No Manchester – Mexrrissey

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AVVERTENZE
Disco strettamente riservato a:
– Fans di Morrissey
– DJs Indie-Rock
– Nostalgici & Seguaci del C86
– Appassionati di cover
– Ascoltatori molto ma molto curiosi
– Messicani

PREMESSA
Tra le tante caratteristiche del seguito di culto di cui Morrissey è oggetto da oltre 30 anni, c’è il caso speciale dei suoi fans sudamericani, in particolare messicani e delle comunità ispaniche di Los Angeles. Uno zoccolo duro di migliaia e migliaia di giovani ed ex giovani che lo amano perdutamente, con un legame apparentemente incomprensibile tra un personaggio così british ed orgogliosamente concentrato sulla canzone pop anglosassone ed etnie dalle radici musicali incompatibili.

PARENTESI STRETTAMENTE PERSONALE
Io odio la musica sudamericana.
Avete presente Complesso del Primo Maggio di Elio e Le Storie Tese, “la musica balcanica…”, eccetera eccetera?
Ecco, io la stessa cosa anche con l’intero universo musicale latino-americano.
Sentire cantare in spagnolo mi dà proprio fastidio.
Senza stare a scomodare lambade o isle bonite di successo planetario, mi porto dietro piccoli traumi adolescenziali tipo gli Heroes del Silencio. E se ci pensate, ne Il grande Lebowski quando il Drugo dice al tassista di togliere dalla radio gli Eagles perchè li odia e viene sbattuto fuori dal taxi, poi i fratelli Coen mica hanno fatto sentire gli Eagles; no, per rendere la situazione veramente perversa, sparano Hotel California fatta dai Gipsy Kings…

PERO’…
C’è solo un caso in cui la lingua spagnola e la musica per me possono funzionare.
L’Indie-Rock, anzi più precisamente l’Indie-Pop.
La rivelazione la ebbi qualche anno fa, quando su una strepitosa raccoltona di culto di questa nicchia per pochi intenditori trovai quella che è diventata una delle mie canzoni preferite di tutti i tempi.

EL RESTO DE MI POST
E adesso, finalmente, quello che per me poteva restare uno splendido caso isolato, trova un degno seguito, quasi un coronamento. Certo, un’operazione furbetta che difficilmente potrà avere un futuro. Ma con un guizzo di genialità più unico che raro tra le cover band e soprattutto capace di spiegare l’inesplicabile legame tra Morrissey e Latinos più di studi e ricerche sociologiche. Questo gruppo di ragazzi messicani ha riplasmato la materia prima dei più classici tra i classici del Moz… Ed è lì da sentire.

Come funzionano alla grande queste melodie e queste storie trasformate con strumenti tipici come le trombe, i guitarròn, le percussioni, e con quella lingua solitamente per me insopportabile. Su tutte, la trasfigurazione al femminile di The last of the famous international playboys in International playgirl: la mia lunga calda estate del 2016 inizia qui. Ed il riff iniziale di Suedehead? Non aspettava altro che di essere suonato con la tromba: nessuno l’aveva mai capito, ed era naturale, chiaro come il sole… E’ davvero impressionante come questi classici di culto, così incastonati nel nostro subconscio indie pop, possano aver fatto migliaia di chilometri, attraversato l’oceano e risultare perfetti anche così.

In modo completamente diverso, vale la stessa riflessione di qualche mese fa su Ryan Adams che rifa 1989 di Taylor Swift: le canzoni interpretate non come cover, ma usate con lo stesso approccio dei campionamenti con i quali si riscrivono canzoni diverse che mantengono una stessa radice. In questo caso, anche un modo di utilizzare classici del passato e la loro rielaborazione avvenuta con gli anni e con l’assimilazione dentro una subcultura giovanile completamente diversa. Ma a parte i miei maldestri tentativi di elevare il rango di questo dischetto di cover: buon divertimento, davvero. Con El primero del gang, con Cada dia es domingo e con Me choca quando mis amigos triunfan… Irresistibili e spiazzanti, in poco tempo generano dipendenza (ed invidia verso l’essere messicani).

Per finire, un paio di chiarimenti: niente Smiths, solo Morrissey (perchè è su di lui che si è sempre concentrato questo specialissimo culto ispanico). E tecnicamente sarebbe un mini-album di sette pezzi con l’aggiunta di cinque versioni live a New York (suonate piuttosto maluccio, con l’eccezione dell’oscura B-side Mexico, qui ovviamente valorizzata e particolarmente toccante dal vivo).

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45 45s at 45: BIGMOUTH STRIKES AGAIN – THE SMITHS, 1986 (16/45)

Il resto della giornata, subito dopo l’orale dell’esame di maturità. Forse non c’è un altro momento della vita in cui senti il futuro come un infinito cielo di possibilità verso il quale stai per partire, tutto per te, tutto intero. La prima cosa che ho fatto, dopo essere tornato a casa, è stata andare a comprare The queen is dead degli Smiths. Poi registrarlo sul lato A di una C90. Sul lato B misi For everyman di Jackson Browne, appena in tempo prima di salire in auto con la mia famiglia e partire per il mare.

Iniziava l’estate più lunga della vita ed io per ascoltare The queen is dead non avevo neanche un vero walkman con le cuffiette, ma un registratorino in cui infilavo un auricolare (tipo l’hearing-aid that started to melt). Anche se da un orecchio solo, bastarono quei primi ascolti perchè quelle canzoni segnassero la mia vita, il mio futuro. Alcune le avevo già sentite a Stereodrome: Piccinini e Messina avevano capito subito che quello era un disco veramente speciale e lo suonavano tutte le sere, più volte a sera: There is a light that never goes out, I know it’s over, Cemetry gates… Ma il singolo era Bigmouth strikes again.

Non credo alle definizioni assolute come il singolo perfetto, ma se dovessi attribuire questo primato ad uno dei miei 45 45s, sceglierei questo. Perchè se ripenso all’effetto di quelle prime volte alla radio, a come si imponevano quei tre minuti di bellezza assoluta, e indiscutibile… Sì, era tutto perfetto. Tanto è vero che dopo questo disco smisi definitivamente di rimpiangere i 60’s: ok, a noi non erano toccati i Beatles, ma avevamo THE SMITHS.

La vita con la musica è fatta, spesso, anche di strane, perfette coincidenze, di cui a volte comprendi il senso molto tempo dopo, e che rendono quella musica la musica della tua vita. In quelle notti prima degli esami ed in quelle giornate dell’estate più lunga si compiva un passaggio, e gli Smiths con me ci saranno sempre, fino all’ultimo minuto di futuro.