Oeuvrevue – Grant Hart

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Ce li abbiamo tutti gli album degli Husker Du, giusto? E anche tutti quelli degli Sugar e di Bob Mould (certo, a parte le intoccabili ciofeche dance in cui si impantanò per qualche anno)? E poi tutti quelli di Grant Hart, che gli si è voluto bene anche quando era marcio perso?
Ecco: a questo punto, scappati via tutti i pochi potenziali lettori di questo post, mi rivolgo a te, unico fan terminale come me, finito da queste parti: ma tu lo sapevi che esisteva questo disco?

Scavando tra gli stand dell’ultima fiera di Novegro, mi è saltato in mano bello cellophanato a soli 7,50 €, con la sua brutta copertina, l’ignota datazione e con uno strano mix di titoli da live semi-ufficiale. Per poi scoprire solo oggi mentre lo ascoltavo che trattasi di antologia di rarità sparse tra 1988 e 1995, completamente sfuggita al mio Husker-radar. Ed è un discone notevolissimo: direi che si piazza tranquillamente tra i suoi migliori album, dopo Intolerance, il secondo dei Nova Mob e l’ultimo The argument.

Certo, aiuta il fatto che ci siano eccellenti alternate takes di alcuni dei suoi pezzi migliori (The main, Shoot your way to freedom, No promise have I made) e qualche ottima cover (tra cui Masters of war). Ma la cosa più sorprendente è scoprire la qualità degli inediti e dei pezzi minori, recuperati da singoli e riproposti tra le pieghe di album ascoltati troppo poco: Evergreen Memorial Drive, Little Miss Information, Beyond a reasonable doubt…

Arriverà, deve arrivare, il momento in cui riscopriranno Grant Hart. Il cui torto principale è, paradossalmente, di essere ancora vivo, di non aver portato alle estreme conseguenze quel malessere esistenziale che ha distrutto prima gli Husker Du, e poi la sua carriera solista. Noi che nonostante tutto abbiamo continuato ad aspettarlo, sappiamo che ci darà ancora nuove grandi canzoni. Quella generazione lì, quella che ha segnato i nostri 20 anni, è una delle nostre certezze, il segreto che custodiamo, pochi o tanti che siamo.

25 25 (+1) after 89: INTOLERANCE – GRANT HART (23/25)

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Qualche anno fa ho provato a mettere insieme un disco immaginario degli Husker Du, selezionando i miei pezzi preferiti dai primi dischi solisti di Bob Mould e Grant Hart, usciti nel 1989 a pochi mesi di distanza. Un Intolerance Workbook splendido e intensissimo, sulla carta. E invece no: non funzionava per niente. Combinate in sequenza mista come negli album degli Husker Du, queste canzoni di Mould e Hart si respingevano a vicenda, così come evidentemente era avvenuto nella loro amicizia. Forse è lì che ho capito emotivamente che non sarebbero mai tornati insieme (oltre ad essere razionalmente convinto che le reunion, in generale, sarebbe meglio evitarle).

Perché non si riformeranno MAI, gli Husker Du. Mettetevi il cuore in pace. Qualche settimana fa, dopo che erano circolate voci sicure di un imminente annuncio, Facebook mi ha suggerito di chiedere l’amicizia a Greg Norton. Il terzo uomo (oggi Sales Rep presso Bourges Imports; i baffoni ci sono ancora). Non ho perso l’occasione, e il giorno dopo lui l’ha accettata. E allora gli ho scritto un messaggio: Thank you Greg! (Please please please never do it! Keep it as good as it’s been… Just reissue the catalog!) 

Non mi ha risposto.

(Non va sempre così male, in questi goffi approcci virtuali con i social cult heroes… Qualche giorno dopo sono diventato “amico” di Dan Stuart dei Green On Red e l’ho ringraziato postandogli la foto delle album cover che ho appeso in soggiorno, tra cui c’è quella stupenda di The killer inside me; lui mi ha elargito un “Pleasure is mine Andrea…”.
Ma il social nod di cui vado più fiero è questo. Sì, è proprio LUI.)

Intolleranza. Era la parola chiave che aveva segnato la fine di quel rapporto così forte, di quella tensione positiva che accese milioni di luci e che poi si spense di colpo. Intolleranza, in questi 25 (+1) anni, è diventata una delle parole chiave dell’umanità, la deriva del vivere civile e l’ostacolo più grande per la conoscenza. In questa parola, Grant Hart metteva insieme i due veleni da cui quest’album è indelebilmente segnato: il risentimento, che è più amaro quanto più si è stati vicini alle persone verso cui è diretto; e la droga pesante, che lo ha seguito come un’ombra per gran parte della sua vita (Reeperbahn, Christiania, Pigalle, all the same). Onesto e spietato come pochissimi altri album nella storia, toccante nel descrivere l’infelicità più profonda e il più profondo desiderio di felicità.

Freezing
Like an icicle bending
Like a rain cloud rumbling
Like a sidewalk mending
Like a shroud dissolving
Like a snowflake sailing
Like an arrow splitting
Like an egg-shell sailing
Like a sparrow I’m using
All of my senses
You know I am
I’m using
All of my senses

I testi, certo. Ma soprattutto è il suono di queste canzoni ad infondere quel senso di malessere e di santa voglia di uscirne. Registrato malissimo, e con gli strumenti suonati praticamente tutti da solo, con tutti i suoi sensi. Un’esperienza esistenziale da condividere, o da lasciar perdere se non si riesce a comprendere il cuore di queste canzoni. Le prime cinque, una in fila all’altra, fanno una delle mie side A preferite in assoluto. Tutte melodie penetrate negli strati più profondi. Ma soprattutto, quella.

Jerry gave us a number
Jerry gave us a place to stay
And Billy got hold of a van and a man
And we moved in the very next day
To 2541
Big windows to let in the sun
2541

Oh well I put down that money
When I picked up the keys
We had to keep the stove on all night long
So the mice wouldn’t freeze
You put our names on the mailbox
And I put everything else in the past
It was the first place we had to ourselves
I didn’t know it would be the last
At 2541
Big windows to let in the sun
2541

Now everything is over
Now everything is done
Everything’s in boxes at
2541
Oh…

Things are so much different now
I’d say that the situation’s reversed
It’ll probably not be the last time, that
I have to be out by the first
At 2541
Big windows to let in the sun
2541
Big windows to let in the sun
Let in the sun
Let in the sun
Let in the sun
At 2541

2541 è la prima canzone dopo gli Husker Du, uscita su singolo circa un anno prima dell’album. Un piccolo classico che descrive alla perfezione la potenza del ricordo, la forza che fa rivivere luoghi persone parole opere omissioni. E quando la potenza di un ricordo si attacca alla potenza di una canzone, è allora che arrivi alla felicità vera: valeva la pena di essere vissuta la tua vita, quando hai un nodo in gola e un sorriso che non ti puoi levare. Le cose sono molto diverse adesso diresti che la situazione si è capovolta e probabilmente non sarà per l’ultima volta che… Ma quelle quattro cifre, per noi, saranno sempre la combinazione per far riaprire quelle grandi finestre, per fare entrare dentro tutto il sole che c’è.

Non so se lo ascolta ancora qualcuno, Intolerance. Nei recuperi quotidiani che affollano le chiacchiere sulla musica, Grant Hart non ritorna mai; per lui nessuna reissue finora, e fino a quando? Eppure tutti quelli che hanno lasciato tracce l’avevano amato tantissimo. Riascoltando You’re the victim, all’improvviso ho capito da dove è saltata fuori la musica scabra e dolcissima di Mark Linkous e dei suoi Sparklehorse. In quell’assolo fischiato da 1′ e 11″ a 2′ e 15″ c’è l’essenza dell’estetica lo-fi e tutta la fierezza e la malinconia da bellissimo perdente che ancora non lo sa quanto potrà diventare brutta e lunga la sconfitta. Finché non arriva il giorno in cui lo vedi e lo capisci e quel giorno è la differenza tra chi non ce l’ha fatta come Mark e chi è arrivato fino a qui, perché non poteva essere già tutto finito.

I dischi nuovi di Bob Mould vanno ancora a 200 all’ora come se i cinquant’anni fossero il trampolino da cui spiccare il volo dopo la lunghissima rincorsa iniziata a vent’anni. L’ultimo disco pubblicato da Grant Hart due anni fa segue un ritmo tutto suo, lento irregolare inarrestabile, ed è un altro modo di avere cinquant’anni, tenendo i piedi per terra e lo sguardo fisso in cielo. Non torneranno mai insieme gli Husker Du, ma non se ne sono mai andati, non se ne andranno mai: sono il nostro decalogo, le nostre tavole della legge. E la rivoluzione comincia sempre a casa, sempre nello specchio del bagno. Tutti i giorni, anche domani.  

Questo post è dedicato ad Eddy Cilìa,
con l’augurio più affettuoso di una guarigione rapida e completa.

TOP 5/2012: Silver age – Bob Mould (3/5)

Silver age - Bob Mould

I concerti degli Husker Du in Italia del 1987 (a Novellara e a Torino) sono con gli Smiths a Roma nell’85 quelli che rimpiango di più di essermi perso. Perchè sono stati uno dei miei miti assoluti ed ero anche nell’età giusta per seguirli, ma sono diventato un loro fan appena prima dello scioglimento e comunque non ero ancora così libero di muovermi da poter andare a un concerto dovunque fosse. Fino a 3 anni fa, Bob Mould non era più tornato e col passare degli anni le possibilità sembravano progressivamente diminuire. Quando uscì l’annuncio del concerto al Tunnel il 14 dicembre 2009, fu come se un patto di sangue al quale avevamo comunque tenuto fede potesse finalmente essere siglato.

Erano aaaanni che non andavo al Tunnel… Per i non milanesi, o per chi non c’è mai stato, è il caso di spiegare che il Tunnel nella seconda metà degli anni ’90 è stato la quintessenza del club alternativo. Era ricavato in uno spazio sotto la ferrovia, letteralmente un tunnel, vicino alla Stazione Centrale (via Sammartini, che avevo conosciuto bene negli anni precedenti, quando facevo volontariato con altri amici al Rifugio di Fratel Ettore), e programmava band indie rock e dj set d’avanguardia con jungle, trip-hop e tutto il meglio dell’elettronica. Tra le cose che ricordo di aver visto, Boo Radleys, Gene, Ruby, Santa Sangre, Sparklehorse… Il Tunnel nelle serate sold-out era un concentrato di energia ed eccitazione, l’atmosfera molto più carica e calda di qualunque altro posto di Milano. Era un cortocircuito emotivo amplificato dalla forma e dalle dimensioni ridotte del locale; un effetto inversamente proporzionale a quello generato nelle serate semivuote. Indimenticabile, nel bene e nel male, la serata in cui vidi Mark Eitzel. Da solo con la sua chitarra acustica, si presentò davanti a poche decine di persone in una serata che proseguiva con una dance night. Le sue canzoni di seta ed il suo canto tormentato vennero costantemente disturbati dal vocio della gente che aspettava al bar la fine del concerto e l’inizio del dj set. Nonostante gli anni di esperienza e lo spirito ironico con cui cercava di reagire alla situazione, si percepiva il suo scoramento crescente. Non durò più di 50 minuti, alla fine non ce la fece più e salutò imbarazzato ed umiliato. Ricordo che poco dopo, all’uscita, facendomi largo tra la calca di quelli che entravano per ballare, lo vidi allontanarsi da solo con la chitarra sulle spalle, a piedi in quella squallida strada nella notte milanese, probabilmente bisognoso di smaltire subito quella brutta serata. Fu uno dei momenti in cui compresi più chiaramente la fragilità umana dell’essere artisti, la gloria delle canzoni che avevo amato vissuto trasmesso da una radio unita al fallimento esistenziale di un pubblico che non c’è.

Meglio non rischiare: gli ultimi album di Bob Mould a Milano li avremo comprati io e una decina di irriducibili, ma chi lo sa quanti vecchi fan degli Husker Du potrebbero rispondere al richiamo? Mi muovo subito dopo il lavoro ed arrivo al Tunnel con la pizza in mano quando c’è solo una piccola coda che aspetta davanti alle porte chiuse. Poco dopo entriamo. Caro vecchio Tunnel, non sei cambiato quasi per niente… La musica di sottofondo è Kamakiriad di Donald Fagen: saranno 15 anni che non lo ascolto. Non c’entra una cippa con il Tunnel e con Bob Mould, ma forse anche per questo me lo godo alla grande. Il locale si riempie col contagocce, suona una band di supporto italiana da dimenticare (fatto), vado a mettermi abbastanza vicino al palco; e mentre continua ad andare Donald Fagen, arriva sul palco lui, Bob Mould, cuffietta di lana sopra la pelata e pizzetto, e comincia a sistemare, tutto solo davanti a tutti, le sue chitarre, la pedaliera e accessori vari.

Non è esattamente come quando allo stadio si spegne tutto e parte la musica di Morricone, con tutta la E Street Band che entra, uno per uno, e li vedi spuntare un po’ ad occhio nudo un po’ guardando i maxischermi; e poi alla fine arriva Bruce Springsteen, tutto lo stadio esplode e si parte con Badlands… Qui invece c’è uno che a 50 anni va in giro per il mondo completamente solo, senza mezzo roadie e si allestisce da solo le quattrocose per stare sul palco. C’è una vecchia citazione di Billy Bragg agli esordi: “Quando un artista che gira nei club sale sul palco con la sua chitarra può immaginarsi di essere James Taylor, o Bob Dylan. Io, quando vado su, penso ancora di essere i Clash”. Ecco, per fortuna Bob Mould quando sale sul palco pensa ancora di essere gli Husker Du. Davanti a 100? 150 persone? attacca una dopo l’altra canzoni recenti e piccoli grandi classici dai suoi album solisti e con gli Sugar, ma quando tira fuori i pezzi degli Husker Du è come se il pubblico raddoppiasse e si ricrea l’effetto Tunnel sold out dei giorni migliori: No reservation, I apologize, Hardly getting over it, Something I learned today, Celebrated summer… L’ultima è Makes no sense at all, per 2 minuti e 30 secondi lui ha 26 anni e tutti noi 19… poi torniamo nel 2009, ma il sangue è stato scambiato, il patto rinnovato per sempre.

Altri tre anni volano via e per tutti Bob Mould può restare lì nel pantheon dei migliori anni della nostra vita, al prossimo album diremo ancora un altro sì, ma quello che i fans non dicono è che, in fondo, non ci aspettiamo da lui più nulla di veramente rilevante. Poi però qualche mese fa cominciano a uscire commenti entusiasti sul nuovo album, e non succedeva dai tempi degli Sugar; l’adrenalina sale quando un paio delle firme più affidabili pubblicano recensioni positive poche settimane prima dell’uscita. Come non succedeva da quegli anni, faccio addirittura un paio di giri a vuoto da Buscemi per prendere subito il CD che non è ancora arrivato… Insomma, le aspettative passano da quasi zero a mille e quando finalmente metto le mani su Silver age…

You say you want it, you say you need it,
you say it’s everything you ever wanna be
the star machine is coming down on you.

Uno a zero, Star machine è il primo gol al primo minuto, una partenza da discone come si deve. Ed è subito qui, alla fine del primo pezzo e all’inizio del secondo, che capisci che è vero, è veramente il discone che aspettavamo da 20 anni: come nel concerto non c’è pausa tra un pezzo e l’altro, l’attacco di Silver age è uno di quei ganci a cui non è possibile opporre resistenza, anche perchè quello che Bob sta dicendo è never too old to contain my rage, the silver age, the silver age. Esattamente quello che siamo noi, quello che vorremmo dire e che bello sentire Bob dirlo lui, per noi, così bene. Si gioca una di quelle grandi partite, quelle in cui gira tutto giusto: subito dopo il due a zero arriva il terzo gol, forse il più bello, quello da mettere ad occhi chiusi nel The Definitive Bob Mould. The descent ha la scintilla speciale dei grandi pezzi di Warehouse o di Copper blue, il tiro della melodia, del ritmo, del rumore e le parole più giuste per affondare sotto la superficie e colpirci nel profondo:

Now my race is finally run
and as I tumble to the sun
all these dreams I can’t achieve
brought me crashing to my knees.
My descent has now begun,
all the music left undone.
My world, it is descending.

Dove quel che è maledettamente vero è che non ci possiamo fare niente, questa è la discesa e non si torna indietro. Ma c’è tutta la musica lasciata incompiuta, e sono tutte le cose che cercheremo e faremo nella strada che abbiamo davanti, mentre la velocità continua ad aumentare. La grandezza di quest’album è tutta in questo cambio di passo, che è prima esistenziale che artistico, e che consente a Bob Mould di trasformare la continuità stilistica del suo modo di comporre e di suonare in canzoni veramente speciali come quelle che sappiamo. Lo stesso scarto di motivazioni che fa la differenza tra lasciarsi vivere addosso il quotidiano procedere di questa discesa e tenere saldamente in mano le redini della vita, le cose che realmente desideriamo, la musica che vogliamo continuare a cercare.

Così Briefest moment esalta un po’ meno ma tiene altissimo il ritmo, mentre Steam of Hercules lo rallenta ma ci riporta a quelle ballate ebbre di rumore con cui rallentavano gli Husker Du in mezzo alle corse a perdifiato di Zen arcade e di Warehouse: songs and stories. La seconda metà dell’album è solo un poco inferiore, ma con una media mai avvicinata dai dischi di Bob degli ultimi dieci-quindici anni, e con un’altro pezzo da antologia come Keep believing, uno straordinario manifesto di fede nella nostra musica, come un’unica citazione obliqua della generazione Born in the 60’s:

No choice / Can’t leave
I have to keep believing
Bring me thoughts and words, pass me the revolver,
I can see for miles, and everything’s in color.
Rock and roll all night until I feel the thunder,
I got a handle on some complicated fun.

Bob Mould pensa ancora di essere gli Husker Du. Da solo su un palco, o su un disco con un nuovo power trio, è una delle notizie più belle dell’anno appena passato, e di quelli che verranno.

45 45s at 45: COULD YOU BE THE ONE? – HUSKER DU, 1987 (19/45)

Husker Du. Che nome del cacchio (come si diceva in quegli anni)…

Husker Du. Ma pensa, hanno fatto un singolo con una cover dei Byrds, Eight miles high… Mah, con un nome così dev’essere rumorosa ai limiti dell’inascoltabile…

Husker Du. Ma guarda che recensione gli hanno fatto a questo New day rising sul Mucchio Selvaggio… Sarà, ma con quel nome saranno un po’ troppo metal…

Husker Du. Di questo Flip your wig parlano bene proprio tutti… Se solo riuscissi a sentire almeno una canzone… Con quel nome, nemmeno quelli di Stereonotte possono farcela…

Husker Du. E finalmente li ho beccati! Don’t want to know if you’re lonely… Niente male, pensavo facessero più casino, con quel nome…

Husker Du. Incredibile, hanno fatto un altro doppio e per il Mucchio è il loro capolavoro. In effetti a Stereodrome continuano a farli sentire… Could you be the one è fantastica. Certo che è proprio un nome del cazzo (nel frattempo, iniziata l’università, l’emancipazione del linguaggio aveva fatto passi da gigante)…

Husker Du. Allora, c’è anche questa Ice cold ice che è bellissima… E’ un doppio, ma non costa tantissimo… Secondo me sarà veramente bello… Alla fine conta la musica, non il nome…

Husker Du. HUSKER DU! HUSKER DU!!!

Husker Du. Warehouse: songs and stories. Uno dei dischi che mi hanno cambiato la vita. Un disco che ha cambiato la vita a chissà quante persone. Una di queste formò un gruppo con un nome molto più bello: Nirvana. 25 anni dopo, compro ancora i dischi solisti di Bob Mould. Ecco, avere 45 anni e amare ancora i dischi vuol dire anche aspettare il nuovo album di Bob Mould.