ma stanotte avevo da buttare fuori almeno questo, dopo tutta una giornata in apnea a pensare a Grant Hart che non c’è più e a ricordare tutte le cose che tu ed io siamo diventati.

50 Discographies at 50 – ELVIS COSTELLO (10/50)

My Aim Is True (1977)
This Year’s Model (1978)
Live At The El Mocambo (1978)
Armed Forces (1979)
Get Happy!! (1980)
Trust (1981)
Almost Blue (1981)
Imperial Bedroom (1982)
Punch The Clock (1983)
Goodbye Cruel World (1984)
King Of America (1986)
Blood & Chocolate (1986)
Spike (1989)
Mighty Like A Rose (1991)
The Juliet Letters (1993) – with The Brodsky Quartet
Brutal Youth (1994)
Painted From Memory (1998) – with Burt Bacharach
When I Was Cruel (2002)
The Delivery Man (2004)
Momofuku (2008)
The Return Of The Spectacular Spinning Songbook (2012) – Live

Costello sembra averli da sempre 50 anni.
Da ventenne si travestiva da adulto senza età.
Lo ricordo poco più che trentenne sulla copertina di un Fare Musica, periodo King Of America: un personaggio ultraclassico, con una discografia già lunghissima per me ancora quasi tutta da scalare.
L’unica volta che l’ho visto dal vivo, quasi quarantenne, era in doppiopetto sul palco con i violinisti del Brodsky Quartet.
E quando ai 50 ci è arrivato veramente, è diventato ancora più eclettico e inclassificabile, forse anche troppo.

Per cui è probabile che adesso stia iniziando il sorpasso, e che tra non molto sarò io più vecchio di Elvis. Lui sempre cinquantenne, ed io sempre meno giovane. Quando sarò pronto, quando sarò più maturo, recupererò anche gli altri: quelli country e quelli hip-hop, quello blues con Allen Toussaint e quello con la mezzo-soprano svedese, quelli tutti orchestrali e quelli solo piano e voce, quelli tutti di cover e quelli con le sue canzoni regalate ad altri. Per adesso gli album che mi porto dietro sono tutti quelli fino a metà anni 90, più una manciata selezionata dagli ultimi 20 anni. Li ho ascoltati ancora troppo poco e so che saranno ancora più preziosi nei prossimi 50 anni.

All grown up
And you don’t care anymore
And you hate all the people that you used to adore
And you despise all the rumors and lies of the life you led before
But look at yourself
You’ll see you’re still so young
You haven’t earned the weariness
That sounds so jaded on your tongue

Canzoni che sono ricordi di giorni che non sai se hai già vissuto o devi ancora vivere. Dischi che saranno classici sempre solo per pochi, ma lo saranno sempre. Ti guardi in giacca e cravatta e non è più un problema, ormai da tantissimo tempo. Un po’ come se l’avessi sempre indossata, un po’ come quelli che a 20 anni ci suonavano il rock’n’roll.

50 Discographies at 50 – THE CLASH (9/50)

The Clash (1977)
Give ‘em Enough Rope (1978)
London Calling (1979)
Sandinista! (1980)
Combat Rock (1982)
The Singles (1991)
Super Black Market Clash (1993)
From Here To Eternity: Live (1999)
Live At Shea Stadium (2008)

Aveva 50 anni Joe Strummer, quando è morto.
A volte penso che sarebbe stato bello vedere invecchiare uno come lui. In anni come questi, chissà come sarebbe stato avere avuto ancora i Clash. Vederli andare in giro dal vivo, come i Rolling Stones, come gli U2… magari con un album nuovo ogni 6 o 7 anni. Cosa direbbero, come suonerebbero, come li ascolteremmo?

Ma quello che penso veramente è che va bene così.
Che i dischi siano questi e solo questi (non si offende nessuno per l’assenza di Cut The Crap, vero?); che The Story Of The Clash sia durata solo 6 anni; perfino che il destino del povero Joe sia stato di non invecchiare mai. Non c’è una foto dei Clash in cui non siano fighissimi. Non c’è una foto di Joe in cui non sia intenso, interessante, autentico.

Non so se esiste un album perfetto, ma se dovessi sceglierne uno sarebbe London Calling.
Niente da aggiungere e niente da togliere. Tutto il rock che c’era, che c’è e che potrebbe esserci. È questa la cosa pazzesca dei Clash: prima di London Calling spazzano via tutto con il punk; dopo London Calling si proiettano nel futuro con Sandinista!; poi Combat Rock, poi non era proprio più possibile fare nulla… Perfetta anche la collocazione temporale di London Calling: dicembre 1979, l’ultimo album degli anni 70 e il primo degli anni 80.

E poi, quella copertina…
Purtroppo i Clash li ho vissuti in extremis, praticamente in semi-differita. Anche London Calling l’ho avuto prima in cassetta e poi in CD; per cui credo proprio che questi 50 anni siano il momento giusto per auto-regalarmi finalmente anche una copia in vinile.

P.S.
Giuro che non l’ho fatto apposta, l’ho scoperto solo oggi su Facebook: la data di pubblicazione di questa Discography (21 agosto) coincide con il compleanno di Joe Strummer.

50 Discographies at 50 – NICK CAVE (8/50)

The Firstborn Is Dead (1985)
Kicking Against The Pricks (1986)
Your Funeral… My Trial (1986)
Tender Prey (1988)
The Good Son (1990)
Henry’s Dream (1992)
Live Seeds (1993)
Let Love In (1994)
Murder Ballads (1996)
The Boatman’s Call (1997)
No More Shall We Part (2001)
Nocturama (2003)
Abbattoir Blues / The Lyre Of Orpheus (2004)
B-Sides & Rarities (2005)
Grinderman (2007)
Dig, Lazarus, Dig!!! (2008)
Grinderman 2 (2010)
Push The Sky Away (2013)
Live From KCRW (2013)
Skeleton Tree (2016)

Per l’occasione ci ho riprovato. Ma niente: con Nick Cave non riesco a cominciare dall’inizio. Per me, niente From Her To Eternity (i Birthday Party, magari ci riprovo tra un altro po’…). Cioè, la canzone sì, mi è sempre piaciuta, soprattutto quando la faceva dal vivo. Ma il resto del disco no, con tutti quei pezzi di Nick Cave e di Bad Seeds ancora tutti per aria…

Il mio primo approccio fu con Kicking Against The Pricks: fu lì che cominciai a capire, con fatica, quel modo di possedere una canzone. Poi andando indietro anche The Firstborn Is Dead e il mio inizio vero, Tupelo. Dopo, tra entusiasmi totali e momenti di distacco, non ho smesso mai. Dopo, anche quando all’inizio non capivo, presto o tardi ci siamo ritrovati. Per esempio, The Boatman’s Call. Quando uscì, io, Mario e Anselmo lo rigettammo all’unanimità, come raramente ci capitava. Il tarlo del dubbio me lo insinuò Luca: una sera alla radio organizzammo un Best Of ’97 a più voci. Io ero tutto un Chemical Brothers, Portishead e vita spericolata tra indie-rock e jungle; Luca invece, una decina di anni meno di noi, amava quelle ballate così immobili, quasi indistinguibili, e non capivamo perchè. Circa 15 anni dopo ci sono arrivato anch’io (Mario è sempre irriducibile… ma ormai è irreversibilmente post-humano e metallaro; Anselmo non avrebbe mai cambiato idea e si gode un everlasting great Bjork gig in the Sky).

Dopo tutti quegli anni di ascolti brucianti ed intensi, il rapporto con la sua musica continuò in modo più distaccato. I dischi mi sono piaciuti tutti, alcuni anche parecchio, ma senza più veri capolavori, senza più la voglia di entrarci dentro anche fisicamente. Però adesso che sono arrivato a questa soglia dei 50, mi scopro addosso una voglia di Nick Cave come non sentivo da tantissimo tempo. Il destino mi ha fatto trovare pochi giorni fa al Libraccio bello cellophanato il Live From KCRW, pubblicato dopo il tour di Push The Sky Away, a soli 5€. Allora per bilanciare, ho deciso che era arrivato il momento di recuperare anche il Live Seeds del ’93, stupidamente ignorato per quasi 25 anni. STUPIDAMENTE. Tra il ’92 e il ’98 credo di aver visto Nick Cave più o meno una volta all’anno. Per cui il ragionamento era stato: che bisogno abbiamo di un documento così parziale e inadeguato, se abbiamo a disposizione The Real Thing?

Live Seeds mi ha ricordato cosa sono stati Nick Cave e quei Bad Seeds, lo sconvolgimento di vederli da vicino in un posto perfetto come il Rolling Stone: probabilmente lo penso solo io, ma credo che avessero la stessa trascendente compattezza ed unità tra artista, band e pubblico (con una musica profondamente diversa) dei concerti di Springsteen con la E Street Band fino all’80-81. E come è successo anche nel corso di una vita con Springsteen, a un certo punto tutto quel ben di Dio può diventare “normale” e semplicemente si passa ad altro, per fortuna. Poi però si torna, ed è sempre meraviglioso. Forse tornerò presto a vedere dal vivo Nick Cave. I Bad Seeds di adesso sono tutta un’altra cosa, ma anche il Live From KCRW mi ha fatto capire che in quella calma solennità che domina il loro suono c’è lo stesso controllo febbrile del leader, soprattutto c’è una vita intera che ha bisogno di spazi più dilatati per poterla contenere, pur sapendo benissimo che tanto è incontenibile e prima o poi esplode fuori con un urlo, una canzone o un album intero. E infatti c’è un’altra cosa di cui sono convinto (e forse non sono il solo): che dopo aver vissuto in questi ultimi 20 anni lo spettacolo nuovo e bellissimo di Dylan che diventava vecchio, nei prossimi 20 sarà imperdibile scoprire come saprà farlo proprio lui, Nick Cave.

50 Discographies at 50 – THE BYRDS (7/50)

Mr. Tambourine Man (1965)
Turn! Turn! Turn! (1965)
Fifth Dimension (1966)
Younger Than Yesterday (1967)
The Notorious Byrd Brothers (1968)
Sweetheart Of The Rodeo (1968)
Ballad Of Easy Rider (1969)
(Untitled) (1970)
White Light (1971) – Gene Clark
GP (1973) – Gram Parsons
Roadmaster (1973) – Gene Clark
Grievous Angel (1974) – Gram Parsons
No Other (1974) – Gene Clark
Peace On You (1974) – Roger McGuinn
Cardiff Rose (1976) – Roger McGuinn
Live At The Fillmore – February 1969 (2000)

Io me li ricordo, i Byrds negli anni ’80. Non c’erano, ma erano fortissimi, forse più che negli anni ’60. In fondo sono loro, più di tutti, che ci hanno fatto uscire vivi. Adesso mi sento in pace con quasi tutto quello che ci ha dato il decennio della mia adolescenza e prima giovinezza (perfino con le peggio nefandezze); ma per me la salvezza è arrivata quando alla fine del 1983 ho cominciato a comprare le riviste musicali e a leggere le recensioni di gruppi che era difficile sentire alla radio, ma in cui il riferimento era sempre lo stesso: Byrds, qualche volta anche Velvet Underground.

Le chitarre.
In mezzo a tutte quelle tastiere, tastierine, tastierone (e drum machine, sequencer, disco mix e remix), arrivarono tutti insieme i gruppi con le chitarre, spesso esattamente quelle chitarre lì. Johnny Marr da una parte e Peter Buck dall’altra, in mezzo centinaia di band che ci ricordiamo in quattro gatti sparsi per il mondo, ma non ce le scordiamo, non le vogliamo dimenticare. Anche perchè ci sono storie così belle e importanti che le hanno ripercorse molti anche dopo di noi. Il Paisley Underground di Long Ryders e Rain Parade, l’Australia che annullava le distanze con i Church e gli Hoodoo Gurus, perfino la Nuova Zelanda con i Chills e il culto di Dunedin… Passioni fortissime, che attraverso i decenni continuano a far risuonare le chitarre come quelle dei Byrds di 50 anni fa.

Poi ci sono i Byrds degli anni ’90 e quelli di questo millennio. I Teenage Fanclub che ci fecero scoprire la grandezza di Gene Clark, quegli album dimenticati che oggi sono tornati in circolazione ed hanno finalmente ottenuto i riconoscimenti che meritano. E poi, a cavallo del 2000, la vecchia nuova passione per l’Americana (grazie soprattutto ad Uncut) e Gram Parsons prima, sopra e davanti a chiunque.

Il mosaico di questa discografia è oggettivamente uno dei più pazzeschi, anche perché nemmeno i Beatles hanno avuto 4 solisti così (e non penso sia ‘sto gran spoiler notare che se i dischi di David Crosby non sono qui non è certo perché non mi piacciono…). Così che quasi splendono un po’ meno gli album di Roger McGuinn, quello che aveva sempre tirato la carretta, dall’inizio alla fine… Se c’è un concerto che vorrei rivivere, per gustarmelo ancora più di quanto non abbia fatto all’epoca, è l’incredibile tour di Bob Dylan + Tom Petty & The Heartbreakers + Roger McGuinn (Arena di Milano, settembre 1987). 30 anni fa esatti, Dylan aveva 46 anni, McGuinn 45 e mi sembravano già troppo vecchi, io ne avevo 20 e non avevo ancora capito niente.