25 25 after 89: PLAYING WITH FIRE – SPACEMEN 3 (6/25)

Spacemen3

A parte qualche assaggio radiofonico all’epoca, quest’album l’ho effettivamente ascoltato solo qualche anno fa, nei miei infiniti recuperi di classici perduti. Ed è strano, perchè dagli anni ’90 in poi non mi sono perso nessuno degli album di Jason Pierce con gli Spiritualized: uno dei più cari compagni di strada della mia generazione. Ancora più strano, a pensarci bene, perchè l’album precedente degli Spacemen 3 (The perfect prescription) l’avevo da sempre su cassetta ed il seguente (Recurring) idem su vinile. Playing with fire era il grande tassello mancante nella mia discografia di J Spaceman, nonostante il suo status di “disco migliore della carriera” secondo alcune storie o liste rock. Secondo me non è così, ma quel che importa qui è che questo album doveva esserci, a questo punto della mia storia di 25 anni fa.

Gli Spacemen 3 erano una specie di concentrato iperrealista di tutto ciò che era indie, psichedelico ed alternativo in quegli anni formidabili. La quintessenza dell’attitudine rock in discendenza diretta con i Velvet Underground e tutti gli altri progenitori più cool degli anni ’60/’70: Stooges, 13th Floor Elevator, MC5, Suicide, Syd Barrett… Caratterizzati in modo così forte che finivo per non cogliere bene la loro identità, il valore effettivo delle loro composizioni e preferivo dedicarmi ad altro. Per entrare in sintonia con Jason Pierce aspettai fino al secondo album degli Spiritualized, per poi presentarmi pronto all’appuntamento col capolavoro assoluto di Ladies and gentlemen we are floating in space nel ’97. Mi conquistarono gli arrangiamenti ricchissimi ed originali con cui il nostro Uomo dello Spazio costruiva le sue canzoni fragili ed imponenti come cattedrali di cristallo, una visione di musica in cerca dell’assoluto ancora più ambiziosa di quella dei Verve di Urban hymns o dei Radiohead di Ok computer. Eppure gli ingredienti base erano già tutti evidenti in questi Spacemen 3.

Innanzitutto gli stili compositivi di J Spaceman e dell’altro autore Sonic Boom non erano così dissimili come diventarono qualche anno dopo, arrivando rapidamente alla separazione delle carriere. C’era già quella capacità sublime di catturarti completamente con un minimalismo estremo: un accordo fisso di tastiere, un ritmo leggerissimo, un basso e due note ripetute ipnoticamente, così è fatto un capolavoro senza tempo come Let me down gently. Ma sapevano anche costruire strati di rumore e melodia, sempre in bilico tra armonia e dissonanza, che allora erano solo moderna psichedelia (Revolution) e che poi diventarono moderno classic rock, nell’ultima stagione veramente memorabile che ci toccò in sorte. E soprattutto avevano già inventato quel linguaggio unico, difficilissimo da imitare, fatto di invocazioni al Signore, di dialoghi con Gesù, di disperazione assoluta e di glaciazione spirituale, un blues bianco come le melodie purissime e l’anima messa a nudo, un blues bianco come il rumore elettrico degli amplificatori in distorsione.

La musica di Jason Pierce ha sempre avuto queste qualità ed è per questo che è senza tempo, come quella di nomi più noti e celebrati. Quando diventa la tua musica, è per sempre. Perché quel modo di sentirsi bisognosi di perdono, di sentirsi meritevoli di perdono; quel modo di rivolgersi a Nostro Signore dagli abissi di sè stessi (Lord can you hear me when I call? / Lord can you hear me, hear me at all?) è troppo nostro. Siamo noi, che cerchiamo la cura nella melodia più dolce o nel feedback più assordante. Per quanta felicità o desolazione la vita possa darci, abbiamo sempre il rock’n’roll e bastano solo ciiiiinque secondi…

It takes just five seconds,
just fiiiiive seconds
of decision
to realize
that the time
is right
to start thinkin’ about
a little
Revolution.

25 25 after 89: EACH MAN KILLS THE THING HE LOVES – GAVIN FRIDAY (4/25)

emk_sleeve

Mi ritrovo sorprendentemente affezionato a questo disco, dopo averci litigato sopra tantissimo con Mario, ai tempi. Lui acquirente entusiasta, io scettico duplicatore su C60. Per lui capolavoro indiscutibile, con argomenti inoppugnabili: un autore in stato di grazia, un interprete poliedrico e teatrale, musicalmente vario e ricco di melodie memorabili, liricamente raffinato e letterario, produzione griffata da uno dei più grandi di sempre. Per me impossibile da amare veramente: troppo letterario, troppo teatrale, troppo artefatto per la mia ruspante idea di rock. In ogni caso, memorabile, se ne riconosco le tracce da qualche parte in profondità dentro di me.

Recuperato tempo fa su CD a 2,5 € da Metropolis, le mie orecchie invecchiate lo digeriscono molto meglio oggi. Anzi, mi piace un bel po’. Anche se per il mio palato i toni melodrammatici di Gavin Friday continuano ad essere sgradevoli, ed i post-darkismi decadenti (con certificazione fotografica di Anton Corbjin) sono ancora lontani dalla mia sensibilità, in questi 25 anni ho assaggiato di tutto e, a proposito di poseur, ho amato tantissimo i Pulp di Jarvis Cocker. Che sono tutta un’altra cosa, ma quanto ad approccio vocale affettato sia Gavin che Jarvis, in confronto, fanno sembrare Morrissey un austero e misurato folksinger.

Friday era stato il leader dei Virgin Prunes, band di culto nella seconda linea della scena goth anni ’80. Per questo esordio solista riuscì ad incrociare una congiunzione astrale irripetibile, affidando le canzoni migliori della carriera alla regia sonora di Hal Willner, al culmine dei suoi poteri di Re Mida artistico (ogni progetto su cui metteva le mani diventava un diadema scintillante, soprattutto gli album tributo alla musica di Monk, Weill, Mingus, i film di Disney…). Ne uscì un piccolo grande capolavoro sconosciuto ai più, in cui Gavin Friday occupava uno spazio stilistico unico, uno stranissimo punto d’incontro tra Nick Cave, Bryan Ferry ed il Bono di Unforgettable fire.

Era uno scarto sorprendente e seducente dagli esistenzialismi wave che, diciamolo, dopo un decennio avevano decisamente rotto i marroni, verso una personalità matura, “classica”, in qualche modo più affine al Lou Reed di New York che ai coetanei post-punk ancora indecisi sulle direzioni da prendere. Fuori dal tempo, allora come oggi, e per questo meriterebbe la sua bella rivalutazione tutta una vita dopo. Ha fatto altri 4 album in questi 25 anni, ma il più bello era arrivato troppo presto e troppo in alto per riuscirci una seconda volta. He got what he wanted, he lost what he had. E’ il destino di tutti, lo sapevamo già allora. Ed oggi possiamo solo continuare a cercarlo, ciò che avevamo, incapaci di liberarci di ciò che desideriamo.

25 25 after 89: ORANGES AND LEMONS – XTC (3/25)

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Il 1989 fu per me segnato anche dal passaggio dal vinile al CD. Io ero in ritardo di qualche anno, mentre gli artisti si erano ormai rapidamente adattati al nuovo formato. In particolare, la lunghezza degli album aumentò mediamente di parecchi minuti. Dai 35-45 minuti del classico LP si passò nella maggior parte dei casi a 50-60, e spesso si copriva la capienza totale del nuovo formato realizzando quelli che su vinile erano album doppi. Il doppio album cambiò così la sua percezione nella cultura d’ascolto delle persone: fino ad allora era un passaggio ambizioso nella carriera degli artisti, un gesto importante a cui doveva corrispondere un’elevata qualità media delle canzoni e magari anche un concept, non necessariamente una storia ma almeno un immaginario riconoscibile che giustificasse lo status iconico di quelle copertine apribili, pesanti da entrambi i lati e con ancor più peso specifico nei contenuti musicali. Il CD livellò l’impatto di queste opere: esternamente non c’era differenza tra un album di 35 minuti ed uno di 75, anche se in realtà ci stavano dentro interi mondi da esplorare.

Gli XTC si erano già cimentati con il formato doppio con English Settlement del 1982, l’ultimo anno di dominio assoluto e solitario dell’LP in vinile. Già pochi anni dopo era cambiato tutto, ed Oranges and Lemons ne fu probabilmente penalizzato. Veniva dopo Skylarking dell’86, forse il loro album perfetto, e dopo i dischi “travestiti” da band psichedelica del 1967, i Dukes of Stratosphear. La loro identità era segnata da una splendida unicità, lontana da qualsiasi trend o scena, di eccezionale talento ma di limitato sex appeal (l’ingrediente misterioso che nel rock fa la differenza). Arrivati a quel punto non so cosa avrebbero potuto fare per superarsi. Un album doppio con una copertina da vintage Beatles era probabilmente l’unica mossa disponibile.

Oranges and lemons è l’album più venduto della storia degli XTC: niente di eccezionale, ma per loro un vero punto d’arrivo. E’ un gran bel disco, ma non credo sia il più amato dai fan. Troppo lungo, troppo pieno, troppo curato. Io 25 anni fa lo ascoltai distrattamente, registrandolo su una cassetta frequentata poco; per questo oggi lo apprezzo molto, trovandolo quasi completamente “nuovo”. Anche se quei “troppo” li sottoscrivo ancora tutti, penso che quando si decide di dare spazio a dischi così ci si chiede sempre cosa avessimo di più importante da ascoltare, all’epoca… E’ strano come nel pop anche la più alta genialità delle melodie e degli arrangiamenti possono venire a noia e passare via su milioni di indifferenti. Ma album così non possono non restare, qualcuno li riscoprirà anche tra parecchi decenni.

Mi sono sempre chiesto perché canzoni così belle, originali e orecchiabili abbiano avuto così poco successo commerciale. Secondo me il problema è la voce, il canto di Andy Partridge e Colin Moulding. Intonati, anche espressivi; ma troppo “di testa” per scoccare la freccia nel cuore a chi ascolta in modo distratto. Emblematico il destino dei singoli estratti da Oranges and lemons: The mayor of Simpleton è un classico pezzo degli XTC, melodico e moderno, ben bilanciato e infatti resta uno dei loro 3-4 più noti; King for a day è una delle più spinte sul lato raffinato e secondo me fa un bel buco nell’acqua; The loving è una bomba melodica potentissima, con un suono senza tempo, eppure non ci fu alcun video ed oggi non viene nemmeno mai ricordata tra i loro brani più belli. Incredibile e assurdo.

Riscuote grande affetto, invece, da parte degli happy few più fedeli al culto degli XTC la gemma con cui finisce Oranges and lemons. Chalkhills and children è anche la canzone che era lì ad aspettarmi 25 anni dopo, per entrare nella mia vita come non avrebbe potuto fare 25 anni prima. Un Partridge all’apice dell’ispirazione, la sua anima sovrapposta a quelle di John Lennon e Brian Wilson, esprime con leggerezza incantevole il quotidiano passaggio dal sogno alla realtà, dal benessere interiore alla consapevolezza della fatica che ci aspetta, quando stiamo ascoltando la nostra musica e poi finiamo e ricomincia la vita com’è.

Even I never know where I go when my eyes are closed.
Even I never spied that the scenes were posed.
Even I never knew this is what I’d be.
Even eyes never mean that you’re sure to see.

But I’m getting higher
Rolling up on three empty tyres, ‘till the
chalkhills and children
anchor my feet.
Chalkhills and children
bringing me back to earth.
Eternally and ever Ermine Street.

Sono il nostro paesaggio e i nostri figli che ci tengono ancorati al suolo, che ci riportano sul nostro pianeta. Possiamo andare lontanissimo e ovunque, e tornare eternamente e per sempre al nostro indirizzo. La musica che mi porta via, per pochi minuti o per un’ora, e le mie bambine che non me la lasciano ascoltare: questa è la mia vita, senza una di queste cose non sarei io. E non lo so, e non lo voglio sapere, chi o cosa sarei potuto diventare.

25 25 after 89: SPIKE – ELVIS COSTELLO (2/25)

spike
Spike era, sotto molti aspetti, l’esatto opposto di New York. Profondamente britannico, ma nel senso più esteso comprendente tutte le isole lassù, Irlanda inclusa. Stilisticamente vario quanto New York era compatto e monocromatico, corde fiati archi percussioni suoni acustici elettrici elettronici contro due chitarre basso batteria. Sicuramente troppo incasinato per essere un capolavoro; ma ci farei la firma oggi a riavere un Costello così follemente libero di spaziare dentro lo stesso disco, invece dell’approccio, interessante ma rigido, dei progetti dedicati a singoli generi e collaborazioni (l’hip-hop dei Roots, Burt Bacharach, il Brodski Quartet, il country, i crooner…).

Aveva solo 34 anni, ma con una carriera così densa da sembrare molto più vicino a Lou Reed che a un ventenne del tempo tipo Paddy McAloon dei Prefab Sprout. Aveva la confidenza di ospitare mostri sacri come Paul McCartney, Roger McGuinn, Marc Ribot, i Chieftains. Aveva il sacro rispetto della Canzone, dell’urgenza delle cose da dire e di come devono essere dette. La più perfetta canzone contro il decennio della Thatcher è qua. Tramp the dirt down è dolente e trascinante in modo quasi insostenibile. Riascoltarla fa capire perché da noi nessuno ha mai scritto canzoni così sul ventennio di Berlusconi; perché non riusciamo ad uscire da quel ventennio. Se qualcuno può tirare fuori in modo così sublime il desiderio di gettare la terra nella fossa dove deve morire chi governa male il tuo Paese, quel desiderio farà la sua strada da qualche parte nella storia. Mentre per noi la sublimazione sono stati dischi come Padania e Fantasma: il congelamento del desiderio, l’accettazione di una vita infestata, la sconfitta che ci ha cambiati per sempre. Una canzone come Tramp the dirt down fa la differenza, nel Paese e nella generazione in cui viene scritta.

Elvis Costello era il migliore della sua generazione e lo dimostra ancora oggi. Veronica era un gioiellino di pura perfezione pop, ed è inspiegabile il segreto della sua alchimia tanto quanto il motivo per cui è sempre rimasto un piacere confinato nella cerchia ristretta degli appassionati. La Piccola Bellezza del pop illumina solo chi la cerca, o la incrocia perché così aveva deciso il destino. Una Veronica può uscire dalla MTV dell’89 e lasciare indifferenti centinaia di migliaia di giovani; ma può passare dentro un blog, una webradio o una serie tv di oggi, o tra altri 10 anni, e trovare uno o una che doveva scoprirla, proprio ora proprio qui.

Let him dangle, Pads paws and clawes, Deep dark truthful mirror, Baby plays around: grandissimi brani sparsi con assoluta insensatezza dentro un album che non avrebbe potuto cambiare la storia di Costello, né quella del Pop. E’ questa splendida insensatezza la caratteristica più forte di Spike. L’insensatezza di una side A perfetta e di una side B con qualche brano solo normale. L’insensatezza di questa copertina memorabile, adorabile provocazione, ma irrimediabilmente brutta. L’insensatezza delle grandi canzoni, tutta quell’inutile, Piccola Bellezza. Ma così tanta, così piena di tempo e di vita, l’insensata bellezza della nostra vita.

25 25 after 89: NEW YORK – LOU REED (1/25)

lou-reed-newyork

Facciamo che cambio subito idea. Facciamo che pubblico 25 post tutti su questo disco.

Credo che ultimamente sia venuta voglia a molti di riascoltare New York. Per i 25 anni, ma soprattutto a seguito della morte di Lou qualche mese fa. Sono pochissimi i dischi che, oltre ad essere bellissimi storici epocali, sono anche necessari. Se New York lo hai incontrato ascoltato compreso, fa parte di te. Una parte importante, la parte migliore.

E’ il capolavoro di uno dei più grandi di tutti, scritto e registrato in uno stato di grazia impressionante. Anche perché, se torniamo al 1989, prima di New York nel rock c’era un dato di fatto: dopo i 40 nessuno aveva più combinato niente di rilevante. Era così, non ci si poteva fare niente: dopo una certa età non era più possibile ritrovare un’ispirazione all’altezza del passato e ci eravamo rassegnati a considerare tutti quelli della generazione tra ’60 e ’70, chi più chi meno, dei mezzi rincoglioniti. Quando Lou lo pubblicò aveva 47 anni, quanti ne compirò io quest’anno. Ed è questo il primo dono che ricevi riascoltando New York 25 anni dopo: io non sono loui e non realizzerò mai nulla di lontanamente paragonabile a New York, comunque qualcosa di buono potrei combinarlo anche a quest’età.

Lo sguardo sul mondo di Lou Reed nel 1989 è quello della maturità piena e disincantata, arricchita dall’essere sopravvissuto ad eccessi e depressioni di ogni tipo. Il suo punto di osservazione, ed insieme il centro delle sue storie, è la sua città, la metropoli che per tutto il mondo è il primo punto di contatto con l’America. Lou Reed a 47 anni compone un song cycle perfetto e micidiale, in cui anche i riferimenti più datati o locali si elevano a Storia Universale. Il caso più esplicito è la velenosissima Good evening Mr. Waldheim, basata sulle controversie legate all’incontro tra Papa Wojtyla e l’ex Segretario Generale dell’Onu (di cui era recentemente emerso l’ambiguo passato filo-nazista). Chi non c’era, o chi non si ricorda, potrebbe non comprendere il senso di parole così dure e sarcastiche; ma riallacciando i fili della storia e della memoria, quell’episodio ormai dimenticato fu profetico e allarmante. Quel passare sopra ai simboli e al senso del passato, da parte della Chiesa ed ovunque da chiunque, ha spalancato le voragini che hanno inghiottito idee, ideali e ideologie, ha avvelenato la Terra con le utopie del Common Ground in cui abbiamo creduto tutti, stando dalla parte dei buoni e dei progressisti. Lou l’aveva capito 25 anni fa, spietato: “There’s no Ground Common enough for me and you”.

Oggi è normale ascoltare i sessantenni e i settantenni di quella generazione, al punto che vengono considerati ancora abbastanza giovani i quarantenni… Forse è stato in quell’inizio di 1989 che il rock è diventato veramente adulto. Non nel 1967, quando uscivano Sgt. Pepper ed il suo perfetto opposto The Velvet Underground & Nico e per la prima volta nelle canzoni entrava di tutto, anche quello che si fa finta non ci sia. L’età adulta (beginning of a great adventure) è cominciata qui, nel momento in cui il più perduto dei maledetti è arrivato dall’altra parte della Wild side, ed il suo stile di vita amorale si è trasformato in sguardo libero e profondamente morale.

You can’t depend on no miracle
You can’t depend on the air
You can’t depend on a wise man
You can’t find them because they’re not there.
You can depend on cruelty
Crudity of thought and sound
You can depend on the worst always happening
You need a Busload of faith to get by.

Le parole di New York escono con la plasticità di figure scolpite nel marmo dalla voce di Lou Reed. E’ tutto incredibilmente vivido e sempre nuovo ad ogni ascolto. Secondo me, il rock’n’roll non è mai stato suonato e registrato così bene come in questo disco. Potrebbe essere il vertice assoluto di questa forma d’arte povera bizzarra cialtrona complessa completa divina. Quanto tempo in più dovremmo dedicare ai dischi importanti, quanta la differenza di ciò che lasciano dentro rispetto ai dischi inutili che abbiamo ascoltato e ascolteremo.

I wish I hadn’t thrown away my time
on so much Human and so much less Divine.
The end of The Last Temptation
The end of a Dime Store Mistery.


Attenzione: in questa eccellente esibizione al Letterman, Lou sfoggia un mullet. E’ meglio essere preparati.

Listening to The future: 25 25 after 89


Nel 1992 Leonard Cohen ha 58 anni. Non è ancora vecchio, ma la sua figura, tra i grandi della generazione che ha creato il Rock, è quella di un decano che osserva quello che è successo nella sua vita e nel mondo. Quando pubblica The future, l’effetto di quell’album e di quella canzone è quello di un oracolo, di una visione dell’Apocalisse da parte di un santo peccatore più saggio e più avanti di noi, che spinge lo sguardo oltre, vede e racconta. Il verso più importante e più famoso spiazzò tutti:

Give me back the Berlin Wall
Give me Stalin and St. Paul
I’ve seen the future, brother: it is murder.

Non ero e non sono mai diventato un appassionato di Leonard Cohen. E’ un problema mio: ho ascoltato molte delle sue canzoni, ho anche un paio dei suoi album, riconosco la sua importanza e la sua grandezza, ma non mi è mai entrato dentro in profondità. Però quel verso mi colpì moltissimo e non l’ho più dimenticato. All’epoca mi sembrava così paradossale da essere assurdo: ne coglievo l’intento provocatorio, ma non riuscivo, non potevo “essere d’accordo”.

Il problema non era Stalin, nè tantomeno San Paolo, ma il Muro di Berlino. Potevo comprendere la visione ultrapessimistica di un futuro dominato dalla violenza (The Future chiudeva magistralmente un film controverso ma di forza micidiale come Natural born killers); ma non riuscivo a condividere l’uso di quel simbolo che solo 3 anni prima aveva rappresentato lo spartiacque tra due epoche storiche. Lo interpretavo come il rimpianto di un uomo ormai troppo invecchiato verso un mondo troppo rapidamente scomparso, di cui erano chiari i confini, la fisionomia, il chi il dove il cosa; un mondo in cui essere giovane significava sapere cosa non si era e non si voleva essere o diventare; in cui amare era il centro di tutte le vite. Give me back the Berlin Wall: era come una riga tirata tra la sua generazione e la nostra, tra chi si poteva permettere di desiderare un passato e chi doveva correre verso il futuro.

In effetti gli anni tra l’89 e il ’94 sono stati caratterizzati, soprattutto in Italia, da una parabola strana, che in quel 1992 raggiunse il suo culmine: Mani Pulite, i referendum di Segni, il post-comunismo, la Lega, la Rete, Falcone e Borsellino… Grandissima la confusione sotto il cielo italiano, la situazione (e la musica) era eccellente. Poi la parabola invertì la direzione in modo violento e repentino; le cose hanno cominciato a scivolare in tutte le direzioni e ci siamo ritrovati in questi 20 anni privi di futuro, che non sappiamo ancora se e quando finiranno. Qui e in tutto il mondo, il Futuro di Leonard Cohen si è materializzato: Berlusconi George W. Bush 11 settembre 2 Guerre del Golfo Berlusconi Saddam Afghanistan ex Jugoslavia G8 di Genova Berlusconi Putin Kossovo Sudan Gomorra Lehman Brothers Berlusconi… And it is murder. Anche la musica, anno dopo anno, ha smesso di essere eccellente e si è impantanata pure lei.

When they said
REPENT REPENT
I wonder what they meant.

Adesso lo capisco, il vecchio Leonard. Quello che aveva visto, ci è passato davanti giorno per giorno; e da dove siamo ora lo capiamo, che quel Muro non lo rivoleva indietro per vivere nelle certezze di un mondo dai confini netti, ma per avere un limite oltre il quale guardare, una Storia ancora da cambiare, senza venire cambiati dalla Storia. Ci siamo pentiti noi, alla fine, di esserci infilati così veloci e inconsapevoli in un’autostrada senza uscite, che ci ha portati nella direzione opposta. E non possiamo fare a meno di guardare indietro, non tanto per rimpiangere, ma per cercare di capire. La chiamano Retro Mania, ma non è una debolezza o un guilty pleasure: è ciò che dobbiamo fare per non perderci, annientati da un information overload sempre più frenetico.

2014 significa 25 anni dal 1989. Ho riflettuto parecchio su questo anniversario, su quanto ha significato quell’anno per la Storia, e per me. Ho ripensato anche alla musica che ascoltavo e mi sono accorto che sono tanti i dischi dell’89 che, in modi diversi, hanno segnato un prima e un dopo. E così ho pensato ad una serie che mi consenta di andare a fondo in questa ricerca. Non del tempo perduto, ma del futuro perduto.

Nel 1989 leggevo una rivista bellissima che si chiamava Velvet. Era fatta dai migliori che se ne erano andati dal Mucchio Selvaggio: Maurizio Bianchini, Federico Guglielmi, Eddy Cilia, Massimo Cotto, Ermanno Labianca, Marco De Dominicis, Davide Sapienza, Marina Petrillo… Durò pochissimi anni, e soprattutto all’inizio toccarono vertici di qualità che ancora oggi tanti ricordano e rimpiangono. Sono andato in garage a tirare fuori la mia collezione, ho preso tutti i numeri del 1989 e sfogliandoli ho selezionato i 25 album che penso mi piacciano di più ancora oggi. Nei prossimi mesi li riascolterò uno per uno (alternandoli agli acquisti “contemporanei”), seguendo l’ordine in cui comparvero sulle pagine di Velvet.

25 album 25 anni dopo il 1989.

Voglio riascoltarli per risentire quello che ci sentivo dentro 25 anni fa e quel che ne è rimasto ora. Voglio capire se quel senso del futuro ce l’ho ancora dentro, da qualche parte, o se è stato ucciso dal Futuro che ci è toccato in sorte. Voglio sentire se le infinite possibilità di quel Muro che crollava sono tutte finite. E voglio rimettermi nei panni di quel ragazzo solo davanti ai carri armati: ce lo ricordiamo perché gli eroi sono tutti giovani e belli, o perché quando una Piazza Tienanmen arriva anche nella nostra vita sappiamo tirare fuori quel coraggio?

Sarà un bel viaggio, un viaggio importante. Se vi è già venuto in mente qualcuno, anche solo uno di questi 25, credo che piacerà anche a voi.