Oeuvrevue – Grant Hart

R-2593755-1292190714.jpeg
Ce li abbiamo tutti gli album degli Husker Du, giusto? E anche tutti quelli degli Sugar e di Bob Mould (certo, a parte le intoccabili ciofeche dance in cui si impantanò per qualche anno)? E poi tutti quelli di Grant Hart, che gli si è voluto bene anche quando era marcio perso?
Ecco: a questo punto, scappati via tutti i pochi potenziali lettori di questo post, mi rivolgo a te, unico fan terminale come me, finito da queste parti: ma tu lo sapevi che esisteva questo disco?

Scavando tra gli stand dell’ultima fiera di Novegro, mi è saltato in mano bello cellophanato a soli 7,50 €, con la sua brutta copertina, l’ignota datazione e con uno strano mix di titoli da live semi-ufficiale. Per poi scoprire solo oggi mentre lo ascoltavo che trattasi di antologia di rarità sparse tra 1988 e 1995, completamente sfuggita al mio Husker-radar. Ed è un discone notevolissimo: direi che si piazza tranquillamente tra i suoi migliori album, dopo Intolerance, il secondo dei Nova Mob e l’ultimo The argument.

Certo, aiuta il fatto che ci siano eccellenti alternate takes di alcuni dei suoi pezzi migliori (The main, Shoot your way to freedom, No promise have I made) e qualche ottima cover (tra cui Masters of war). Ma la cosa più sorprendente è scoprire la qualità degli inediti e dei pezzi minori, recuperati da singoli e riproposti tra le pieghe di album ascoltati troppo poco: Evergreen Memorial Drive, Little Miss Information, Beyond a reasonable doubt…

Arriverà, deve arrivare, il momento in cui riscopriranno Grant Hart. Il cui torto principale è, paradossalmente, di essere ancora vivo, di non aver portato alle estreme conseguenze quel malessere esistenziale che ha distrutto prima gli Husker Du, e poi la sua carriera solista. Noi che nonostante tutto abbiamo continuato ad aspettarlo, sappiamo che ci darà ancora nuove grandi canzoni. Quella generazione lì, quella che ha segnato i nostri 20 anni, è una delle nostre certezze, il segreto che custodiamo, pochi o tanti che siamo.

25 25 (+1) after 89: INTOLERANCE – GRANT HART (23/25)

018861021522

Qualche anno fa ho provato a mettere insieme un disco immaginario degli Husker Du, selezionando i miei pezzi preferiti dai primi dischi solisti di Bob Mould e Grant Hart, usciti nel 1989 a pochi mesi di distanza. Un Intolerance Workbook splendido e intensissimo, sulla carta. E invece no: non funzionava per niente. Combinate in sequenza mista come negli album degli Husker Du, queste canzoni di Mould e Hart si respingevano a vicenda, così come evidentemente era avvenuto nella loro amicizia. Forse è lì che ho capito emotivamente che non sarebbero mai tornati insieme (oltre ad essere razionalmente convinto che le reunion, in generale, sarebbe meglio evitarle).

Perché non si riformeranno MAI, gli Husker Du. Mettetevi il cuore in pace. Qualche settimana fa, dopo che erano circolate voci sicure di un imminente annuncio, Facebook mi ha suggerito di chiedere l’amicizia a Greg Norton. Il terzo uomo (oggi Sales Rep presso Bourges Imports; i baffoni ci sono ancora). Non ho perso l’occasione, e il giorno dopo lui l’ha accettata. E allora gli ho scritto un messaggio: Thank you Greg! (Please please please never do it! Keep it as good as it’s been… Just reissue the catalog!) 

Non mi ha risposto.

(Non va sempre così male, in questi goffi approcci virtuali con i social cult heroes… Qualche giorno dopo sono diventato “amico” di Dan Stuart dei Green On Red e l’ho ringraziato postandogli la foto delle album cover che ho appeso in soggiorno, tra cui c’è quella stupenda di The killer inside me; lui mi ha elargito un “Pleasure is mine Andrea…”.
Ma il social nod di cui vado più fiero è questo. Sì, è proprio LUI.)

Intolleranza. Era la parola chiave che aveva segnato la fine di quel rapporto così forte, di quella tensione positiva che accese milioni di luci e che poi si spense di colpo. Intolleranza, in questi 25 (+1) anni, è diventata una delle parole chiave dell’umanità, la deriva del vivere civile e l’ostacolo più grande per la conoscenza. In questa parola, Grant Hart metteva insieme i due veleni da cui quest’album è indelebilmente segnato: il risentimento, che è più amaro quanto più si è stati vicini alle persone verso cui è diretto; e la droga pesante, che lo ha seguito come un’ombra per gran parte della sua vita (Reeperbahn, Christiania, Pigalle, all the same). Onesto e spietato come pochissimi altri album nella storia, toccante nel descrivere l’infelicità più profonda e il più profondo desiderio di felicità.

Freezing
Like an icicle bending
Like a rain cloud rumbling
Like a sidewalk mending
Like a shroud dissolving
Like a snowflake sailing
Like an arrow splitting
Like an egg-shell sailing
Like a sparrow I’m using
All of my senses
You know I am
I’m using
All of my senses

I testi, certo. Ma soprattutto è il suono di queste canzoni ad infondere quel senso di malessere e di santa voglia di uscirne. Registrato malissimo, e con gli strumenti suonati praticamente tutti da solo, con tutti i suoi sensi. Un’esperienza esistenziale da condividere, o da lasciar perdere se non si riesce a comprendere il cuore di queste canzoni. Le prime cinque, una in fila all’altra, fanno una delle mie side A preferite in assoluto. Tutte melodie penetrate negli strati più profondi. Ma soprattutto, quella.

Jerry gave us a number
Jerry gave us a place to stay
And Billy got hold of a van and a man
And we moved in the very next day
To 2541
Big windows to let in the sun
2541

Oh well I put down that money
When I picked up the keys
We had to keep the stove on all night long
So the mice wouldn’t freeze
You put our names on the mailbox
And I put everything else in the past
It was the first place we had to ourselves
I didn’t know it would be the last
At 2541
Big windows to let in the sun
2541

Now everything is over
Now everything is done
Everything’s in boxes at
2541
Oh…

Things are so much different now
I’d say that the situation’s reversed
It’ll probably not be the last time, that
I have to be out by the first
At 2541
Big windows to let in the sun
2541
Big windows to let in the sun
Let in the sun
Let in the sun
Let in the sun
At 2541

2541 è la prima canzone dopo gli Husker Du, uscita su singolo circa un anno prima dell’album. Un piccolo classico che descrive alla perfezione la potenza del ricordo, la forza che fa rivivere luoghi persone parole opere omissioni. E quando la potenza di un ricordo si attacca alla potenza di una canzone, è allora che arrivi alla felicità vera: valeva la pena di essere vissuta la tua vita, quando hai un nodo in gola e un sorriso che non ti puoi levare. Le cose sono molto diverse adesso diresti che la situazione si è capovolta e probabilmente non sarà per l’ultima volta che… Ma quelle quattro cifre, per noi, saranno sempre la combinazione per far riaprire quelle grandi finestre, per fare entrare dentro tutto il sole che c’è.

Non so se lo ascolta ancora qualcuno, Intolerance. Nei recuperi quotidiani che affollano le chiacchiere sulla musica, Grant Hart non ritorna mai; per lui nessuna reissue finora, e fino a quando? Eppure tutti quelli che hanno lasciato tracce l’avevano amato tantissimo. Riascoltando You’re the victim, all’improvviso ho capito da dove è saltata fuori la musica scabra e dolcissima di Mark Linkous e dei suoi Sparklehorse. In quell’assolo fischiato da 1′ e 11″ a 2′ e 15″ c’è l’essenza dell’estetica lo-fi e tutta la fierezza e la malinconia da bellissimo perdente che ancora non lo sa quanto potrà diventare brutta e lunga la sconfitta. Finché non arriva il giorno in cui lo vedi e lo capisci e quel giorno è la differenza tra chi non ce l’ha fatta come Mark e chi è arrivato fino a qui, perché non poteva essere già tutto finito.

I dischi nuovi di Bob Mould vanno ancora a 200 all’ora come se i cinquant’anni fossero il trampolino da cui spiccare il volo dopo la lunghissima rincorsa iniziata a vent’anni. L’ultimo disco pubblicato da Grant Hart due anni fa segue un ritmo tutto suo, lento irregolare inarrestabile, ed è un altro modo di avere cinquant’anni, tenendo i piedi per terra e lo sguardo fisso in cielo. Non torneranno mai insieme gli Husker Du, ma non se ne sono mai andati, non se ne andranno mai: sono il nostro decalogo, le nostre tavole della legge. E la rivoluzione comincia sempre a casa, sempre nello specchio del bagno. Tutti i giorni, anche domani.  

Questo post è dedicato ad Eddy Cilìa,
con l’augurio più affettuoso di una guarigione rapida e completa.

TOP 5 2013

Per me è stato un anno da ricordare più per i concerti che per i dischi (il mio anno migliore in assoluto?).
31 Maggio – Bruce Springsteen, Padova, Stadio Euganeo – Tutto Born to run.
3 Giugno – Bruce Springsteen, Milano, Stadio Meazza – 5° San Siro su 5 since 1985, tutto Born in the U.S.A., tutto lo stadio che si abbassa e poi esplode con Shout.
2 Luglio – Johnny Marr, Bologna, Bolognetti Rocks – Scoperto in pausa pranzo, Conventional Wife benedice la follia Milano-Bologna: NON fermatemi se pensate di averlo già sentito prima.
3 Luglio – Black Crowes, Milano, Alcatraz – La mia prima volta dal vivo con la più grande rock’n’roll band dopo i Rolling Stones.
11 Luglio – Bruce Springsteen, Roma, Ippodromo Capannelle – Gaetano mi porta nel pit per un altro 11 Luglio perfetto, trentun anni dopo quello dell’82: New York City Serenade con la sezione d’archi, 12 minuti da mettere sopra davanti prima di tutta una vita di rock.
4 Novembre – Bob Dylan, Milano, Teatro degli Arcimboldi – Uno dei Dylan migliori in oltre 50 anni di vita di Dylan.
22 Novembre – Waterboys, Milano, Auditorium – Il ritorno dei ragazzi di Fisherman’s blues, bellissimi come 25 anni fa (e sto ancora aspettando il Fisherman’s box…).

Comunque, questi sono gli album del 2013 a cui ho voluto più bene.
In realtà è una Top 5 + 2, con l’aggiunta di Fantasma dei Baustelle (album italiano dell’anno) e soprattutto di mbv dei My Bloody Valentine (che sarebbe dentro tutte le Top 5 dal 1992 al 2012, e quindi anche in questa…).

5. TOOTH AND NAIL – BILLY BRAGG
tooth&nail
Billy è uno di quelli di cui ho comprato sempre tutto, e questa volta ha centrato l’album giusto per il momento che stiamo vivendo. Anni in cui si combatte con i denti e con le unghie, e dove abbiamo un gran bisogno di persone con la saggezza, l’esperienza e la passione per l’uomo che ha lui. Avrebbe anche il carisma e lo spessore per diventare un leader politico, ma è troppo artista per poter compromettere anche di poco l’integrità e l’onestà che da sempre comunica nelle sue canzoni. Trent’anni fa si inventò un modo unico di esprimersi con lirismo punk, poi ha assorbito un secolo di canzone tradizionale americana con al centro Woody Guthrie ed è oggi forse il più credibile esponente dell’inesauribile storia dei cantautori americani (paradossale, con quel suo inestirpabile accento londinese). Qui poi c’è Joe Henry come produttore, ed allora è veramente un punto di approdo definitivo.

Con questi suoni caldi, la solida struttura folk e country delle canzoni ed una varietà di melodie come non si ritrovava dai suoi anni migliori, la voce non bella di Billy si carica di colore e profondità, facendo un notevole salto di qualità. Una voce che si ascolta e riascolta come quella di un amico vero, con cui si fanno volentieri chiacchierate in cui si ritrova la calma interiore e si ascoltano parole che sanno toccare l’anima.

What happens when the markets drop?
If the numbers really don’t add up?
Everyone seeks a safe haven,
As they contemplate their ruin,
The self-proclaimed smartest people in the room
Are trying very hard not to sound craven.

But what if there’s nothing?
No pot of gold to find?
Only the blind leading the blind?

No one knows nothing anymore,
Nobody really knows the score.
Since nobody knows anything,
Let’s break it down and start again.

4. THE ARGUMENT – GRANT HART
Grant_Hart
L’anno scorso scrivevo che su una rinascita di Bob Mould ci avevamo tutti messo una pietra sopra, e ci siamo ritrovati una cosa enorme come Silver age. Quanto a Grant Hart, la pietra sopra l’avevamo messa già dalla seconda metà degli anni ’90: dopo un bel Nova Mob nel ’94, pochissimi album e rarissimi sprazzi della grandezza passata. A un certo punto, di lui era già qualcosa sapere che era ancora vivo ed in grado di fare musica.

Lo stupore che ci ha dato The argument è un’emozione bellissima di cui fare tesoro. Tutti i riflettori quest’anno sono stati puntati sul ritorno di David Bowie, com’è giusto che sia, mentre questa di Grant Hart è una rinascita artistica che raggiunge pochi intimi. Perchè solo chi ha incrociato una storia importante come quella degli Husker Du può sapere quanto certe canzoni ed i loro autori ti possano entrare dentro. Chi ci ha cambiato la vita si merita affetto e gratitudine, e quando viene nuovamente toccato dall’ispirazione, è come se fosse accaduto qualcosa di bello nella nostra di vita, non solo in quella di qualcun altro.

Una pazza idea da vecchi freak del prog, quella di creare un ciclo di canzoni ispirate a Paradise Lost di John Milton… Magari un giorno mi verrà anche voglia di approfondire bene, e di affrontare quel capolavoro della letteratura anglosassone… Per ora, per stare nella mia Top 5 del 2013 è stato sufficiente lasciarsi andare senza problemi a questo lungo flusso di canzoni, a tratti un po’ tortuoso e sgangherato, ma sempre illuminato dalla Grazia. Fin dal primo ascolto si entra dentro l’opera con il piede giusto grazie a Morningstar; poi la tensione non viene mai meno, in miracoloso equilibrio tra una ricchezza di scrittura degna dei più grandi e quel suono povero ma bello che ha sempre caratterizzato il Grant Hart solista fin da Intolerance. E non è solo perchè in mezzo a questi 20 brani ci sono almeno altri 4 o 5 capolavori veri; questo album vedrà crescere il suo status di classico soprattutto perchè butta fuori cose che il Nostro aveva dentro da una vita, risentimento sfogo rivincita rinnovamento che non possono arrivare piano piano o un disco per volta, ma solo tutte insieme, nel modo giusto e definitivo.

3. FANFARE – JONATHAN WILSON
Fanfare
Cinque cose che ho capito di Jonathan Wilson:

1) E’ uno che ci ha messo i suoi anni per crearsi la sua visione del mondo e della musica e che quando è arrivato il suo momento si è alzato e ha deciso che, se si incide un disco, deve essere un discone. Una roba in cui mettere tutto di sè e del proprio mondo, e che richiede a chi l’ascolta un’attenzione di ascolto proporzionale. Un discone come Fanfare ti sgama subito, se lo ascolti con l’approccio da una botta e via che la bulimia spotifaica ti ha inoculato, rocker del 21° secolo… Cominci a giustificarti, a dire che ci si perde, che ti va tutto insieme, che non si riesce a trovare il bandolo, che bisogna ruminarlo… A questi compagni che sbagliano vorrei chiedere: in quale punto esattamente ti viene voglia di toglierlo? No, perché per me è letteralmente impossibile…

2) E’ vero, ricorda troppo troppa roba: David Crosby, Pink Floyd, Grateful Dead, Neil Young, Jackson Browne, Steely Dan, Traffic, Joni Mitchell, ogni volta che lo ascolti ne salta fuori uno nuovo, sempre degli anni ’70. Però ogni volta diventa un po’ più evidente: queste sono grandi canzoni, fottutissime grandi canzoni come quelle degli anni ’70.

3) Un po’ come quando ascoltavamo i primi album di Lenny Kravitz e dicevamo: bello, ma non è la musica di oggi… Lenny era proprio come Jonathan, più Black e Pop ma implacabile nel ricrearti il flash della musica di quegli anni. Comunque non c’è problema: quando risento oggi Always in the run, Mr. Cab driver o It ain’t over ‘till it’s over, mi vengono in mente quegli anni lì, non il 1971. E quando riascolteremo Jonathan WIlson, sarà uno dei pochi artisti che avranno segnato questo tempo.

4) Fin dagli anni ’80 abbiamo accumulato tantissimi dischi che riproducono più o meno fedelmente i suoni dei grandi degli anni ’60 e ’70. Bellini, belli e bellissimi. Jonathan Wilson è il primo e l’unico che ha fatto diventare l’amore per quegli anni che non abbiamo vissuto così reale da riuscire a farlo diventare la sua vita, nel Laurel Canyon e nelle session con i grandi di quell’epoca. Un’identificazione così forte da generare con questi suoni vecchi nuove forme, familiari e mai viste, naturali mutazioni da un cowboy movie ad una dark side of the moon. Musica sognata prima e suonata per davvero.

5) Mi piace, Jonathan Wilson. Ma proprio tanto.

2. THE MESSENGER – JOHNNY MARR
Johnny-Marr-The-Messenger
Un altro a cui non avevamo nulla da chiedere, girati come siamo da 25 anni dalla parte di Morrissey, persi dietro i suoi lampi di genio e i suoi giri a vuoto, le adorazioni sotto il palco e i record di concerti saltati, la repulsione per l’ennesima dichiarazione delirante e l’esaltazione per un’Autobiography che è subito un Classico. Eppure Johnny è il mio uomo, quello che sta dentro tre dei miei 45 45s at 45.

Johnny.
Fuckin.
Marr.

Finalmente ha tirato fuori l’album che avevamo sempre sognato. Un’abbondanza inebriante di riff e ganci come in quei dischi là, lo straniamento di ascoltarli con una voce che non c’è, ma la chitarra, ci conosciamo vero? Se lo può permettere, dopo una carriera intera a fare di tutto per non ripetere nulla di quanto aveva già fatto con gli Smiths, non si è mai capito perchè: forse sarebbe stato troppo facile, o al contrario impossibile. Non so se ne ha altre di canzoni così, da tirare fuori con classe e naturalezza, o se le aveva messe da parte per 25 anni e adesso le ha finite per sempre. Però so un’altra cosa: che è giusto così, che bisogna scacciare via quel pensiero che abbiamo avuto tutti, come sarebbe bello sentire queste canzoni con quella voce… E invece no, la cosa grande è questo modo fantastico di arrivare a 50 anni e decidere che il meglio non è tutto alle spalle, che quello che siamo ora è il sale della terra, Generate! Generate! GENERATE!
Johnny Fuckin Marr, what a big, BIG inspiration…

And a big, BIG thank you to Conventional Wife. Quel modo istintivo che ha solo la persona che ti ama di dirti vai, fallo. E dopo una corsa fino al centro di Bologna, trovarsi a pochi metri, su un palco troppo piccolo per contenere una coolness così gigantesca e vera. NESSUNO potrà mai iniziare un concerto con qualcosa di meglio: Stop me if you think you’ve heard this one before, quel riff e quella chitarra a pochi metri. Overwhelming. E come stanno bene le canzoni nuove insieme a quelle là, come diventano anche di Johnny Marr quelle parole: And if a double decker bus… E come sono nostre, che momento perfetto quel singalong che non finisce mai, solo la chitarra di Johnny e le nostre voci. In una notte in cui ho avuto bisogno di sentirmi uno splendido quarantenne, mi ha fatto sentire come se stessi ascoltando la musica degli Smiths per la prima volta.

1. MORE LIGHT – PRIMAL SCREAM
primalcov-1
Probabilmente sarò io che ho un problema di arrested development e mi sono fermato al 1999/2000. Ma sinceramente non riesco a capire come si possano avere dubbi: questo è il capolavoro assoluto del 2013, il disco più bello degli ultimi anni. Invece nelle playlist di fine anno è quasi assente (solo al 30° posto in quella di Mojo). Un’ennesima prova dell’estrema frammentazione dei gusti, della completa assenza di un centro gravitazionale che consenta di condividere oggi una visione generale della musica. Relatività.
Niente è reale/niente è irreale.

More light non è il salto oltre il sole oltre il futuro di Screamadelica e nemmeno la violenta accelerazione dentro il 21° secolo di XTRMNTR; ma in una discografia tra le più eccellenti ed eccitanti della storia del rock, si colloca saldamente al 3° posto (quindi prima e meglio di grandissimi dischi come Give out but don’t give up o Vanishing point). Forse gli mancano un paio di singoloni un po’ più “epocali” (eeeh, ma quelli li fanno i Daft Punk… No, grazie) per farlo piacere anche ai più distratti (e meno fan…). D’altra parte un livello medio così alto in tutti i brani di un album, i Primal Scream non l’avevano mai raggiunto, e infatti è obbligatoria la Deluxe Edition, con un secondo CD che aggiunge 6 inediti di pochissimo inferiori al disco “vero”. E se non farà epoca grazie ai singoli, questo More light sarà riascoltato anche tra molti anni per come descrive efficacemente questo tempo e le fortissime tensioni che lo attraversano.

Già avere il coraggio di iniziare con una canzone che si chiama 2013 (Twenty Thirteen, cosa ci ricorda? Massì, questo è l’uno nove nove sei…) fa la differenza rispetto alla miriade di dischi belli (anche bellissimi) che potrebbero essere usciti, indistintamente, 10 anni prima o 10 anni dopo. Poi piazzano una cosa pazzesca come River of pain: capolavoro assoluto, no debate, che già basterebbe a stare nella Top 5 di chiunque. E come terza un’altro potentissimo affresco sulla nostra Storia presente, Culturecide:

View from the carriage
Safe behind glass
Wounded streets of graveyard flats
Dishrag curtains scream of disease
Satellite dish where the window should be
Breeze block prison
Somebody’s home
Looks like it’s been hit by a neutron bomb

Questo disco è il rock come vorrei che fosse, come speravo continuasse ad essere anche dopo i favolosi anni ’90, anche dopo i brividi esaltanti di Shoot speed/kill light che sembrava non sarebbero finiti mai… Invece alti e bassi, come noi, come tutto. Ecco, il rock mi serve ancora, e tanto, per restare acceso e continuare a camminare con la Bestia.
I don’t care about tomorrow when I feel like this today.
Non so se si può capire, non so se è il caso: ma la mia attitudine, oggi, è adeguatamente rappresentata da un individuo con un Nudie suit che si mette le dita sulla testa per fare le corna…

It’s alright, It’s  OK
You can do just what you want to
Take your time, walk away
You can come back if you’re supposed to

Ooh La La…

45 45s at 45: COULD YOU BE THE ONE? – HUSKER DU, 1987 (19/45)

Husker Du. Che nome del cacchio (come si diceva in quegli anni)…

Husker Du. Ma pensa, hanno fatto un singolo con una cover dei Byrds, Eight miles high… Mah, con un nome così dev’essere rumorosa ai limiti dell’inascoltabile…

Husker Du. Ma guarda che recensione gli hanno fatto a questo New day rising sul Mucchio Selvaggio… Sarà, ma con quel nome saranno un po’ troppo metal…

Husker Du. Di questo Flip your wig parlano bene proprio tutti… Se solo riuscissi a sentire almeno una canzone… Con quel nome, nemmeno quelli di Stereonotte possono farcela…

Husker Du. E finalmente li ho beccati! Don’t want to know if you’re lonely… Niente male, pensavo facessero più casino, con quel nome…

Husker Du. Incredibile, hanno fatto un altro doppio e per il Mucchio è il loro capolavoro. In effetti a Stereodrome continuano a farli sentire… Could you be the one è fantastica. Certo che è proprio un nome del cazzo (nel frattempo, iniziata l’università, l’emancipazione del linguaggio aveva fatto passi da gigante)…

Husker Du. Allora, c’è anche questa Ice cold ice che è bellissima… E’ un doppio, ma non costa tantissimo… Secondo me sarà veramente bello… Alla fine conta la musica, non il nome…

Husker Du. HUSKER DU! HUSKER DU!!!

Husker Du. Warehouse: songs and stories. Uno dei dischi che mi hanno cambiato la vita. Un disco che ha cambiato la vita a chissà quante persone. Una di queste formò un gruppo con un nome molto più bello: Nirvana. 25 anni dopo, compro ancora i dischi solisti di Bob Mould. Ecco, avere 45 anni e amare ancora i dischi vuol dire anche aspettare il nuovo album di Bob Mould.