1989 – Ryan Adams | Amore e furto/De Gregori canta Bob Dylan – Francesco De Gregori

1989-Ryan-Adams-Taylor-Swift

cover-de-gregori-canta-bob-dylan-amore-e-furto

Due album in teoria diversissimi, che in realtà finiscono per assomigliarsi moltissimo e che contengono dosi massicce di 1989. Sono usciti nell’anno appena passato a poca distanza l’uno dall’altro e li ho presi come un segno del destino indirizzato a me personalmente, giusto alla fine del mio percorso con i 25 25 after 89.

Gli album di cover sono, generalmente, episodi marginali all’interno di discografie in cui, a un certo punto, la vena si inaridisce e può servire una pausa di riflessione, o un giro su qualche strada laterale. Molto raramente queste operazioni possono aggiungere qualcosa di significativo nel percorso di un artista, men che meno nelle storie musicali di chi non è un fan sfegatato dei personaggi in questione. Stavolta, invece, varrebbe la pena per tutti di sfilare questi due dischi dalla scrollata veloce del pollice sul display dei social network, in cui ogni giorno visioniamo assaggiamo ignoriamo milioni di notizie e centinaia di proposte musicali… (Ryan Adams ha rifatto tutto 1989, l’album di grande successo della popstar Taylor Swift: che figata/che idea carina/che stronzata/che palle… De Gregori ha fatto un album di canzoni di Bob Dylan tradotte in italiano: finalmente/interessante/chi si crede di essere/che palle… Ed il fatto di avere a disposizione gratuitamente qualunque musica vecchia e nuova non aumenta le probabilità di concedere ai dischi almeno una possibilità. Anzi: quel senso di curiosità, o il desiderio di scoprire un disco di cui abbiamo sentito parlare, è stato annientato dalla facilità e rapidità di accesso: lo ascolterò più tardi/un’altra volta/ci sono troppe cose da sentire…).

Questi sono due album pieni di 2015 e pieni di 1989, e per questo ci raccontano molte cose dei 25 (+1) anni in mezzo.

1989 è il titolo di uno degli album americani di maggior successo del 21esimo secolo, so far: 8 milioni e 600mila copie a dicembre 2015, 6 singoli estratti, forse solo Adele ha raccolto di più in questi anni frammentatissimi. Taylor Swift è una cantante E autrice pop che ha evidentemente un fattore X in grado di intercettare il Grande Pubblico americano e mondiale. Generazionale e trasversale, tradizionalmente pop ma con sonorità contemporanee. In ogni caso, fortemente indigesto per ascoltatori appassionati di rock e/o lontani per estrazione culturale e generazionale. 1989 è l’anno di nascita della graziosissima Taylor, che quindi intendeva porre con questo titolo una linea di demarcazione, personale (i suoi primi 25 anni) e sociale (un anno carico di Storia, che qualcuno ha vissuto in diretta e che invece per la sua generazione fa parte del passato, o è “solo” un punto di partenza). Evidentemente questo fattore X ha colpito Ryan Adams e la sua discontinua genialità. E il colpo di genio, questa volta, è stato immergersi completamente in una di quelle “operazioni” che solitamente guardo con sospetto (anzi, con aperta ostilità). Reinterpretare tutto 1989 di Taylor Swift… Con tutto l’affetto da fan che ho per Ryan, la prima reazione è stata: “Mah…!”. Il pregiudizio, perfino per appassionati come me, è naturale: un’idea furbetta per avere visibilità sui social network e far circolare un nome perennemente sotto la soglia degli “artisti di culto”, con sempre meno speranze di fare il salto verso i grandi numeri. Nella migliore delle ipotesi, un divertente esercizio concettuale, con poca sostanza musicale.

Ed invece il 1989 di Ryan Adams mi ha conquistato dal primo ascolto e dopo qualche mese di frequentazione è entrato nel gruppetto degli “album indispensabili di Ryan Adams”. Per molti motivi. Ed il primo, paradossalmente, è che 1989 è diventato al 100% un album di Ryan Adams. Una lezione straordinaria: la materia prima di queste canzoni, pop di consumo pieno di ganci melodici, testi semplici pieni di giovinezza, è diventata sangue del sangue di questo quarantenne rocker di culto che in 20 anni di carriera ha sempre incasinato tutto, soprattutto quando si è trovato a maneggiare potenziali hit o svolte verso il successo. Proprio così: tecnicamente, lo strumento per appropriarsi di questi brani apparentemente così lontani dal suo stile (già comunque parecchio eclettico) sono gli arrangiamenti, completamente diversi dal pop modernissimo di Taylor; ma oltre alle velocità dimezzate o raddoppiate a seconda dei casi, ed agli strumenti utilizzati e combinati tra loro, la vera sorpresa è constatare, ascolto dopo ascolto, seguendo i testi con attenzione, come le abbia assimilate plasmate vissute di vita propria. Ed è quando realizzi questo che si apre un mondo di possibilità.

Un mondo in cui si può andare oltre i concetti di cover che abbiamo finora considerato, utilizzando intere canzoni ed album interi come fossero dei campionamenti con i quali si creano canzoni ed album completamente nuovi. E a pensarci bene, in quest’epoca in cui sembra tutto già visto ed inventato, e ci si rivolge sempre più esclusivamente al passato, questo spingersi oltre il limite del vivere le vite degli altri può essere un altro modo di dare nuovi significati alla sempre più negletta arte dell’album (conventional records or not). Ma anche senza questi voli pindarici, quello che ha fatto Ryan con 1989 apre la mente a nuove avventure nell’alta fedeltà.

Il disco è suonato e registrato abbastanza alla buona, in sessioni veloci, con pochi mezzi e poche rifiniture, ma con un pensiero quasi strategico nella scelta dei suoni da ottenere: un’evocazione di alcuni degli stili forti degli anni 80, rielaborati con la sensibilità e la consapevolezza degli anni 10 del 21° secolo. Un ottimo termine di paragone, in questo senso, è uno degli album più celebrati degli ultimi anni: Lost in the dream dei The War On Drugs. Al netto delle esagerazioni dei più entusiasti, uno dei meriti storici di questa band è quello di aver “osato” recuperare alcuni dei suoni con la peggiore reputazione in assoluto (il rock da FM americana anni 80) fondendoli con la tradizione chitarristica dell’indie rock di entrambe le sponde dell’Atlantico e con l’asciutta sintesi del rock di oggi. Fin dall’attacco di Welcome to New York si entra in un sound familiare e nuovissimo, un po’ Classic Rock ma con patinature ritmi ed artificialità da Golden Age di MTV, e poi svolte naturalissime nei mille rivoli dell’alternative rock. Tutto nella stessa canzone, con l’effetto spiazzante ed eccitante di sembrare un pezzo del 1989 scritto da una ragazza nata nel 1989.

E non è, onestamente, un disco perfetto: a parte la copertina stranamente scialba, l’esigenza di riproporre tutte le 13 canzoni dell’album originale fa fare a Ryan due o tre giri a vuoto con i brani meno ispirati (che magari in un’altra situazione sarebbero stati delle B-sides). Ma quando il gioco funziona, il risultato è gigantesco, epocale (per quanto un album possa esserlo, oggi). Shake it off, quello che era stato il singolo tormentone di questa reginetta delle classifiche, ha la faccia tosta di diventare una I’m on fire per il 21° secolo, sospesa e luminosa come una luna piena nel buio della notte, mentre le passa davanti come una nuvola Love will tear us apart. Il pop perfetto di Bad blood cambia sesso età e peso specifico e non puoi non pensare che se questa cosa fosse uscita non adesso, ma 15 anni fa, dopo l’exploit di Gold, Ryan Adams sarebbe diventato un nome così enorme che le battute sulla quasi omonimia con Bryan sarebbero girate esattamente al contrario… Canzoni che iniziano con le chitarre di Nebraska e finiscono con quelle degli Smiths. Ed è un gioco che Ryan ha sempre fatto, quello degli estremi degli anni 80 che si toccano;  ma questa volta la magia è più completa, un album che sta in un 1989 che non esiste, non nelle vite di noi quarantenni e nemmeno nelle radici di una generazione che non ne potrà avere.

L’altro album “del destino” che ha incrociato i nostri percorsi intorno al 1989 fa a sua volta lo stesso gioco, riflesso in uno specchio. Qui le generazioni che si confrontano sono più vicine fra loro ma più lontane da noi: sono quelle precedenti, che l’89 lo vissero già nella maturità piena, e che adesso affrontano la vecchiaia, anzi la vita che non finisce mai. Fu proprio intorno al 1989 che Bob Dylan iniziò il Never Ending Tour, inventandosi un modo per continuare ad essere Bob Dylan senza essere più giovane. Francesco De Gregori ha sempre seguito Dylan con una fedeltà impossibile per qualsiasi altro fan, perchè lo ha fatto da artista, da cantautore, e (proprio come Dylan) ad un certo punto ha dovuto risolvere il problema non solo di crescere, ma di invecchiare in pubblico. Anche la decisione di realizzare questo album di traduzioni dylaniane potrebbe essere una reazione all’ultima opera del suo Maestro, Shadows in the night, a sua volta una raccolta di reinterpretazioni dal repertorio di Frank Sinatra. Di fronte alla “spudoratezza” di accostare a The Voice quella voce da sempre così orgogliosamente brutta da essere meravigliosa, anche De Gregori deve aver pensato che era ora di fare questo disco, che probabilmente gli circolava dentro da parecchio.

De Gregori canta Dylan a 64 anni suonati ed è spudorato fin dal titolo. Amore e furto cita uno degli album più significativi degli ultimi 25 anni di Dylan, ma è soprattutto la sintesi più perfetta del senso di queste traduzioni. Le due parole, quelle e solo quelle, insieme e non da sole, che spiegano che in questo disco c’è tantissimo De Gregori proprio perché c’è tantissimo Dylan. Sì, ma quale Dylan? Sicuramente non l’immaginetta cara all’italiano medio, rimasta prevalentemente ferma al folk singer dei primi album, o nel migliore dei casi all’icona degli anni ’70, da qualche parte tra Desire e il Live at Budokan. La prima scelta d’autore di De Gregori è stata proprio quella di tracciare un percorso trasversale, dagli anni 60 al 2001, attraverso canzoni meno conosciute e con una concentrazione estremamente significativa sul periodo meno considerato (gli anni 80), in particolare il nostro fatidico 1989…

L’attacco è stato per me un colpo al cuore: Sweetheart like you è una delle mie canzoni preferite da uno dei miei album preferiti, Infidels del 1983. Evidentemente molto amata anche da Francesco, che ne ha cesellato una versione curata in ogni dettaglio, lirico e musicale. Quel titolo, Un angioletto come te, all’inizio può sembrare lezioso e sdolcinato, e per molti l’impatto con questo brano scelto come singolo (o come cavolo si chiamano oggi) è stato condizionato da questo strano disagio; poi però lo riascolti, ci entri dentro e scopri un nuovo capolavoro dentro il capolavoro che conoscevi. La scelta delle parole, il phrasing del cantato, modellano l’italiano in lingua dylaniana; ed è un miracolo che avviene per la prima volta, dopo decenni di traduzioni letterali, letterarie o clamorosamente sbagliate (su tutte quella per me insopportabile e angosciante del famigerato Tito Schipa Jr.). Merito della sapienza e profondità del cantautore, ed anche della classe e padronanza della materia della sua band. Infidels è forse il disco meglio prodotto e suonato dell’intera discografia di Dylan (con Mark Knopfler alla guida e con Mick Taylor, Sly & Robbie ed Alan Clarke). Ebbene, i suoni e la cifra stilistica sono stati riprodotti con fedeltà assolutamente non calligrafica, anche perchè pur mancando il tocco elastico della leggendaria sezione ritmica giamaicana, l’andatura del brano riproduce splendidamente quel fluire coinvolgente e carismatico che caratterizza le migliori composizioni dylaniane.

Subito dopo c’è Gotta serve somebody, che a voler essere precisi non è degli anni 80 perché Slow train coming uscì nel 1979, ma che apriva il periodo cristiano di Bob Dylan, una conversione che gli causò il ripudio della maggioranza assoluta di un paio di generazioni, e per questo rappresenta l’inizio di quel periodo troppo poco valorizzato che De Gregori dimostra di prediligere. Servire qualcuno è un’altra versione riuscitissima, sicuramente più facile dell’Angioletto per la struttura regolare delle frasi, ma di efficacia micidiale nello scolpire tutti i risvolti del messaggio: NESSUNO è escluso, devi sempre servire qualcuno. Il primo salto indietro è nella metà degli anni 70 di Blood on the tracks: un Dylan già moderno anche se classico, quello coevo agli anni dell’esplosione creativa di De Gregori con Rimmel e Buffalo Bill. Si sente che con questa materia c’è una familiarità assoluta: anche If you see her, say hello è molto ben riuscita e d’altra parte Non dirle che non è così ha già una storia di approvazione ufficiale direttamente dall’autore, essendo stata inserita nel 2003 insieme ad altre cover di varia provenienza nella colonna sonora di Masked and anonymous (un film in cui Dylan era coinvolto anche come autore ed attore).

Ma con il salto negli anni 60 di Desolation row l’idillio si spezza. Anche Via della povertà è un ripescaggio, ma molto più antico, dai tempi della collaborazione con Fabrizio De André, che ne fece un piccolo classico. Qui dentro, invece, non funziona per niente, e non penso sia colpa della voce di Francesco, è proprio la canzone che non va, con quell’affollamento di immagini, personaggi e paradossi così fuori sintonia rispetto a come suona questo disco. Dieci minuti faticosissimi, da skippare senza pietà. Al contrario, I shall be released ci sta benissimo, combinando l’enfasi gospel dei sixties con il fatalismo pessimista proiettato nei 70. Un passaggio perfetto per rientrare nel cuore dell’album: gli oscuri e affascinanti 80s di Bob Dylan, così importanti e decisivi per il De Gregori di oggi.

Cosa abbia rappresentato Oh mercy nella discografia di Dylan ed in quel nostro fatidico 1989 lo abbiamo visto qualche mese fa. Per questo mi è sembrato un vero segno del destino ascoltare il Mondo politico di De Gregori poco tempo dopo averlo visto aprire il concerto di Bob Dylan a Lucca. Io me li immagino, lui e la band, nei camerini nelle ore precedenti, con la tentazione di uscire e suonare questa, invece della Leva calcistica… E poi in studio, con l’eccitazione fremente di farla, nel modo giusto, per metterla nel posto giusto. In questo album.

Viviamo in un mondo politico
l’unico a portata di mano
è bene ordinato
non ha responsabili
tocca crederci, noi ci crediamo.
Viviamo in un mondo politico
nelle città dove ci tocca stare
sopraffatti dalla paura
ma ci sei nato non te ne puoi andare.

Dall’inizio di Oh mercy al centro di gravità di Time out of mind, con Not dark yet. Se c’è una sola canzone con cui si può rappresentare il senso del rock degli ultimi decenni, il senso di suonare e fare ancora dischi dopo i 50 anni, dopo i 60, dopo i 70, è questa. La canzone che Francesco De Gregori non poteva non realizzare. E non è buio ancora, ma lo sarà fra un po’.

Ma non è un disco perfetto: come per Ryan Adams la copertina è quella che è, e soprattutto c’è da skippare violentemente anche Acido seminterrato, la pazza idea di tradurre Subterranean homesick blues… La canzone che Francesco De Gregori non doveva lontanamente pensare di realizzare. (Se fosse stato un album perfetto, in questo punto De Gregori avrebbe dovuto infilare Fiorellino #12&35, il colpo di genio che chiudeva Vivavoce, la sua monumentale raccolta di canzoni risuonate e ricantate, pubblicata alla fine del 2014. Delizioso doppio plagio dylaniano: la Buonanotte fiorellino originale, già ricalcata su Winterlude, viene autocoverizzata in mash-up con Rainy day women #12&35 da Blonde on blonde).

Ma poi, per fortuna, back to 1989: due delle tre canzoni finali di Amore e furto sono outtakes dalle session di Oh mercy. Scelte illuminatissime, da fuoriclasse: Series of dreams e Dignity, già riscattate da Dylan su raccolte degli anni 90, sembrano uscite direttamente dalla penna di De Gregori. Del De Gregori in stato di grazia, che non capita spesso: ogni tanto, una canzone per disco, e non in tutti i dischi; ma quando capita è il migliore, non ce n’è per nessuno.

E allora, ce n’era veramente bisogno?
Certo che no, se siete ragazze e ragazzi sani…
Mentre invece,

l’uomo malato che aspetta la cura
rivede se stesso com’era
e cerca nell’arte e nella letteratura
la dignità.

25 25 (+1) after 89: OH MERCY – BOB DYLAN (19/25)

3992197_165

Allmusic: una cosa meravigliosa. L’app è uno dei primissimi motivi per possedere uno smartphone. Trovare TUTTO in poche frazioni di secondo. E con giudizi e valutazioni, nel 90% dei casi, condivisibili ed equilibrati. Ma ogni tanto, porca di quella troia. Come vorrei non avere cercato, per curiosità, cosa diceva di Oh mercy. Trestellemmezzo. Il voto preferito del Busca. L’Aurea Mediocrità elargita a piene mani. Ad Oh mercy, porca di quella puttana. “Over the years, Oh mercy hasn’t aged particularly well…”, si stiracchia annoiato Stephen Thomas Erlewine, stremato dal milione e mezzo di reviews redatte. Per lui è invecchiato meglio Empire burlesque, 4 stelle e mezzo ai suoi suoni da discarica anni ’80. E Christmas in the heart vale solo mezza stella meno di Oh mercy…

Sono fisime da nerd musicali, certo, alimentate da questa infinita disponibilità di siti e social network… Però qui l’incazzatura è per me più genuina: perché Oh mercy era grandissimo 25(+1) anni fa, quando riportava Dylan nel cuore di tanti come me; Oh mercy c’è sempre stato, in tutti questi anni, quando avevo bisogno del Dylan giusto per decifrare i vari passaggi nella vita da adulto, con le infinite fini della giovinezza; ed Oh mercy è qua, adesso che ho gli stessi anni di Dylan allora, a dirmi perfettamente le cose come sono e come saranno. Se c’è un centro di gravità in oltre 50 anni di Dylan, secondo me è dentro questo disco. Quanto può fare in stellette non lo so, ma so che invecchieremo, e bene, insieme.

Most of the time
My head is on straight
Most of the time
I’m strong enough not to hate
I don’t build up illusion
‘till it makes me sick
I ain’t afraid of confusion
No matter how thick
I can smile in the face
Of mankind
Don’t even remember
What her lips felt like on mine
Most of the time

La maggior parte del tempo sono esattamente come Most of the time. Riesco a sorridere di fronte all’umanità. Però ci sono anche i momenti, troppi, in cui I’m like all the rest. È proprio così: la mia vita oscilla costantemente tra la traccia 6 e la 7 di Oh mercy, Most of the time e What good am I? Sempre convinto che la prossima volta non sbaglierò, che adesso ho capito, che d’ora in poi… Sempre con gli sprofondi dentro A che sono buono, io? Sempre più maturo e consapevole, ed eternamente adolescente. Perché è così: certi giorni ci sono solo domande, e certi giorni troviamo le risposte. E intanto, le cose sono cambiate.

Things have changed è la canzone con cui, praticamente sempre, apre i concerti in questi ultimi anni di Never Ending Tour. Uscì 10 anni dopo Oh mercy (la scrisse per la colonna sonora del film Wonder boys e vinse anche l’Oscar) ed è forse la The future di Bob Dylan. Non è una profezia visionaria del futuro come il brano di Cohen con cui abbiamo iniziato questa serie, ma una visione del futuro che è arrivato e che ci sfugge di mano ogni giorno. Del resto, il tempo delle profezie per Dylan furono gli anni 60: the times they are a-changin’. E quando finalmente i muri crollarono, la sua nuova vita era già iniziata: un tour che non finisce mai, le canzoni vecchie e quelle nuove che si incrociano, essere Bob Dylan anche a 50, 60, 70 anni. Adesso è chiaro: dopo aver inventato il rock adulto, quello che cambia le vite, da Oh mercy in poi Dylan ha inventato il rock della vecchiaia, vivendo in prima persona la dignità necessaria per non rinnegare nulla di quello che non riusciremo mai a realizzare.

È questa la Grandezza che incontri se vai a vedere un concerto del Never Ending Tour. Ciò che si perdono quelli che ci vanno sperando di rivivere il mito degli anni 60. Dylan non è un artista del passato che mette in scena ricordi ed emozioni di altri tempi. Dylan è uno degli artisti di oggi più appassionanti da seguire: vive il presente, la contemporaneità, perché è un uomo, e la sua vecchiaia non è una diminuzione, o un ostacolo. Il rock che invecchia è una delle cose più interessanti che ci è dato di ascoltare oggi, e non c’è un momento in cui lo capisci meglio di quando alla fine del concerto sei lì che lo applaudi, mentre lui sta immobile a gambe larghe, guarda il pubblico senza dire una parola.

L’ultima volta a Lucca, neanche un mese fa, forse il momento più memorabile è stato quando ha cantato, benissimo, Autumn leaves. Per esprimere il tempo del rimpianto (and soon I’ll hear old winter’s songs) che un uomo vecchio ha, Bob Dylan non ha una canzone sua, o comunque quella che sceglie fa parte del repertorio di Yves Montand, e poi di Frank Sinatra, ed è incredibile come quella voce, la sua voce di vecchio, si moduli perfettamente su quelle parole e quelle note. La situazione di Lucca è una piazza dispersiva, scomoda e distratta, non va bene per un concerto così. Manca la concentrazione necessaria per apprezzare canzoni ed esecuzioni così intime e profonde e solo in due o tre occasioni c’è una risposta del pubblico per i pochi brani noti (comunque rielaborati con il suono denso e raffinato della sua band, completamente assorbita dentro ogni suo cenno e sussulto).

Quella sera resta memorabile anche perchè prima di lui si è esibito Francesco De Gregori. Un’ispirazione fedele e costante da oltre 40 anni, da una distanza più che oceanica, siderale… Vederli uno dopo l’altro mette in evidenza tutte le analogie e le differenze, ma soprattutto la sostanza di cosa, di Dylan, De Gregori ha compreso amato restituito con le sue canzoni. Un modo di stare al mondo, di costruire un’identità di artista precisa ed in continua evoluzione, ed ora di invecchiare in pubblico. DeGregori “copia” Dylan anche nel modo di scegliere canzoni vecchie e nuove e di rappresentarle con la sua voce di oggi, con i suoni che, anche lui, nutre elabora affina ogni volta. De Gregori “copia” Dylan anche nel modo di proporre le sue performance in questo tempo, della Storia e della vita: non un Never Ending Tour perché non può girare il mondo come Dylan, ma un’apertura generosa (e prima, al contrario, continuamente rifuggita) a tutte le situazioni più vicine e facili per il pubblico, tv duetti posti turistici centri commerciali. De Gregori all’outlet di Serravalle (Dio lo perdoni) è la più perfetta interpretazione della forza di affrontare il mondo che Dylan mette in campo da oltre 25 anni con il suo tour infinito. Quella sera a Lucca, De Gregori ha messo con pudore e riconoscenza un’ora della sua arte al cospetto di Bob Dylan: La leva calcistica, La donna cannone, Rimmel… La grandezza di De Gregori è per noi italiani la misura più perfetta della Grandezza di Dylan.

We live in a political world
Where mercy walks the plank
Life is in mirrors, death disappears
Up the steps into the nearest bank

We live in a political world
Where courage is a thing of the past
Houses are haunted, children are unwanted
The next day could be your last

We live in a political world
The one we can see and can feel
But there’s no one to check, it’s all a stacked deck
We all know for sure that it’s real

We live in a political world
In the cities of lonesome fear
Little by little you turn in the middle
But you’re never sure why you’re here

Viviamo in un mondo politico. E’ una canzone del 1989, ma è veramente il baricentro di 50 anni di Dylan. Del ragazzo che omaggia Woody Guthrie alle marce di protesta e del vecchio che chiude il Letterman Show con The night we called it a day di Frank Sinatra. E di tutti i Dylan che ci sono stati in mezzo. Viviamo in un mondo politico, lo stesso mondo che c’era prima di Dylan, lo stesso di quando c’era il Muro e lo stesso di ora che il Muro non c’è più. Viviamo in un mondo politico anche se crollano i Muri ed arrivano le Primavere; e se il coraggio è una cosa del passato, allora è proprio quella la cosa da reclamare indietro. Give me back the courage: così sarebbe stato il chorus di una The future di Bob Dylan, perché è così che ha vissuto tutti questi anni, perché è il coraggio l’unica cosa che può fare la differenza.

Ring them bells for the blind and the deaf,
Ring them bells for all of us who are left,
Ring them bells for the chosen few
Who will judge the many when the game is through.
Ring them bells, for the time that flies,
For the child that cries
When innocence dies.

Ring them bells St. Catherine
From the top of the room,
Ring them from the fortress
For the lilies that bloom.
Oh the lines are long
And the fighting is strong
And they’re breaking down the distance
Between right and wrong.

Le cose sono cambiate. Ogni cosa è rotta. Un sacco di gente soffre per il male della presunzione. Lei è sparita con l’uomo dal lungo mantello nero.
Oh pietà…
Ma c’è una luce che non si spegne mai nel dolore e nell’oscurità di Oh mercy. E’ la quarta dimensione del suono tridimensionale che Daniel Lanois diede a queste canzoni. Un suono incredibile e senza tempo (altro che “non invecchiato particolarmente bene”…), che Dylan ha continuato a perseguire, con i musicisti raffinatissimi ed americanissimi di cui si è circondato in tutti questi anni, con risultati eccellenti, che rappresentano una delle ragioni del fascino del Never Ending Tour. Ma quello che ottenne Lanois in Oh mercy rimane insuperabile, il suo capolavoro in perfetto equilibrio tra le produzioni per gli U2 e per i Neville Brothers.
Lo puoi suonare per tutta la vita Oh mercy, e non ti lascerà mai dentro buio e amarezza. E’ un album che ti riempie come poche cose al mondo e che risuoneresti subito dopo che è finito. Lo porti nell’anima e te lo fai risuonare dentro, come l’eco delle campane di Ring them bells. E a volte, qualcosa che era rotto si aggiusta.