50 Discographies at 50 – THE BYRDS (7/50)

Mr. Tambourine Man (1965)
Turn! Turn! Turn! (1965)
Fifth Dimension (1966)
Younger Than Yesterday (1967)
The Notorious Byrd Brothers (1968)
Sweetheart Of The Rodeo (1968)
Ballad Of Easy Rider (1969)
(Untitled) (1970)
White Light (1971) – Gene Clark
GP (1973) – Gram Parsons
Roadmaster (1973) – Gene Clark
Grievous Angel (1974) – Gram Parsons
No Other (1974) – Gene Clark
Peace On You (1974) – Roger McGuinn
Cardiff Rose (1976) – Roger McGuinn
Live At The Fillmore – February 1969 (2000)

Io me li ricordo, i Byrds negli anni ’80. Non c’erano, ma erano fortissimi, forse più che negli anni ’60. In fondo sono loro, più di tutti, che ci hanno fatto uscire vivi. Adesso mi sento in pace con quasi tutto quello che ci ha dato il decennio della mia adolescenza e prima giovinezza (perfino con le peggio nefandezze); ma per me la salvezza è arrivata quando alla fine del 1983 ho cominciato a comprare le riviste musicali e a leggere le recensioni di gruppi che era difficile sentire alla radio, ma in cui il riferimento era sempre lo stesso: Byrds, qualche volta anche Velvet Underground.

Le chitarre.
In mezzo a tutte quelle tastiere, tastierine, tastierone (e drum machine, sequencer, disco mix e remix), arrivarono tutti insieme i gruppi con le chitarre, spesso esattamente quelle chitarre lì. Johnny Marr da una parte e Peter Buck dall’altra, in mezzo centinaia di band che ci ricordiamo in quattro gatti sparsi per il mondo, ma non ce le scordiamo, non le vogliamo dimenticare. Anche perchè ci sono storie così belle e importanti che le hanno ripercorse molti anche dopo di noi. Il Paisley Underground di Long Ryders e Rain Parade, l’Australia che annullava le distanze con i Church e gli Hoodoo Gurus, perfino la Nuova Zelanda con i Chills e il culto di Dunedin… Passioni fortissime, che attraverso i decenni continuano a far risuonare le chitarre come quelle dei Byrds di 50 anni fa.

Poi ci sono i Byrds degli anni ’90 e quelli di questo millennio. I Teenage Fanclub che ci fecero scoprire la grandezza di Gene Clark, quegli album dimenticati che oggi sono tornati in circolazione ed hanno finalmente ottenuto i riconoscimenti che meritano. E poi, a cavallo del 2000, la vecchia nuova passione per l’Americana (grazie soprattutto ad Uncut) e Gram Parsons prima, sopra e davanti a chiunque.

Il mosaico di questa discografia è oggettivamente uno dei più pazzeschi, anche perché nemmeno i Beatles hanno avuto 4 solisti così (e non penso sia ‘sto gran spoiler notare che se i dischi di David Crosby non sono qui non è certo perché non mi piacciono…). Così che quasi splendono un po’ meno gli album di Roger McGuinn, quello che aveva sempre tirato la carretta, dall’inizio alla fine… Se c’è un concerto che vorrei rivivere, per gustarmelo ancora più di quanto non abbia fatto all’epoca, è l’incredibile tour di Bob Dylan + Tom Petty & The Heartbreakers + Roger McGuinn (Arena di Milano, settembre 1987). 30 anni fa esatti, Dylan aveva 46 anni, McGuinn 45 e mi sembravano già troppo vecchi, io ne avevo 20 e non avevo ancora capito niente.

Stories we can tell & More – Out of Time

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Se devo pensare ad un requisito comune, uno ed uno soltanto, che è in grado di farmi piacere un gruppo a prescindere, credo proprio che sia l’ispirazione dei Byrds. Quando una band ha come punto di riferimento principale (o come parte del proprio DNA) la musica dei Byrds, andiamo sempre bene. C’è qualcosa che fa sempre vibrare le corde giuste: i suoni, la struttura delle canzoni, l’attitudine umile di chi sa che non sta inventando niente di nuovo, ma persegue bellezza ed un tipo naturale di emozioni arcane, senza tempo.

La metà degli anni ’80 è stato il momento storico in cui il suono dei Byrds divenne il comandamento assoluto per tutte le indie band, sulla scia dei R.E.M. negli Stati Uniti e degli Smiths in Gran Bretagna. Un’età dell’oro in cui uscivano a getto continuo nuovi gruppi con quell’imprinting. Anche in Italia, in quel periodo, comparvero gli Out of Time. Il loro unico album venne pubblicato nel 1985 ed è stato ristampato l’anno scorso su CD. All’ultima fiera di Novegro l’ho trovato a 12€ e benedico l’improvvisa compulsione che mi ha mosso all’acquisto.

Con tutti i limiti di una registrazione poco più che amatoriale (per non parlare delle 10 canzoni aggiunte tra demo e live), e con il solito problema degli italiani che cantano in inglese, è un gioiellino affascinante, pieno di quelle illuminazioni melodiche che ricalcano benissimo il modello originale. Una cult band completamente dimenticata, che ci ricordiamo solo noi che al tempo avevamo intorno a 20 anni e ci perdevamo alla scoperta di questi pellegrini tra i suoni dei gloriosi sixties. Riascoltare la loro Take my time mi ha fatto ritrovare un Non-Hit di quella Radioland di programmi alternativi e riviste specializzate in cui questi ragazzi piemontesi non erano gli ultimi degli sfigati, ma i primi di una generazione di rock italiano che coltivava con orgoglio la propria differenza.

Stories we can tell non c’è su YouTube. Chi lo vuole se lo deve cercare veramente, o coglierlo al volo, se capita, come ho fatto io. Sul libretto del CD ci sono le recensioni d’epoca di Rockerilla, del Mucchio, di Rockstar, di Fare Musica (FARE MUSICA!)… C’è la playlist di fine 85 di Rockerilla: secondi nella sezione LP Italia, sei posti sopra Desaparecido dei Litfiba. C’era tutta la passione per una musica antica, contemporanea e senza tempo. C’era la condivisione di una passione, tra chi suonava, chi scriveva e chi ascoltava. C’era l’entusiasmo per le storie che possiamo raccontare. E la cosa più preziosa è accorgersi che quello c’è ancora, come sempre, come l’amore per i Byrds…