TOP 5 2015

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Mentre quelli bravi hanno già stilato le loro playlist 2016 ed annunciato le previsioni per il 2017, Conventional Records persegue con caparbietà i ritmi vitali di quando la musica si ascoltava e il meglio dell’anno passato veniva selezionato sui mensili nel numero di febbraio (se non addirittura marzo). Le mie scelte di quest’anno vanno in controtendenza rispetto a quelle degli anni precedenti. Colgo l’occasione per mettere qui la Top 5 2014, che l’anno scorso avevo saltato per colpevole latitanza dal blog:

1. Lucinda Williams – Down where the spirit meets the bone
2. Jackson Browne – Standing on the breach
3. Bob Mould – Beauty & ruin
4. Hold Steady – Teeth dreams
5. Morrissey – World peace is none of your business.

Tutte certezze consolidate da una vita, o da almeno un decennio abbondante.
In confronto, quest’anno sono stato quasi moderno.

5. JOANNA NEWSOM – DIVERS
Dieci anni fa Ys, osannato dalla critica, mi aveva lasciato freddino, sia per lo stile compositivo folk barocco che per quelle interpretazioni incentrate su una voce fanciullesca innaturale e sul suono arcaico dell’arpa. Due o tre anni fa ci ho riprovato con Have one on me ed è scattato il colpo di fulmine. Joanna è una delle pochissime artiste del nuovo millennio che mi hanno fatto entrare in un mondo intimo e remoto, con canzoni da apprezzare a livello cerebrale e sulla pelle. Anche questo Divers mi ha fatto ripensare, nei momenti migliori, a Laura Nyro: lo so che qualcuno si scandalizzerà, lo so che per molti quella strana voce resta un problema… Non so cosa dirvi, riprovate a tuffarvi un’altra volta, in un altro tempo: potreste vedere Joanna come la vedo io.

4. PAUL WELLER – SATURNS PATTERN
L’unico vero veterano della mia Top 5 2015 è anche quello con più voglia di sperimentare. Un’attitudine che non accenna a diminuire con il passare degli anni, anzi. Lo considero uno dei miei pochi eroi veri, uno di quelli che sono felice, ed orgoglioso, di vedere approssimarsi alla vecchiaia così bene. Un fuoriclasse che, oltre al piacere di aggiungere sempre altri bei dischi ai tanti, amati, della collezione, continua ad essere un’ispirazione fortissima per il presente e per gli anni che verranno, come quando scoprivo Snap!, Café Bleu, Wild Wood e la vita si riempiva di senso, di bellezza, di brividi e avventura.

3. SLEATER-KINNEY – NO CITIES TO LOVE
Un’altra bellissima, inaspettata sorpresa, che dimostra come gli anni che passano ci possono migliorare invece che logorare. Quando una band si riforma e realizza il suo album migliore non è solo un’illusione passeggera di giovinezza che non finisce, o che ritorna. E’ il secondo tempo, in cui si può giocare benissimo e ribaltare il risultato. E’ la seconda possibilità, che nessuno ti dice che esiste, e invece c’è se la desideri e la costruisci. E’ il punk, che pensavi non ti interessasse più e che ti risolve ancora le giornate, che ti cambia la vita, perchè il punk quello fa.

2. THE DECEMBERISTS – WHAT A TERRIBLE WORLD, WHAT A BEAUTIFUL WORLD
Tra le poche band emerse dopo il 2000 che possiamo considerare definitivamente consacrate tra i Grandi, i Decemberists hanno la naturale capacità di creare canzoni quietamente memorabili che fu dei R.E.M., anche se qui non ci sono tutte quelle influenze dirette e riconoscibili che caratterizzavano The King is dead. Forse questo disco è persino meglio di quel capolavoro, per la padronanza dei propri mezzi che consente a Colin Meloy e soci di spaziare tra stili e decenni di musica americana, con quel tocco British (oggi più indie che prog) che li rende così speciali. Qualche anno fa avevo plaudito anch’io alla scelta dei R.E.M. di finire la loro storia con dignità prima di perdere colpi; adesso invece, compreso ed accettato il fatto che il bello del rock di questi e dei prossimi anni è proprio vedere invecchiare con grazia i Nostri piccoli e grandi eroi, rimpiango che non abbiano avuto il coraggio di affrontare il tempo insieme e davanti a noi. Per questo teniamoceli stretti i Decemberists, in questo terribile e bellissimo mondo.

1. COURTNEY BARNETT – SOMETIMES I JUST SIT AND THINK, AND SOMETIMES I JUST SIT
Il mio disco dell’anno, per la prima volta dopo almeno un decennio, è di una ragazza esordiente, su cui ho voglia di puntare tutto ad occhi chiusi: per tanti casi in cui le cose poi non vanno come si sperava, ogni tanto ti ritrovi una PJ Harvey, o degli Arcade Fire, con cui passare una vita intera. E con la disarmante Courtney passerei volentieri del tempo: non perché sia una ventenne per cui perdere la testa, ma perché sembra una ragazza simpatica con un talento genuino, i cui pensieri è interessante condividere, nonostante l’abissale distanza generazionale. Senza avere niente di davvero straordinario o originale: la parola chiave è personalità, qualcosa che ti fa pensare a Lou Reed, PJ o Patti senza copiare proprio nessuno, ma soprattutto che ti fa rimettere il disco finché ti accorgi che è entrato nella tua vita irreversibilmente. Canzoni speciali, di una che fa già categoria a sè. E poi con quell’aria trasandata e spontanea, senza nulla di artefatto: una boccata d’aria fresca rispetto alle legioni di hipster super cool ironici consapevoli che entrano da un orecchio ed escono dalla bacheca. Per citare il sempre ottimo Carlo Bordone (anche se per ora non so se diventerà addirittura la nostra migliore amica): “chiama quando vuoi, Courtney”.

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45 45s at 45: MY EVER CHANGING MOODS – THE STYLE COUNCIL, 1984 (8/45)

Come scintille elettriche che scuotono senza fare male, così la scarica di note della chitarrina di Paul Weller nel riff di My ever changing moods accese la fase più importante dell’adolescenza, dopo i 16 anni. La musica diventò sempre più fondamentale e la scoperta della radio e delle riviste musicali spalancò percorsi in direzioni che nemmeno immaginavo. Sotto il dominio dell’edonismo e del disimpegno con cui vengono descritti gli anni ’80, si muovevano mondi musicali contrapposti e vivacissimi che raramente affioravano in superficie, ma che continuano ad influenzare le generazioni successive.

Solo in quegli anni poteva succedere che un musicista di appena 24 anni, esploso in piena era punk con i Jam, si sentisse già pienamente maturo ed in grado di affrontare tutta la black music, dal soul al jazz, dal funky al rap, con una svolta radicale dall’energia mod del trio chitarra-basso-batteria alla varietà di stili e arrangiamenti di Café bleu e Our favourite shop. E con una cura per i contenuti di socialismo ultra-cool trasmessi nella grafica, nei testi e nelle note di copertina (il Cappuccino Kid…), oggi semplicemente inimmaginabile.

A quell’età, quando gli ever changing moods sono la tua caratteristica principale, hai trovato il tuo nuovo centro di gravità musicale. Qualche mese dopo comprai Snap!, la doppia raccolta dei Jam, e Paul Weller divenne uno dei pochissimi eroi veri della mia vita.