25 25 after 89: MARIA MCKEE – MARIA MCKEE (16/25)

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Quella dei beautiful losers è una figura esclusivamente maschile, con centinaia di esempi sparsi in 50 anni di storie rock. Ma se c’è una donna a cui starebbe bene la definizione di bellissima perdente, quella è Maria McKee. Tanto per cominciare, bellissima lo era davvero: le copertine del primo album dei Lone Justice e di questo esordio solista erano dei colpi al cuore dei tardo adolescenti che eravamo (siamo?). Quegli occhi azzurri e quelle ciocche bionde erano oggettivamente irresistibili e l’abbinamento con la sua voce ricca di tiepidi abbracci e di scariche di adrenalina ha acceso una passione che dopo 30 anni è ancora viva: i dischi di Maria Mckee non li ho mai cercati, ma ogni volta che ne ho trovato uno non me lo sono lasciato scappare. E adesso li ho quasi tutti.

A dire il vero ce n’è uno che negli ultimi anni sto cercando continuamente, nei miei frequenti ravanamenti in mezzo a mucchi di CD usati, ed è proprio questo Maria McKee del 1989. Di cui possiedo bizzarramente la cassetta originale (meraviglioso sfizio da poche lire dai favolosi cataloghi Top Ten di tanti anni da…), ma che vorrei tanto sul più solido supporto di cui è costituito il 90% della mia collezione. Lo so, non ditemelo: con qualche clic mi potrebbe arrivare a casa in pochissimi giorni. Ho anche guardato, ci sono una mezza dozzina di shops che lo mettono a meno di un euro. Ecco, questo nel complesso sistema etico di Conventional Records non va bene. Perché io li amo, i conventional records, e mi dispiace quando vanno via a prezzi da mini pacchetti di patatine nei distributori automatici. E allora prendilo da uno che lo vende a 8 o 10€, no? No: è mooolto più complicato di così… Diciamo che le condizioni per comprare un disco su internet e non in un negozio sono molto rare e particolari. Comunque, se trovate The Basement Tapes Complete a meno di 100€, fatemelo sapere.

Così i riascolti di questo album ormai dimenticato sono stati di sera tardi, con le Conventional Babies a letto ed il volume basso, riavvolgendo il nastro e ripartendo da I’ve forgotten what it was in you (that put the need in me). Ed anche senza spararsi il suono bello loud in cuffia, la piccola bellezza di queste canzoni mi è entrata nuovamente dentro. Avevano tutte le qualità per consacrarla tra i grandi: eccellenza compositiva, personalità ed una lista di musicisti da sogno. Richard Thompson, Steve Wickham, Robbie Robertson, Jim Keltner, Tony Levin, Marco Ribot… Con gente così e con la produzione di Mitchell Froom, le canzoni risplendevano come diamanti. Eppure non bastò. Eppure non è abbastanza per riscoprirla tanti anni dopo, in un’epoca in cui vengono riesumati anche i personaggi più oscuri ed improbabili.

E’ strano: questo album è la quintessenza di quel classic american rock, ormai più brevemente ed universalmente definito Americana, che si è consolidato come punto di approdo per tanti come me che hanno attraversato decenni di piccole e grandi ramificazioni della grande pianta del rock (per non parlare di quelli che non si sono mai mossi da lì). In quell’ambito, anche al di fuori dei grandi e grandissimi sulla breccia da 30, 40 o 50 anni (Dylanspringsteenpetty e la litania dei Santi Americani), ci sono decine di artisti, con livelli diversi di fortune commerciali, che si sono conquistati un proprio pubblico consolidato, che pubblicano più o meno regolarmente nuovi album e che si esibiscono in giro per il mondo. Maria McKee, dopo aver tentato per una decina d’anni, inutilmente, di ottenere il successo vero, si è ritagliata uno spazio indipendente, con piccoli album a cadenze sempre più dilatate, accettando definitivamente il suo ruolo di artista minore, accontentandosi di quella ristretta fascia di pubblico che la ricorda con affetto.

Maria ha perso. Non è più bellissima, ma sembra avere sempre quel volto da American girl che può ricordare senza rabbia amori passati come Benmont Tench (e le belle collaborazioni con Tom Petty) ed amicizie importanti come quella con Steve Van Zandt (non credo fu un caso che Springsteen, nei suoi anni senza E Street Band, scelse come chitarrista l’ex Lone Justice Shane Fontayne). Non viene mai citata tra le grandi donne del rock, ma ogni volta che qualcuno posta un suo album o video sui social network o su blog e blogghini vari, qualcun altro reagisce, commenta, ricorda con affetto. Ecco, lei è come l’ex ragazza di Glory days, che si rivede tanti anni dopo, ed è ancora un tuffo al cuore, una birra insieme, un pugno di canzoni che non si dimenticano. Ci si promette di restare in contatto, nella vita reale non avviene quasi mai, con le canzoni e con i dischi è per sempre.

25 25 after 89: BLIND MAN’S ZOO – 10.000 MANIACS (15/25)

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La voce non era mai un motivo importante. Contavano l’attitudine, il suono, l’avere qualcosa a che fare con la mia vita, le canzoni, le misteriose regole della radio: perché quando passa quella canzone devo avere il disco mentre quando passa quell’altra passa e va… Sentivo i 10.000 Maniacs a Stereodrome o a Stereonotte, apprezzavo la voce meravigliosa di Natalie Merchant, ma la scintilla non si incendiava. Poi magari mi esaltavo per le Talulah Gosh e rimanevo ipnotizzato dal “re delle scimmie” Ian Brown… E’ anche questo il bello di riascoltare le cose 25 anni dopo: cambiano completamente le priorità e le gerarchie, e una voce di sottofondo diventa protagonista della tua vita. Conosco Natalie Merchant da quasi 30 anni, ma ho recuperato tutti i suoi album e quelli dei 10.000 Maniacs solo negli ultimi 4 o 5. E se c’è una voce che sono certo accompagnerà i miei prossimi 30 anni, è proprio la sua.

Come per i R.E.M., adesso i dischi dei 10.000 Maniacs sono per me la forma più pura di rock fatto di chitarre, folk e melodie a prova di usura, con in più una vena cantautorale che Natalie Merchant ha sviluppato compiutamente nella sua carriera solista. A dire il vero, ad ascoltare Blind man’s zoo seguendo i testi, viene fuori in certi momenti un po’ di pesantezza, di eccesso di gravitas poetica, che non si integra perfettamente con la lievità pop delle canzoni. Puntava molto in alto, Natalie, ed è con i grandissimi d’ogni tempo che deve essere misurata. Infatti il salto di qualità dei suoi album negli ultimi 20 anni è dovuto all’equilibrio mirabile tra profondità espressiva di musiche e testi e tecnica superlativa degli strumentisti con cui sceglie di collaborare. Fino al vertice assoluto di Leave your sleep, una delle Grandi Opere degli anni ’00: lei fata e regina di un Dream Team di poeti e musicisti, ogni canzone una poesia scelta ed amata, ogni poesia una canzone musicata e suonata con amore. Ecco, Leave your sleep è la prova gigantesca e definitiva che tutto questo non può stare dentro qualche mega di hard disk con una figurina di pochi centimetri, deve trovare posto su uno scaffale, deve essere fisicamente lì dove stanno le opere che più ti hanno nutrito l’anima.

Dunque perché i 10.000 Maniacs e la voce di Natalie Merchant sono passati dall’essere una piacevole colonna sonora radiofonica di 25 anni fa ad uno dei suoni più centrali della mia vita di oggi? Potrebbe banalmente essere perché, rispetto ai dischi che ho ascoltato più o meno regolarmente in tutti questi anni, non è subentrata quella over familiarity che ogni tanto allontana da ciò che si ama: è fantastico trovare in questa musica così tanto senso di appartenenza generazionale senza averla “sciupata” con la propria vita precedente… Ma non è solo questo. E’ il modo in cui questa donna ha costruito la sua arte del songwriting, valorizzando e facendo crescere il dono di una voce e di un’ispirazione più uniche che rare. L’atteggiamento discreto dentro una personalità fortissima, la naturalezza del suo talento, il gusto per il dettaglio e la visione delle Grandi Canzoni, dei Grandi Album. Così giusta nel suo essere artista, cantante, donna. Il mondo dovrebbe parlare con la voce di Natalie Merchant.

25 25 after 89: ELIO SAMAGA HUKAPAN KARYIANA TURU – ELIO E LE STORIE TESE (Outtake – Fuori serie)

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Comunque, se mi avessero detto che 25 anni dopo il Presidente del Consiglio avrebbe citato Cara ti amo, non so se ne sarei stato felice.
Renzi cita Elio – Ballarò, 4/11/2014
(da 30’23” a 31′)

 

25 25 after 89: THE STONE ROSES – THE STONE ROSES (14/25)

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Il New Musical Express nelle edicole della Stazione Centrale di Milano. A volte in quella di Piacenza. A volte il Melody Maker. Una o due settimane dopo che erano usciti in UK. Era così difficile. A pensarci oggi, semplicemente assurdo. Sulla stampa italiana niente di niente. A parte un’intervista su Velvet. E un articolone su Rockerilla (prestato da Mario). Forse è così che devono essere gli amori giovani. Difficili, semplicemente assurdi.

E poi c’erano solo quei dischi: l’LP e pochissimi 45 giri. Anche per questo, The Stone Roses è uno degli album che abbiamo ascoltato di più nella vita: non c’era nient’altro, se volevi gli Stone Roses. Gli Smiths in 4 anni avevano pubblicato 4 album, 2 raccolte e 18 singoli; gli Stone Roses, dopo 5 anni erano ancora fermi li’. Sfogliavo le paginone di NME, su cui ogni pretesto era buono per tirare in mezzo loro e la scena di Madchester, e quando arrivavo alle classifiche per anni e anni era sempre uguale. Indie Album, 1° posto: The Stone Roses. Indie Singles, 1° posto: Fool’s gold/What the world is waiting for (e 2° Made of Stone e 3° She bangs the drums…).

Gli Stone Roses erano il 1989. Ed anche il 1990 e il 1991, fino a quel giorno là, quello in cui è uscita dalla radio per la prima volta Smells like teen spirit. Ma esistevano solo per noi, collegati in differita con quella scena indie che dopo gli Smiths aveva ritrovato dei leader; ed anche questo è difficile da spiegare a chi non ha vissuto quell’epoca. Quando gli Smiths erano cresciuti, album dopo album, la loro popolarità era arrivata al confine tra essere i primi degli alternativi e giocarsela con i grandi del rock dell’epoca; così il loro scioglimento non era stato solo la perdita di un incrocio di talenti unico e irripetibile, ma anche il ridimensionamento improvviso ed apparentemente irreversibile delle ambizioni di tutta la scena indie. Anch’io sono stato e rimango affezionato alla spontaneità ed alla ruvida purezza delle band del periodo C86, ma era evidente che quel mondo parallelo, splendidamente chiuso in sè stesso, era un bel presente che non poteva essere il futuro.

Ecco, il vero motivo per cui gli Stone Roses sono stati così importanti è che hanno spalancato le porte del futuro. Con quei pochi dischi ci hanno fatti uscire, vivi, dagli anni ’80 e ci hanno portati, molto hungry e abbastanza fool, negli anni ’90. Quella manciata di canzoni erano nostre, contenevano tutti gli ingredienti più eccitanti della nostra estetica rock, ma potevano diventare di tutti.

Ho fatto ripartire Waterfall. Potrebbe essere un classico dei Byrds. No, non potrebbe. C’è qualcosa di moderno, nella ritmica, nel riff, nella struttura, che non può essere degli anni 60. Era sull’album d’esordio di una indie band come ne uscivano a decine, ma era già un classico, anche più dei singoli che avevano fatto puntare i riflettori su di loro in mezzo al mucchio. Erano nostri, 100% indie e anni ’80, ma erano anche senza tempo, con il fascino dei 60s sognati e mai vissuti e dei 90s ancora da sognare e da vivere.

I can feel the earth begin to move
I hear my needle hit the groove
And spiral through another day
I hear my song begin to say
Kiss me where the sun don’t shine
The past was yours
But the future’s mine
You’re all out of time

E’ ancora brillantissimo il suono di queste canzoni, vividissimo il ricordo di quello che iniettavano nel sangue. I am the Resurrection non ha perso il suo potere trascendentale, la ascolti e ci credi ancora: Io sono la Resurrezione ed Io sono la Vita. Sulla cassetta estiva dell’anno dopo, l’avevo messa vicino a You can’t always get what you want (la canzone più bella di tutti i tempi, se me lo chiedete in certi giorni), e ci stava troppo bene. Non possiamo sempre avere quello che vogliamo, ma siamo la Resurrezione, siamo la Vita. Essenza di rock’n’roll, trascendenza quotidiana. Tutto ciò che dovremmo sempre ricordarci, per diventare adulti, per invecchiare degnamente. Trascendenza che passa dalle mani di una band una volta sola, così che la possiamo rivivere per sempre, nei due assoli messi alla fine, fatti di groove e di niente. Il secondo, da 5′ e 23″ è anche la sigla radiofonica più figa di tutti i tempi passati presenti futuri (Psychocandy, Radio Lodi, 1992-93).

Riascoltare The Stone Roses fa stare benissimo e sono certo che sarà così anche fra altri 25 anni. Perché in quel disco c’è ancora il 1989, il mitico 1989 fatto dei ricordi migliori dei miei 22 anni. Ma non c’e’ più il futuro. E nemmeno il presente. The past is yours, cari Stone Roses. But the future’s… gone away. C’è più presente e futuro dentro gli album di Bob Dylan e di Leonard Cohen a 80 anni. Dischi sicuramente meno belli, che non saranno dei classici tra 25 anni, con volti di anziani in copertina, ma che oggi sono più moderni dei limoni e dei dripping pollockiani di John Squire. Avevano un disco solo gli Stone Roses, ed avrà sempre un posto speciale nella collezione, ma non è cresciuto con noi, non invecchierà con noi, si risorge una volta sola o tutti i giorni, ed il futuro dipende solo da questo e da noi.

25 25 after 89: BIG DADDY – JOHN MELLENCAMP (13/25)

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Tra i piccoli sogni di rock’n’roll che sono riuscito a realizzare in questi ultimi anni, c’è quello di aver visto dal vivo John Mellencamp. Solo che ci sono voluti due concerti e mi è rimasta la sensazione che ce ne vorrebbe un terzo.
Il primo è quello di tre anni fa al castello di Vigevano. Gran bella location, ma non era il tipo di posto dove mi ero immaginato che avrei visto un live di Mellencamp. Anche il lungo film sulla creazione del suo ultimo album, inflitto al pubblico in piedi come parte iniziale dello show, non aiutò certo a creare una bella atmosfera. Poi per l’ora e mezza che stette sul palco fu un bel concerto, tra piccoli e grandi classici e belle canzoni più recenti, con un’ottima band ed una personalità da grandissimo. Nel finale l’atmosfera si scaldò al punto giusto, con una R.O.C.K. in the Usa veramente da sogno. Il problema è che era proprio finito lì: saluti frettolosi, minuti di inutili applausi, luci accese e tutti a casa.

Ero da solo e così ritornai abbastanza velocemente nella via del centro di Vigevano dove avevo lasciato l’auto, con quello stato d’animo tra l’esaltazione e l’inappagamento che ti lasciano i concerti troppo corti. Misi in moto e tirai giù i finestrini per far entrare un po’ d’aria (era una calda notte di luglio) e la radio si accese sulla stazione che era rimasta sintonizzata quando avevo tolto il CD di Trouble no more. Sentii un jingle di Virgin Radio e poi, come un flashback di 25 minuti e di 25 anni prima, R.O.C.K. in the Usa. Proprio quella notte, poco dopo mezzanotte. Su Virgin Radio.
Non saprò mai se fu una serendipity da Ai confini della realtà o un banale contatto tra qualcuno appena uscito come me e un amico dj nella sedicente rock station. Quello che non dimenticherò è quella sensazione di 3 minuti in cui non c’era nessuna distanza tra il mio io 19enne che rimetteva un’altra volta la puntina su Scarecrow ed il 44enne con la radio a palla che usciva da Vigevano sulla Conventional Multipla per tornare dalla sua Conventional Family…

John Mellencamp era venuto per la prima volta in Italia e fu chiaro a tutti perché un artista così grande non abbia mai fatto il salto per passare di categoria e tentare la scalata a Bruce Springsteen: il desiderio di stare col tuo pubblico (che ti aspettava da 30 anni), di dargli ancora un po’ delle tue canzoni, di suonare quello che hai messo nei tuoi dischi invece di mostrargli un documentario… Ma in questa parziale insoddisfazione della mia Mellencamp experience, non mi mancava tanto quell’altra ora e mezza di concerto che uno con quel talento e quel repertorio avrebbe il dovere di offrire. E nemmeno quel minimo sindacale di interazione col pubblico che chiunque con un microfono davanti è normale che abbia. Quello che mi mancava di più era Kenny Aronoff. Per me, il più grande batterista, il migliore di tutti.

Kenny ha suonato con John Mellencamp da American Fool (1982) a Mr. Happy go lucky (1996). Dopo, oltre a collaborare con decine di musicisti, è diventato il fedele batterista dei live di John Fogerty. Ed è così che quando quest’estate il leader dei Creedence Clearwater Revival è ritornato dalle nostre parti, ho deciso di non mancare all’appuntamento. Non solo per la mole di canzoni enormi di cui è autore. Non solo perché i suoi 70 anni sono ormai vicini. Più o meno alla pari con queste ragioni, c’era Kenny Aronoff alla batteria.

[Va tutto bene, siamo tutti amici, siamo sotto un palco a vedere John Fogerty che a quasi 70 anni suona un hit dietro l’altro con la forza di un ventenne, dopo un’ora e mezza fa Have you Ever seen the rain e cominciano a scendere i goccioloni, ma fa niente, mancano ancora Bad moon rising, Fortunate son, Proud Mary e un’altra mezza dozzina di bombe, piove fortissimo ma è bellissimo… Un momento, voi lì davanti cosa state facendo? Avete aperto l’ombrello??
L’OMBRELLO???
L’OMBRELLO???????
Avete portato L’OMBRELLO a un concerto rock??!??
Ma non c’eravate a San Siro nel 2003??
Levate quei cazzo di OMBRELLI che non vedo più Kenny Aronoff, il Signore della Batteria!!!
E andatevene a vedere Rihanna, che Rockin’ all over the World non ve la meritate…]

Pur essendo 6 anni più vecchio di Mellencamp, Fogerty ha inondato di entusiasmo e di hit immortali il pubblico dell’Ippodromo di San Siro e l’acquazzone implacabile di quella notte di luglio ha trasfigurato nell’epico la felicità di essere lì con quell’old man a celebrare la forza del rock’n’roll. Con la chitarra di John Fogerty e con la batteria di Kenny Aronoff. Ed è grazie a questo secondo concerto che lo posso dire un po’ più convinto, di aver visto John Mellencamp…

Faccio ripartire nelle cuffie un’altra volta l’intro di Martha say. Grande canzone, che con l’accensione di quei primi 3 secondi ti scoppia nel cranio e con il tiro ritmico durante tutto il pezzo ossigena la circolazione del sangue e crea dipendenza. Big Daddy non è l’album migliore di John Mellencamp, ma fa ancora parte di quel decennio senza macchia, in cui con la hit Jack and Diane entrò nella serie A del rock e venne toccato dalla Grazia per lunghi anni con capolavori come Scarecrow e The lonesome jubilee. Con il senno di poi, Big Daddy iniziava una parabola discendente che lo ha portato nelle seconde linee: ancora molti dischi belli e bellissimi, qualche mezzo passo falso, ed oggi un’aurea terza età (come per Tom Petty poche settimane fa, anche il suo nuovo album in uscita proprio in questi giorni sembra sia un altro centro pieno).
C’è sempre stato molto folk nel rock di John Mellencamp, ma l’assenza del drumming unico di Kenny Aronoff ha modificato l’essenza della sua musica. Un songrwriter di grande maturità, sempre e comunque meritevole di fedele attenzione, ma senza più quel marchio di fabbrica che rendeva tutto così speciale. Un po’ come Morrissey senza Marr, Mike Scott senza Steve Wickham, Jackson Browne senza David Lindley, Mick Jagger senza Keith Richards… Diciamola grossa: un po’ come Springsteen senza E Street Band.

Quando un artista perde il suo suono può essere più libero e trovare nuovi suoni, portare gli ascoltatori verso orizzonti inesplorati, ci mancherebbe… Ma è proprio ascoltando un album a torto giudicato minore che si riscopre la bellezza che ci aveva conquistato così tanti anni fa. E si comprende che non è per niente scontata, come invece un po’ mi sembrava, in quella fine di anni ’80 in cui cominciavo a lasciarmi alle spalle l’heartland rock di questa generazione americana irripetibile e stava per iniziare la stagione della mia generazione.

Moments of time they shared together.
Moments of time between two friends.
Standing on street corners with shirts unbuttoned.
There was a moment in time they swore they were friends to the end.

Non lo so se John e Kenny fossero grandi amici; è possibile che sia molto più forte la sintonia umana, oggi, con il vecchio Fogerty. Eppure a me sembra evidente che, pur suonando sempre in modo spettacolare, la batteria di Aronoff con Fogerty non fa la differenza come con Mellencamp. E non credo sia solo perchè, in fondo, nemmeno Springsteen fa la differenza con canzoni come Who’ll stop the rain… Credo invece che sia la chimica umana, la misteriosa linea che unisce due musicisti e fa creare qualcosa di unico, che da soli non ci sarebbe stato. Forse c’è ancora tempo, forse lo riuscirò a vedere quel terzo concerto, in cui vedrò la testa pelata e le braccia possenti di Kenny Aronoff dietro il Piccolo Bastardo. Nel mio sogno è un concerto lunghissimo, con tutti i miei pezzi preferiti (almeno 4 o 5 da Big Daddy), ed inizia con Let it all hang out, la bonus track alla fine del CD. Una rullata e tutti cominciano a ballare, fa caldo, le ragazze hanno la mia età ma sono belle come 25 anni fa, dopo un po’ inizia a piovere forte ma non si apre nemmeno un ombrello…

25 25 after 89: WORKBOOK – BOB MOULD (12/25)

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Questo ce l’ho dentro, close to the bone, da 25 anni. Non l’ho mai lasciato e non mi lascerà mai. But look how much we’ve grown… Siamo cresciuti, siamo invecchiati: ha ancora senso trovare la propria identità nei dischi? Spesso leggo persone appassionate, che parlano di musica con competenza, e che tutte assertive, a volte anche un po’ ironiche, puntualizzano che no, oggi no, erano tipiche insicurezze giovanili, come potresti, oggi…
Vorrei sentirmi come loro, potergli dare ragione e dire è ovvio…
Non è vero. Non voglio e non vorrei mai…
Amici, forse (ma forse) del rock non avete capito un cazzo.

Per fortuna leggo anche (poche ma buone) persone con cui posso condividere un personal hero come Bob Mould. Qualcuno che come me ha vissuto un po’ troppi lonely afternoon. Qualcuno felice come me di averlo ritrovato in splendida forma in questi ultimi anni. Gente come me che, con album come Silver age e Beauty and ruin, si ritrova dentro un centro di gravità permanente, in un suono ed in una lingua che abbiamo condiviso in quegli anni importanti. E se è ovvio che prima di tutto vengono gli album degli Husker Du, credo che chi ha continuato a seguirlo fino ad oggi abbia per forza amato moltissimo Workbook.

Fu un trauma che gli appassionati della mia generazione ricordano bene: nel giro di pochi mesi perdemmo gli Smiths e gli Husker Du. E mentre Morrissey si buttò nella sua travagliata carriera solistica con una rapidità stupefacente, Bob Mould (così come Grant Hart) passò attraverso un lungo periodo di silenzio prima di affrontare un nuovo esordio. Silenzio soprattutto interiore. Solitudine vera, di quella che ti fa riempire pagine fitte su qualche taccuino. Poi ne esci e i pezzi che lentamente hai rimesso insieme sono sempre la tua vita, ma con una consapevolezza che non ti ha regalato nessuno, tutta roba tua che ti servirà, a volte subito e altre volte molti anni dopo. Il Bob Mould che si manifestò con Workbook sembrava molto diverso, ma lo riconoscevamo in mezzo a quelle canzoni: qui un assolo che squassava l’andamento meditabondo, là un’accelerazione melodica che ti stendeva come nei migliori momenti di Warehouse e Flip your wig.

I volumi di Workbook si impennano spesso, la voce si rompe in frasi buttate fuori senza respirare, eppure per tutti rimane l’album folk-rock di Bob Mould. Tante chitarre acustiche ed elettriche arpeggiate sotto l’influsso della scoperta di Richard Thompson; soprattutto il cello di Jane Scarpantoni, un suono meraviglioso, terso ed introverso, che ritroveremo in tanti e tanti album americani degli anni ’90. Workbook è anche l’imprinting semisconosciuto di due dei dischi più generazionali di quel decennio: Automatic for the people ed In utero letteralmente non sarebbero esistiti senza il Taccuino di Bob Mould. E soprattutto in quel suo ultimo album, Kurt Cobain portava a compimento la strada tracciata: far implodere un rock tutto riff e graffi melodici, far esplodere i lamenti folk più ancestrali, nello stesso disco, nella stessa canzone, nella stessa persona…

La serena consapevolezza che la somma di tutti quei pomeriggi solitari sono stati i nostri poison years vissuti, sprecati, amati, raccontati dai dischi che ci hanno salvato la vita. Non so esattamente da cosa dipenda, ma credo ci siano soglie di ascolto che alcuni attraversano ed altri no. Ed è in quelle frazioni di secondo che ti può succedere. E allora il rock non sarà solo la musica fantastica della tua giovinezza, ma qualcosa di vitale che accompagnerà anche gli anni avvelenati che verranno dopo.

I throw it all away (Don’t talk to me no more)
The more I think, the less I’ve got to say (I don’t remember you no more)
About these poison years: it’s just a memory.

And every time you knock me down
It’s all that I can do to get up off the ground
Pull myself apart again.

Le canzoni di Workbook non contengono il senso della vita, ma in pochi istanti ti riaccendono dentro la missione della ricerca, la direzione ostinata e contraria che la corrente impetuosa della vita ha frenato troppi giorni, la sferzata che ti rimette davanti alla responsabilità di essere te stesso. Workbook ti dà una delle cose più difficili e preziose che si possano trovare: il senso del peccato. Le colpe che ti lasci dietro, il senso del limite che devi accettare e il senso di quello che devi imparare a superare.

How can you qualify
Difference between a sin and a lie
I see my silver lining in the sky

Eravamo preparati per una vita adulta in cui avremmo trovato veleno, menzogne, venti che soffiano e disperdono. Ma forse tutto questo è veramente troppo. Avremmo bisogno di fermarci, di giocarci una seconda possibilità, di reinventare i nostri destini. Non me l’aspettavo questa fottuta paura del futuro, le schiaccianti ragioni per non credere più a nulla e a nessuno. I know I’m a reasoning guy. Però ogni giorno c’è un disco giusto che puoi ascoltare, Wishing well runs wet and dry, il pozzo è pieno e il pozzo è vuoto, le Conventional Babies hanno ricominciato la scuola…

25 25 after 89: DOOLITTLE – PIXIES (11/25)

Doolittle-tour

Loud.

Molto, molto più loud che quiet.
Era una mezza cazzata, la storia che il principale merito dei Pixies sarebbe aver influenzato i Nirvana nella definizione del loro sound punk ebbro di melodie pop, con il trucchetto dell’alternanza di dinamiche quiet-loud… Certo che è andata così; ma è una semplificazione nata così male da essersi trasformata nel luogo comune che il suono dei Pixies è quello di pop songs solo un po’ rumorose. Forse Here comes your man, che comunque è bella nervosetta, per essere una pop song… Ma prova a definire una cosa come Debaser. No, dico: provate ad inventarla DA ZERO, ad immaginarla e a realizzarla, una cosa come Debaser. Chi ci riuscisse, oggi, ci regalerebbe un’altro decennio d’oro come gli anni ’90.

Eccoci dritti nel cuore di questa faccenda dei 25 25 after 89. Certo, siamo partiti da The future di Leonard Cohen, abbiamo celebrato New York di Lou Reed, stiamo riscoprendo vecchi amori, qualche beautiful loser ed abbiamo perfino riascoltato i Simple Minds… Ma il vero big bang delle nostre vite è arrivato così, 4 secondi dopo quelle 4 note di basso, un riff che ci spinge dietro il culo e ci solleva dal suolo, uno che urla come un pazzo ed è irresistibile come una sirena, noi che restiamo in volo sopra quel riff finchè dura. E dopo Debaser, un altro calcio nel sedere, farfalle nello stomaco e rumore bellissimo, e poi ancora su, sopra un’altra onda (di mutilazione), e un’altra e un’altra ancora da non poterti dire che tu pallido e dolce tu eri già tutto quanto tu ed io non ci credevo io e ti tenevo stretto io… Doolittle ci ha letteralmente scaraventati negli anni ’90, ci ha mappato il DNA e ci ha lasciati lì in mezzo, nell’unico decennio che potremo dire di esserci goduti veramente.

I Pixies hanno fatto diventare il loud uno degli elementi essenziali del rock. Hanno tolto al rumore, all’urlo, allo schianto la connotazione di sperimentazione chiusa ed elitaria ed hanno fatto diventare l’indie rock bigger than life, grande come il rock tutto intero. Per la prima volta riascoltare un album di 25 anni fa non mi ha fatto provare la sensazione che stavo facendo un luuungo salto indietro. Doolittle sembra veramente pochi anni fa. Sembra di non aver ascoltato altro che i Pixies e il rock americano che ne è derivato, per tutto questo tempo. E invece possiamo non averlo più riascoltato da tantissimo, ma ogni volta che ci arriva addosso Debaser potresti andare in repeat ad oltranza. Sembra sempre quello che ci voleva per dare una scossa alla giornata, o alla vita tutta intera.

Doolittle fa godere tantissimo anche oggi. E’ uno di quei pochissimi dischi preziosi che erano così avanti quando sono usciti, che continuano a sembrare provenire dal futuro. Si può lasciar scorrere senza pensarci e venire inondati di piacere. Oppure ci si può pensare su, ed è allora che ci si ritrova smarriti e confusi. Perchè questi 25 anni sono passati veramente; e ci sono cose che dovevano accadere e non sono arrivate mai, ma non possiamo smettere di aspettarle, e di cercarle. Nelle nostre vite abbiamo sostituito l’indie rock con l’Americana, però quando questa loud music arriva si prende tutto lo spazio, è un richiamo che riporta nel presente frammenti di melodie e di pensieri ancora vivi dentro di noi. C’è molto rumore nei pensieri; si può passare tutta la vita a cercare di sfuggirgli, ma il rumore c’è sempre, anche quando non sembra.

La grandezza e l’attualità di Doolittle sono tali, da avere anche una colpa gravissima. Non ha portato nel rock solo la difficile arte del rumore, ma anche l’uso casuale e sconsiderato di un immaginario pseudo surrealistico, che all’inizio faceva parte del fascino e della novità, ma che presto si è rivelato stucchevole e che secondo me è una delle principali cause della lunga crisi di significato del rock del 21° secolo. Frank Black (o Black Francis, come si chiamava allora; anche questa delle identità variabili è un’altra bella minchiata che si è diffusa in quegli anni…), nel suo incredibile talento, era convinto che come forma d’arte il rock non avesse molta importanza, e che non valesse la pena sforzarsi di dargli un significato. Inventare pezzi eccitanti per un pubblico di ragazzi che dopo qualche anno si sarebbe lasciata alle spalle tutta quella robaccia: era così che i Pixies vedevano il loro ruolo. Ed immagino sia con lo stesso sterile cinismo che da una decina d’anni portano in giro l’autocelebrazione della loro reunion (finendo per commettere l’errore di aggiungere alla loro immacolata discografia un quinto inutile album, che mi guardo bene non solo dal comprare, ma perfino ascoltare…). Anch’io andai in pellegrinaggio ad Imola, nel 2004, e fu una bella esibizione asciutta e senza fronzoli: sarebbe stato meglio la chiudessero lì. Ma ora i Pixies si possono continuare a vendere agli ex ragazzi che non vogliono lasciarsi alle spalle la robaccia, MA ANCHE a quelli arrivati dopo che riescono a capire, nel megacasino del 21° secolo, quali sono Le Solide Basi Di Una Sana E Consapevole Cultura Rock… Perché uno stronzo come il vecchio Frank non dovrebbe approfittarne?

Insomma, se Debaser è uno dei Pezzi Della Vita non è certo per il suo senso profondo, o per l’espressività dell’angoscia esistenziale contenuta nell’urlo I am un chien Andalusia… E il grande equivoco che si perpetua ancora oggi è che sia molto figo suonare senza dire niente, mettere insieme le parole perchè hanno un bel suono, sprecare quella straordinaria forma d’arte (povera?) che sono i dischi e le canzoni per non raccontare nulla, di sè o del mondo. Quintali di dischi carini, a volte con scintille di genialità, ma completamente inutili. Perchè l’alchimia da cui sono nati i Pixies non si può riprodurre copiando gli ingredienti; e quel momento storico è durato anche parecchio, ma ha fatto dimenticare che la strada per diventare come i Wilco o come gli Arcade Fire è lunga e difficile, sempre più difficile. Così difficile da far sembrare più semplice essere grassi, pelati, alzare il volume, trovare il riffone più figo dell’universo e mandare in orbita questa generazione e la prossima…

25 25 after 89: DISINTEGRATION – THE CURE (10/25)

The-Cure-Disintegration

Prima o poi me lo prendo il cofanetto con tutti i DVD dei film di Sorrentino. Ho visto solo Le conseguenze dell’amore e mi era piaciuto tantissimo. Poi me li sono persi tutti, compreso This must be the place. La storia della rockstar che affronta l’invecchiamento facendo i conti con il passato dovrebbe avere molto in comune con il ritorno al 1989 di questa serie. Il volto di Sean Penn non mi sembra per niente adatto al look esplicitamente ispirato a Robert Smith; ma è evidente che, con quella specie di maschera grottesca, l’effetto che si voleva ottenere era simile a quello che tutti pensiamo quando vediamo il leader dei Cure travestito come 30 anni e 40 chili fa. Perché lo fa? Non aveva altri modi per invecchiare con grazia?

La risposta, come sempre, sta dentro i dischi. Non frequentavo i Cure da tantissimi anni e riascoltare Disintegration mi ha posto di fronte all’autorevolezza di un capolavoro indiscutibile, il punto d’arrivo insuperabile di una grande carriera. A me continua a piacere di più Kiss me kiss me kiss me, e se dovessi salvare uno ed un solo disco dei Cure probabilmente punterei su Staring at the sea (lo so, è una raccolta e non si dovrebbe; ma è una sequenza di singoli così perfetta…). Però Disintegration ha le qualità oggettive del capolavoro: bellezza delle canzoni, perfezione formale, unitarietà espressiva, consenso generale. Lo so che, in realtà, non esiste niente di oggettivo, e nel rock in particolare (dove tutti possono sostenere tutto e il contrario di tutto). Questo album, comunque, fa parte di quel canone che col passare degli anni si va sempre più consolidando, facendo assomigliare il rock ad una nuova forma di musica classica con opere di riferimento e protagonisti con le effigi immortalate un po’ dovunque.

Certo che poteva, Robert Smith: tagliarsi i capelli, smetterla col cerone e l’eyeliner, mettersi gli occhiali ed indossare abiti più sobri, più adatti al suo corpo ingrassato ed invecchiato. Ma è stato giusto così ed il motivo principale è proprio Disintegration. E’ lì che i Cure si sono cristallizzati in una forma perfetta, in grado di unire le generazioni, da chi li aveva amati fin dai primi album a chi li scopre oggi con Spotify. Ed è sempre da lì che la loro audience si è moltiplicata e i loro show si sono allungati, fino a superare le 3 ore. I Cure sono tra i pochissimi (come Springsteen e i Pearl Jam) ad essere tanto generosi con il proprio pubblico, cambiando ogni volta scaletta e dando vita alla migliore rappresentazione possibile della propria essenza. Forse faranno ancora nuovi dischi, ma i Cure continueranno ad essere sé stessi, ed anche la maschera di Robert Smith continuerà a caratterizzare quell’essenza.

La differenza rispetto a Morrissey, l’altro eterno adolescente con le radici piantate negli anni ’80, è evidente. Morrissey ha da sempre rinunciato a qualsiasi maschera, mettendoci la faccia ed invecchiando di fronte al pubblico, esponendosi a tutti gli alti e bassi che l’ispirazione, le mode e l’attenzione dei media gli hanno riservato. Robert Smith è sempre rimasto rintanato dietro la sua maschera, accettando di apparire sempre più fuori posto in quegli abiti, ma consegnando in questo modo i Cure al riparo dalle intemperie dell’evoluzione dei tempi. Due modi diametralmente opposti di preservare un’identità segnata dalla purezza e dalla vulnerabilità dell’età adolescenziale. Un concept artistico che probabilmente si realizza così pienamente per la prima volta nella storia e verso il quale, per appartenenza generazionale, provo un’attrazione naturale. Ma mentre la rilettura dei testi di Disintegration a tratti imbarazza per la prevedibilità delle immagini e dei sentimenti rappresentati (pur nella cristallina qualità delle composizioni), seguire le acrobazie verbali di Morrissey continua ad essere un piacevolissimo tormento, infinitamente più interessante sia negli album (tra capolavori e giri a vuoto, ma sempre con una trasparenza totale sulla propria anima) che, lo scorso anno, nella sua Autobiography: straordinario documento di questa esistenza come un’opera d’arte, una strenua resistenza a ciò che si dovrebbe diventare, per continuare ad essere Morrissey, anche dopo i 55 anni…

In ogni caso, questo diritto di non diventare vecchi sia Morrissey che Robert Smith se lo sono conquistato sul campo, a dispetto di come vennero considerati all’epoca da chi non riteneva la loro musica in grado di uscire dal ristretto ambito indie e di reggere il passare del tempo. Lullaby è ancora oggi una canzone modernissima, e di un livello che le miriadi di giovani band che popolano il rock di oggi si possono solo sognare. Nell’89 sembrava ancora impensabile portare il goth alle masse; proprio da quegli anni arrivò la trasformazione che ha portato i Cure in arene e stadi sempre più grandi (percorso parallelo a quello dei Depeche Mode, su un versante però più elettronico e spettacolare). Dietro quella maschera triste, Robert Smith non ha più smesso di vincere.

However long I stay
I will always love you

Lovesong è una delle perle più preziose sul disco più stravenduto di questo inizio di 3° millennio, 21 di Adele. Il fatto che 25 anni dopo sia così perfetta per una giovane cantante soul (con solo una piccola ombra new wave nell’anima) è la prova che le canzoni tristi dei 20 anni ti seguono sempre, dove e quando meno te l’aspetti…

25 25 after 89: FULL MOON FEVER – TOM PETTY (9/25)

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Le chitarre del prossimo album di Tom Petty and The Heatbreakers. Pare siano strepitose: l’ha annunciato Vites, c’è scritto anche su Uncut. Andiamo subito a sentirle in rete, che ci vuole? Ma no. Ma che fretta c’è? Aspetta almeno che esca. Io mi riascolto le chitarre di Full moon fever, con il tocco della produzione di Jeff Lynne, mai così attento a restare dalla parte giusta del rock’n’roll. La perfezione non esiste, tanto meno nel rock’n’roll. Però non lo so se un disco può suonare meglio di così…

Sono così in debito con Tom Petty che potrei aspettare ad ascoltare le sue nuove, favolose chitarre anche qualche mese dopo l’uscita. Full moon fever lo evitai all’epoca; ce l’ho da qualche anno, ma non l’ho ancora ascoltato abbastanza. Ho recuperato quasi tutti i suoi album, ma li dovrei ascoltare ancora ed ancora, tutti quelli che non so a memoria. Ero fermo a Pack up the plantation: uno dei live della vita, anche se non lo sapevo ancora. Con tutti i suoi difetti, uno di quei doppi album assorbiti a sazietà, codificati nel DNA. Poi mi sono buttato sui dischi della mia generazione e Tom Petty l’ho dato per scontato, guardato con simpatia ma da lontano. Per tutti quegli anni Tom Petty non c’era nel mio presente, stava indietro mentre io correvo avanti.

Attenzione. Questo è un punto cruciale di questa ricerca del futuro nel 1989. Perché ormai da quasi una decina d’anni il mio suono del presente è proprio Tom Petty. Ok, diciamo che lui è uno dei centri di gravità della musica che ascolto di più: Americana, per usare una parola i cui confini si possono estendere dai Grandi Vecchi ai giovani (ed ex giovani) che si rifanno alle radici. Oppure: country music for people who like The Smiths (come ha ricordato Billy Bragg in concerto un paio di settimane fa). Ed è così che uno dei dischi che mi interessano di più tra quelli in uscita è Hypnotic eye di Tom Petty and The Heartbreakers. Quindi? Tutto quel correre in avanti per ritrovarmi in un presente che era già passato 25 anni fa?

Quando ho ricominciato ad ascoltare questa musica, oltre al piacere enorme che mi dava immergermi in certi suoni e nelle storie dentro le pieghe delle canzoni, la cosa che più mi ha colpito e che mi ha spalancato la mente è stato questo modo di stare nel presente, che avevo trascurato e quindi non conoscevo. Secondo la scuola di pensiero dominante, il rock deve guardare lontano, il presente significa stagnazione. Ci ho messo un po’ di anni a capire che, per quanto vero possa essere, giocare a quel gioco non è da tutti, non è per sempre. E che il rock non è una cosa sola. Soprattutto cambia nel tempo, anche senza aspettare 25 anni… C’è posto per tutti, ma quelli più bravi stanno nel presente anche quando tu non ci sei. Ti aspettano, quando il tuo presente deve arrivare. Full moon fever scalava le classifiche ed io passavo oltre; ma in quel mio darlo per scontato c’era l’intuizione (tutta istintiva, per nulla consapevole) che intanto era lì, e che prima o poi l’avrei ascoltato. Ricomincio quando voglio.

Hey baby, there ain’t no easy way out
Hey, I will stand my ground
And I won’t back down.

Well, I know what’s right
I got just one life
In a world that keeps on pushin me around
But I’ll stand my ground
And I won’t back down

Tom Petty nell’89 mise in disparte gli Heartbreakers, così come Bruce Springsteen diede il congedo alla E Street Band. Ma mentre per il Boss il distacco durò un decennio, e senza il suo punto di riferimento vagò divertendosi parecchio e senza lasciare molte tracce realmente importanti, Petty si riunì presto con la ditta e in questo suo primo giro da solista mise insieme una delle sequenze di brani più forti di tutta la sua carriera.
Gli Heartbreakers mancano ma non mancano. C’è Mike Campbell e sulle sue chitarre Jeff Lynne spolvera brillantezza e luccicanze prodigiose, inattaccabili dal passare degli anni. Sembra un filo troppo pop, ma è un filo di perle meraviglioso che rende il tutto ancora più rock’n’roll. Le chitarre acustiche sovrapposte nel ritornello di Runnin down a dream sono l’essenza dell’immortalità di questa musica vecchia di 60 anni (come sembravano già vecchi Bob Dylan e George Harrison nei Traveling Willburys, ed erano come me ancora nei loro 40 anni… Roy Orbison è morto che ne aveva solo 52!). Sulle canzoni di Full moon fever c’è come una semisfera di cristallo puro ed infrangibile che le preserva dall’invecchiamento: ci scommetto i sette 45 giri estratti da Born in the USA che anche tra altri 25 anni sarà così.

Questa classicità si eleva al quadrato nell’unica cover dell’disco: tutt’altro che un riempitivo, anzi il vero baricentro dell’album, forse dell’intera discografia di Tom Petty.
I’ll feel a whole lot better non cambia praticamente nulla dell’originale dei Byrds (di quasi 25 anni prima…), ma riesce nella magia di non suonare come un bellissimo pezzo del 1965, o come una grande cover del 1989. No, quei 2 minuti e 50 sono la promessa mantenuta del rock’n’roll: tutti i giorni che ascolterai questa canzone ti sentirai a whole lot better. Capisci perchè il rock è meglio quando sta nel presente? Capisci perché non ne hai mai abbastanza di chitarre così?

Il mistero è tutto in quelle chitarre che continuiamo a cercare, ad aspettare, a riascoltare. Cosa c’è lì dentro che ci attrae irresistibilmente, che ci accompagna la vita, che ci risolve le giornate? Non so se è importante scoprirlo; mi basta averlo capito molto tempo fa, mi piace mettere via il disco stasera e rimetterlo su domani…

25 25 after 89: MOSQUITOS – STAN RIDGWAY (8/25)

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C’è un album uscito quest’anno che ha provocato reazioni opposte tra gli appassionati: Lost in the dream dei War On Drugs. Dalla stampa specializzata ai blog, in decine e decine di commenti su Facebook, trovi chi è impazzito e lo considera uno dei pochi capolavori degli ultimi 15 anni, e all’opposto ci sono quelli che non lo sopportano. La ragione principale di questo accanimento sono i suoni che la band ha scelto per queste canzoni, uno strano ibrido tra le produzioni di rock americano radio-friendly degli anni 80 e l’eclettismo indie di questo inizio di 21° secolo. Pur non arrivando a certi deliri di esaltazione, io sto dalla parte di chi apprezza quest’album, proprio per come sono state reinterpretate le atmosfere sintetiche e colorate che caratterizzarono (prevalentemente negativamente) quel decennio ormai lontano che continua a far discutere. Me ne ero già accorto in questi ultimi anni, ed evidentemente non sono il solo: con il tempo un’aura di nostalgia (ma anche la capacità di comprendere meglio uno stile nella sua prospettiva storica) ha migliorato la percezione di certa roba che ci faceva scappare inorriditi. Per questo mi sembra un processo naturale che chi crea musica oggi si ispiri anche a quest’epoca e spesso la cosa funziona grazie al fatto che si tratta di atmosfere non abusate, anche se estremamente famigliari.

Queste considerazioni mi sono venute in mente riascoltando Mosquitos di Stan Ridgway e ripensando ai motivi per cui non lo acquistai all’epoca, ma solo recentemente (un bel 7€ al solito Libraccio). Chiariamoci bene: non c’entra niente con i War On Drugs, ma negli 80s Ridgway aveva tentato una modernizzazione della canzone d’autore americana che meritava più consensi e che indirettamente giunge oggi a compimento nella musica di un’altra generazione di artisti. Il suo capolavoro indiscusso è The big heat dell’86 e quello ce l’ho da parecchi anni (prima in cassetta e poi in CD), per cui il valore straordinario di questo autore americano mi è noto. Ma per quanto abbia apprezzato quell’album e gli altri momenti più conosciuti della sua carriera (Call of the West dei Wall of Voodoo, il singolo Don’t box me in dalla colonna sonora de I ragazzi della 56^ strada di Coppola), non gli ho concesso mai troppa attenzione, per un motivo ben preciso e molto stupido. Tutta quell’elettronica sparsa nei suoi pezzi: con discrezione, sempre originale e mai banale, ma fastidiosa per il mio orecchio di quegli anni. Qualche anno dopo la mia mente si spalancò, lui perse un po’ di smalto e per parecchio tempo ne persi le tracce.

Adesso è un buon momento per riscoprirlo, Stan Ridgway. Per me, ma direi per chiunque. I suoni di Mosquitos appaiono un attimo datati e un attimo dopo addirittura esaltanti per la freschezza e contemporaneità di certe soluzioni. Una capacità unica di farti sentire l’asfalto il sole l’odore delle strade d’America, dentro e fuori Los Angeles e le più sperdute Lonely Town e di portare queste sensazioni in alto, metafisica totale, grande letteratura americana. Il tocco magico dei grandissimi, però senza la patina della leggenda e delle mitologie.

You got a mission in life
To hold out your hand
To help the other guy out
Help your fellow man
That’s why I own this bar
They’re thirsty outside
I give them oceans to drink
Then they drown in the tide
They just drown in the tide…

Ti ritrovi davanti una galleria di personaggi da B-movie anni 70 e 80, universali nel loro finire schiantati contro il proprio destino, nel loro rialzarsi e risalire sulla vita come una missione. Ti riconosci in pezzi di dialoghi e in singolari illuminazioni che danno senso allo svolgersi dei giorni. C’è qualcosa nella voce di Stan Ridgway, una vera voce narrante che racconta senza bisogno di spiegare, e la sua musica ha quella qualità che si definisce cinematica; non è un caso che abbia speso gli anni di apprendistato perseguendo il sogno di scrivere colonne sonore, prima di scoprire che con le canzoni poteva realizzare veri e propri film…

Calling out to Carol era il singolo che doveva lanciare l’album. La sentivo sempre nei rock show alla radio e faceva capolino anche nei canali commerciali (credo sia la sua canzone più nota, nonostante lo status di cult di The big heat). Anche se mi piaceva, non faceva scattare la molla: il grande equivoco per cui un ritornello-tormentone non poteva portarsi dietro l’intensità che volevo nei miei songwriters… 25 anni dopo non la trovo per niente sciupata: c’era più spessore in questo pop o nelle chitarre rock’n’roll che cercavamo disperatamente nelle vie secondarie? 25 anni dopo, è pazzesco ma c’è qualcosa nei suoni e nelle melodie di Mosquitos che lo fa sembrare una versione lo-fi di The nightfly: lo stesso vagare tra il crepuscolo e l’alba, magari sulle frequenze di una radio oltre i confini della grande città, dentro i paesaggi del Grande Nulla, baristi che salvano il mondo, meno jazz, più country e più rock…

E al crepuscolo arrivano le zanzare, entrano dalle porte, si posano sui parabrezza, non gliene importa niente del Natale… Forse i dischi che non invecchiano mai sono quelli da ascoltare di notte, persi nel sogno, in quello di 25 anni fa o in quello di oggi. E poi è estate, anche se non sembra. Sì, è proprio il momento giusto per riscoprire Mosquitos…