25 25 after 89: NEW YORK – LOU REED (1/25)

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Facciamo che cambio subito idea. Facciamo che pubblico 25 post tutti su questo disco.

Credo che ultimamente sia venuta voglia a molti di riascoltare New York. Per i 25 anni, ma soprattutto a seguito della morte di Lou qualche mese fa. Sono pochissimi i dischi che, oltre ad essere bellissimi storici epocali, sono anche necessari. Se New York lo hai incontrato ascoltato compreso, fa parte di te. Una parte importante, la parte migliore.

E’ il capolavoro di uno dei più grandi di tutti, scritto e registrato in uno stato di grazia impressionante. Anche perché, se torniamo al 1989, prima di New York nel rock c’era un dato di fatto: dopo i 40 nessuno aveva più combinato niente di rilevante. Era così, non ci si poteva fare niente: dopo una certa età non era più possibile ritrovare un’ispirazione all’altezza del passato e ci eravamo rassegnati a considerare tutti quelli della generazione tra ’60 e ’70, chi più chi meno, dei mezzi rincoglioniti. Quando Lou lo pubblicò aveva 47 anni, quanti ne compirò io quest’anno. Ed è questo il primo dono che ricevi riascoltando New York 25 anni dopo: io non sono loui e non realizzerò mai nulla di lontanamente paragonabile a New York, comunque qualcosa di buono potrei combinarlo anche a quest’età.

Lo sguardo sul mondo di Lou Reed nel 1989 è quello della maturità piena e disincantata, arricchita dall’essere sopravvissuto ad eccessi e depressioni di ogni tipo. Il suo punto di osservazione, ed insieme il centro delle sue storie, è la sua città, la metropoli che per tutto il mondo è il primo punto di contatto con l’America. Lou Reed a 47 anni compone un song cycle perfetto e micidiale, in cui anche i riferimenti più datati o locali si elevano a Storia Universale. Il caso più esplicito è la velenosissima Good evening Mr. Waldheim, basata sulle controversie legate all’incontro tra Papa Wojtyla e l’ex Segretario Generale dell’Onu (di cui era recentemente emerso l’ambiguo passato filo-nazista). Chi non c’era, o chi non si ricorda, potrebbe non comprendere il senso di parole così dure e sarcastiche; ma riallacciando i fili della storia e della memoria, quell’episodio ormai dimenticato fu profetico e allarmante. Quel passare sopra ai simboli e al senso del passato, da parte della Chiesa ed ovunque da chiunque, ha spalancato le voragini che hanno inghiottito idee, ideali e ideologie, ha avvelenato la Terra con le utopie del Common Ground in cui abbiamo creduto tutti, stando dalla parte dei buoni e dei progressisti. Lou l’aveva capito 25 anni fa, spietato: “There’s no Ground Common enough for me and you”.

Oggi è normale ascoltare i sessantenni e i settantenni di quella generazione, al punto che vengono considerati ancora abbastanza giovani i quarantenni… Forse è stato in quell’inizio di 1989 che il rock è diventato veramente adulto. Non nel 1967, quando uscivano Sgt. Pepper ed il suo perfetto opposto The Velvet Underground & Nico e per la prima volta nelle canzoni entrava di tutto, anche quello che si fa finta non ci sia. L’età adulta (beginning of a great adventure) è cominciata qui, nel momento in cui il più perduto dei maledetti è arrivato dall’altra parte della Wild side, ed il suo stile di vita amorale si è trasformato in sguardo libero e profondamente morale.

You can’t depend on no miracle
You can’t depend on the air
You can’t depend on a wise man
You can’t find them because they’re not there.
You can depend on cruelty
Crudity of thought and sound
You can depend on the worst always happening
You need a Busload of faith to get by.

Le parole di New York escono con la plasticità di figure scolpite nel marmo dalla voce di Lou Reed. E’ tutto incredibilmente vivido e sempre nuovo ad ogni ascolto. Secondo me, il rock’n’roll non è mai stato suonato e registrato così bene come in questo disco. Potrebbe essere il vertice assoluto di questa forma d’arte povera bizzarra cialtrona complessa completa divina. Quanto tempo in più dovremmo dedicare ai dischi importanti, quanta la differenza di ciò che lasciano dentro rispetto ai dischi inutili che abbiamo ascoltato e ascolteremo.

I wish I hadn’t thrown away my time
on so much Human and so much less Divine.
The end of The Last Temptation
The end of a Dime Store Mistery.


Attenzione: in questa eccellente esibizione al Letterman, Lou sfoggia un mullet. E’ meglio essere preparati.

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Lou Reed (1967-2013)

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1982 – Lo vedo per la prima volta in Tv, a Mister Fantasy, intervistato da Carlo Massarini e Mario Luzzato Fegiz. Glaciale carismatico crudele.

1984 – Live in Italy (2LP). Le mie prime Sweet Jane, I’m waiting for my man, Satellite of love, Some kinda love/Sister Ray, Walk on the wild side, Rock and roll…

1985 – The Velvet Underground & Nico. A Londra, per poche sterline. La puntina che cade su Sunday morning.

1987 – Rock’n’roll animal. Il vero Live di Lou Reed. Fondamentali a posto.

1988 – Another view. Cassetta registrata da Mario, gli inediti pubblicati in quegli anni ascoltati prima degli album ufficiali…

1989 – New York. Uno dei miei primissimi CD. Il mio Lou Reed preferito?

1990 – Songs for Drella (con John Cale). Tutti gli anni ’80 a rimpiangere i Velvet, e con i Velvet cominciarono gli anni ’90.

1992 – Magic and loss. La vita e la morte dopo New York. La prima volta dal vivo, al Teatro Orfeo di Milano.

1993 – Velvet Underground-Live MCMXCIII. Duplicato su cassetta come souvenir della clamorosa reunion del 1993. Forum di Assago, io c’ero.

1994 – Berlin. Registrato da Mario. Recuperato su CD più di 10 anni dopo. Visto integralmente dal vivo agli Arcimboldi nel 2007, con Conventional Baby N°1 appena arrivata nel ventre di Conventional Wife.

1996 – Set the twilight reeling. Un altro grande disco degli anni ’90.

1997 – The Velvet Underground. Il 3° album. Ecco perchè mi sono piaciuti gli anni ’80…

1999 – Velvet Underground-White light/White heat. Meglio tardi che mai.

2000 – Ecstasy. Un po’ di indulgenza verso l’età che avanza, ma ancora splendido.

2003 – The raven. La prima, forse unica mezza delusione. Prima o poi lo riascolterò.

2005-2013. Uno dopo l’altro, con calma: Transformer, Perfect night: Live in London, Coney Island baby, Street hassle (quanto l’ho cercato…), The blue mask, Loaded degli ultimi Velvet, The bells, 1969: Velvet Underground live. Poi ho lì nel mucchione da sentire V.U. (l’altra raccolta di inediti uscita negli anni ’80). Andrò avanti a scoprirne qualcun altro (forse perfino Lulu…), ogni tanto. Con calma.

Dei nostri quasi dieci anni di differenza, ho sempre invidiato ad Anselmo il suo Lou Reed al Palalido, 1976.
Ci sarà un sacco di gente in fila per salutare Lou ed ascoltarlo ancora, e so che Anselmo è là in mezzo, dove tutti sono giovani per sempre.