Backstreets of desire – Willy DeVille

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Anch’io faccio parte della maggioranza che ha ignorato Willy DeVille da vivo. A differenza di altri fruit trees che hanno avuto grandi riconoscimenti post mortem, il problema è che lui ha continuato ad essere ignorato anche dopo quel giorno d’agosto del 2009 in cui la sua esistenza vissuta sempre oltre ha trovato il suo ultimo limite. Troppo tossico, troppo latino, troppo out of time: anche per me, che mi sono intrippato di decine di personaggi di caratura inferiore, Willy DeVille era sempre stato una passeggiata nel lato selvaggio che non mi era mai venuta voglia di fare. Anche se la strada da fare per arrivarci era brevissima, giusto dietro l’angolo dei miei intoccabili (Bruce e tutti i piccoli grandi eroi della generazione di fine anni ’70).

Purtroppo ho cominciato a capire che mi ero perso qualcosa di grande solo dopo la sua scomparsa. E quando mi sono messo a cercare i suoi album, ho trovato solo Coup de grace: a ragione considerato il migliore della prima parte della sua carriera come Mink DeVille. Per un po’ me lo sono fatto bastare, anche perché mi rendevo conto che in realtà di lui, che avevo sempre incontrato per 30 anni su riviste e libri, non sapevo praticamente nulla. Per aprirmi la strada c’è voluto un libro che è un vero e proprio atto d’amore di Mauro Zambellini: Love and emotion-Una storia di Willy DeVille, il primo e per ora unico libro al mondo su un personaggio che meriterebbe un film (e che film sarebbe…). Una biografia emozionata ed emozionante dall’inizio alla fine; e dalla fine sono partito prima, durante e dopo la lettura: la Discografia necessaria… ovvero la discografia completa! Trucchetto divertente ed efficace per dire la cosa più importante: di Willy DeVille non si butta via praticamente nulla. Ed è così che nella mia ricerca selettiva degli album da mettersi in casa… non seleziono più nulla! Ogni volta che trovo un disco lo prendo al volo (e quelli più rari mi sono costati più di 20 €…): in questi mesi ho ascoltato Return to Magenta, Where angels fear to tread, il Live a Parigi del ’93, Miracle, Le chat bleu e questo Backstreets of desire… ed ho già lì pronti Victory mixture, Loup garou e il Live in Berlin del 2002. Una deliziosa bulimia che mi sta dando soddisfazioni inimmaginabili (ok, adesso mi darò una calmatina… ma il bello è che ci sarebbero ancora un altro bel po’ di titoli da recuperare assolutamente, a cominciare dal mitico esordio Cabretta).

Nel passato, mi ero imbattuto decine di volte in Backstreets of desire, e quasi sempre scambiavo la copertina con quella di Miracle; poi mi accorgevo che non lo era e lo lasciavo giù, avvolto nella mia ignoranza pensavo addirittura che fosse una delle tante raccolte un po’ confuse uscite nel corso degli anni. Ai tempi dell’uscita nell’87 avevo avuto qualche contatto con Miracle e mi era rimasta la curiosità di recuperarlo, attratto dall’incontro con la produzione di Mark Knopfler e da un approccio più simile ai miei songwriter preferiti; e non sapevo che il vertice di Willy DeVille invece era proprio Backstreets of desire.

Ma nel ’92 ascoltavo tutt’altro, sommerso da decine di album che segnavano la mia contemporaneità mi ero allontanato da tutti questi artisti di rock più o meno classico. Neanche leggevo più le loro recensioni, la mia Bibbia era Rumore che nemmeno segnalava l’uscita di dischi come questo. Adesso mi verrebbe da considerare come criminale un approccio critico in grado di escludere dal proprio radar un capolavoro come questo. Ma se mi riproietto in quel tempo, era giusto così: ci sono dischi per i quali bisogna cogliere l’attimo o non li comprenderai mai, ed altri per i quali ogni momento sarà sempre buono.

Per me il momento giusto con Willy è questo: ora sì che riesco ad apprezzare tutte quelle parti di lui che in passato mi avevano allontanato; ogni canzone un pezzo di leggenda che meriterebbe di moltiplicare gli adepti. A cominciare da quella che è andata più vicino all’obiettivo, la geniale Hey Joe mariachi, spiazzante e naturale come sono sempre i veri classici. (Verissimo quello che scrive Zambellini quando svela l’essenza dell’arte di Willy DeVille: tutta la vita a perseguire gli anni ’50, una forma ideale di linguaggio musicale da distillare ed imbottigliare, da degustare e non consumare.)

Non sarà mai tardi per volare via nel Van Morrison latino di Bamboo Road, e finire nel Tom Waits in Paradiso di All in the name of love, squillante di fiati dell’Esercito della Salvezza. Non ci si stancherà di ripartire con la stessa canzone in versione America urbana, il crocevia dove continuiamo a tornare e in cui ci eravamo innamorati dello Springsteen di Darkness, del Mellencamp di Uh huh, di Willie Nile e di Garland Jeffreys, dell’Elliott Murphy meno dylaniano e del Graham Parker più springsteeniano. Saranno sempre altre facce del rock’n’roll il violino di Lonely hunt e la fisarmonica di Even While I sleep; ed una faccia diversa per la stessa canzone la ripresa, elastica e leggermente rallentata, di quel vecchio pezzo da Night moves di Bob Seger (Come to poppa).

Ascolto e riascolto questa musica incredibile e non lo so, non ce l’ho un motivo valido per non averla ascoltata prima. Non esiste spiegazione per cui un disco come questo sia rimasto un segreto ben custodito da troppo pochi cultori in giro per il mondo; o perchè trova gloria tardiva persino un Rodriguez con un paio di album culto di 40 anni fa, mentre resta dimenticato uno con almeno una dozzina di grandi album da avere.

Mettiamola così:

TOP TEN DEL 1992
(se l’avessi fatta all’epoca)

  1. TOM WAITS – Bone machine
  2. NICK CAVE – Henry’s dream
  3. PJ HARVEY – Dry
  4. PAVEMENT – Slanted and enchanted
  5. MORRISSEY – Your arsenal
  6. BRUCE SPRINGSTEEN – Lucky town
  7. SONIC YOUTH – Dirty
  8. BUFFALO TOM – Let me come over
  9. SUGAR – Copper blue
  10. JAMES – Seven

TOP TEN DEL 1992
(se la facessi ora)

  1. WILLY DEVILLE – Backstreets of desire
  2. TOM WAITS – Bone machine
  3. R.E.M. – Automatic for the people
  4. BLACK CROWES – The southern harmony and musical companion
  5. PJ HARVEY – Dry
  6. PAVEMENT – Slanted and enchanted
  7. MORRISSEY – Your arsenal
  8. LEMONHEADS – It’s a shame about Ray
  9. BUFFALO TOM – Let me come over
  10. ELIO E LE STORIE TESE – Italyan, rum casusu cikti

One more time: Grazie, Zambo. And thank you Willy, too late but forever…