50 Discographies at 50 – ELTON JOHN (20/50)

Elton John (1970)
Tumbleweed Connection (1970)
17-11-70 (1971) – Live
Madman Across The Water (1971)
Honky Chateau (1972)
Don’t Shoot Me I’m Only The Piano Player (1973)
Goodbye Yellow Brick Road (1973)
Captain Fantastic And The Brown Dirt Cowboy (1975)
The Very Best Of Elton John (1990) – Compilation
Rare Masters (1968-75; 1992) – Compilation

Quelli che i Beatles sono sopravvalutati. Cosa ci vuoi fare: esistono, sono fra noi e bisogna convivere civilmente con loro, ignorandone sistematicamente ogni opinione musicale, in particolare se si autoproclamano critici o esperti, come l’innominabile Scar***i. Nessuna comprensione, per chi non comprende i Beatles dopo 50 anni di Storia. Al contrario, posso capirli, quelli che non capiscono Elton John.

Difficile smontare i pregiudizi su di lui, con l’enorme quantità di canzoni mediocri, alcune oltre la soglia del fastidio, messe sul mercato, in particolare negli anni 80 e 90, perseguendo successi di classifica con modalità molto lontane dal suo glorioso passato. Solo chi ha potuto vivere o riscoprire il vero Elton John può capire la sua grandezza assoluta. In questa Discography c’è solo la sua fase imperiale, i 4 anni dal 1970 al 1973. Poi ci mettiamo Captain Fantastic e la raccoltona con le imperdibili dei 15 anni seguenti, e siamo a posto così.

In realtà ci sarebbero altri ottimi dischi sparsi nel tempo, anche nell’ultimo decennio. Nelle verifiche in rete per preparare il post ho anche scoperto che Here And There, live del 1974 originariamente un po’ striminzito, era stato ripubblicato in versione espansa su 2 CD… Ma questa Discography è perfetta così. E mi piacerebbe che tutti quelli che non conoscono questi dischi li scoprissero: a 14 anni come me, o a 25, o a 50, o a 75… Spero che sia ancora possibile, adesso o in futuro, capire Elton John.

Le mie radici più profonde sono qui. La Grande Storia del Rock della Armando Curcio Editore: la cassetta n. 1 della collana, in edicola a 1.900 Lire. È laggiù in garage, dimenticata in mezzo ad altre centinaia, ma posso ancora scrivere a memoria la track list. LATO A: Daniel / Skyline pigeon / Take me to the pilot / Burn down the mission / Teacher I need you / Eldeberry wine / Benny and The Jets. LATO B: Rocket man / Midnight creeper / Harmony / Tiny dancer / Grey seal / Candle in the wind / Amoreena. Suonate a ripetizione, perfino più spesso dei dischi dei Beatles. Le ho amate istintivamente ed incondizionatamente. Poi me le sono lasciate alle spalle, e molto tempo dopo le ho ritrovate, dentro gli album, insieme a tutte le altre. E ho capito perché le amerò sempre: perché sono il punto d’incontro perfetto tra le invenzioni melodiche dei Beatles che erano appena finiti e l’intimità dei singer-songwriters che erano appena nati e con i quali saremmo cresciuti e invecchiati. E ho capito anche perché sono uniche: perché non le ha scritte un cantautore da solo, ma c’è la chimica inspiegabile e irriproducibile delle coppie creative. Elton John & Bernie Taupin è molto diverso da John Lennon & Paul McCartney, Mick Jagger & Keith Richards, o da qualsiasi altro binomio più o meno mitico. Non esiste nella storia del rock nessun caso analogo di collaborazione compositiva, fuori da una band e con un solista così carismatico. Anzi, l’unico paragone possibile ce l’abbiamo solo noi in Italia con Mogol – Battisti.

Ci sto troppo bene dentro queste canzoni: basta un frammento, una frazione di secondo e ci entro dentro, come tornare nella propria anima. Quei suoni mi trasportano in un tempo ideale: glianni70, quelli che non ho vissuto perché ero troppo piccolo e quelli che ho vissuto proprio perché ero piccolo. Un tempo in cui c’ero ma non c’ero; in cui sono arrivato tardi ma era come se ci fossi già stato. Un tempo di cui avevo già nostalgia a 14 anni, e poi ancora a 25, a 50, e certamente ne avrò ancora a 75.

Ci sono alcune sequenze di film che riescono a visualizzare e raccontare queste sensazioni così personali ed inesprimibili: Amoreena nei titoli di testa di Quel pomeriggio di un giorno da cani; Saturday’s night alright for fighting all’inizio di Fandango. E soprattutto Tiny dancer in Almost Famous: la band sul bus nel momento più nero del tour, ognuno smarrito nel proprio vuoto, Mark Kozelek attacca con Handing tickets out for God, Kate Hudson riprende Turning back she just laughs, e allora la cantano tutti, Looking on she sings the songs, The words she knows, the tunes she hums… La forza gentile di una canzone che spazza via tutto e ti fa ricominciare.

“I have to go home”

“You are home”