25 25 after 89: STREET FIGHTING YEARS – SIMPLE MINDS (7/25)

Street fighting years

Con i Simple Minds so di giocarmi quel po’ di reputazione conquistata a fatica… Per i più fighi esistono solo i loro primi album, quelli più post-punk ed oscuri; per gli appassionati di buon gusto, il vertice è New gold dream ed al limite si arriva a Sparkle in the rain; dopo, è solo imbarazzo e stridore di denti… Fu proprio con il successivo Once upon a time che imparai, a 18 anni, a non fidarmi degli entusiasmi da primo ascolto: il giorno dopo averlo preso, andai a scuola a dire a tutti che era una figata, un capolavoro, tutte canzoni fortissime… Pochi ascolti dopo, la bolla mi era già scoppiata in faccia e mi allontanai velocemente dai tastieroni, dalle batterie esplosive e dalle piacionerie vocali di Jim Kerr.

La storia con Street fighting years andò diversamente. Non rientrava assolutamente nei miei desideri di acquisto. Ma quando Roberto me lo regalò per il mio compleanno mi fece piacere, come sempre quando un amico non appassionato di musica si sforza di pensare a qualcosa che faccia parte del tuo mondo: evidentemente si era ricordato del mio smarronamento di 4 anni prima, ed io mi ero guardato bene dal tornare sull’argomento per comunicare ufficiale rettifica… Tutto sommato non finsi troppo, anzi ero curioso di provare questo nuovo discone. Ovviamente mi erano famigliari Mandela day e Belfast child, che erano uscite mesi prima in un singolone di quelli importanti, addirittura con un titolo tutto suo “sopra” i tre pezzi contenuti: Ballad of the Streets. Da un po’ le sentivo in radio ed in tv, ma ancora non avevo deciso se mi piacevano.

Erano tempi di Waterboys e di U2, di Scozia e di Irlanda nel cuore; ed era il tempo più giusto per ascoltare un disco come questo. Il suo tempo era allora, ma il suo posto nella Storia è oggi, che sappiamo cosa stava per succedere e dove ci avrebbe portato. Se c’è un disco irripetibile, tra questi 25, è proprio questo. Certe parole non si possono più mettere insieme così, certi pensieri non si riescono più a pensare; e certi suoni non si possono più usare (in alcuni casi per fortuna…).

Più di metà dell’album mi piaceva molto. Le altre canzoni le skippavo senza pietà. A riascoltarle oggi, le due ciofeche del disco (Wall of love e Take a step back), ho dovuto compiere uno sforzo eroico per finirle tutte: letteralmente paccottiglia anni ’80, chitarre e batteria sbagliate dal primo all’ultimo secondo. Poi ci sono quelle nè carne nè pesce, che mi hanno sorpreso positivamente e mi hanno fatto controllare chi fosse il produttore. Non sapevo, o avevo completamente rimosso, che era Trevor Horne… Uno dei geni dimenticati di quel decennio, qui ai suoi massimi livelli, sia nella perfezione dei pezzi più famosi che nella bizzarria di un pezzo trascurato come Kick it in, con un’intro di 40 secondi di intensità pinkfloydiana, uno svolgimento da manuale new wave ed una reprise fluttuante tra le meditazioni psych-prog dell’inizio e il dark-soul della coda… strano ed inafferrabile, come un buco nella memoria.

C’erano anche quelle promosse con riserva, a cominciare dalla title-track (nonchè pezzo d’apertura). Troppo maestosa ed autocompiaciuta per poterla considerare una bella canzone, ma nello stesso tempo grande per l’ambizione di rappresentare un affresco di quell’epoca traboccante di bisogno di Rivoluzioni: una produzione che spazia dalla delicatezza dei vuoti delle prime note di contrabbasso ai colori pieni e stracarichi della Big Music più epica che si possa immaginare; e quel testo ispirato a Victor Jara, con le parole soffiate fuori come vento sulla scogliera.
Quasi all’opposto This is your land: sobria in confronto, inizia devastata dai suoni più orrendi, ma è scritta molto bene, arriva Lou Reed che butta lì il suo “Money can’t buy me… I’ve got time. Time is on my side” e poi, come un link dritto dentro New York:

You don’t know what you’ve got
till the whole thing’s gone.
The days are dark,
the road is long.
And when you walk away,
the hope is gone.
Tell me what is right,
what is wrong.

Poi il pezzo finisce e c’è una coda strumentale strepitosa, Trevor Horne dalle stalle alle stelle in 6 minuti e 20, nello stesso pezzo il meglio e il peggio di tutto un decennio.

Infine, quelle belle, bellissime. Il tris d’assi dell’EP era tutto in fila alla fine dell’album. E alla fine decisi che mi piacevano molto. E mi piacciono ancora.

It’s 25 years ago…
What’s going on?
And we know what’s going on.
‘Cause we know what’s going on.

Mandela day è un classico invecchiato benissimo, perfetto per celebrare la vita e la morte di uno dei personaggi storici che più hanno colpito l’immaginario rock.
Belfast child rimane uno dei grandi vertici del rock celtico, il giusto punto d’equilibrio prima che l’epica diventi vuota retorica.
Biko è molto inferiore alla versione originale, ma è così bella, e ci sta così bene lì in fondo, che un po’ se la sono meritata anche loro, 25 anni dopo…

A tutto questo io sono affezionato. Amo perfino la solennità della cornamusa finale in When spirits rise e sono pronto a sfidare il ridicolo per difendere questi Simple Minds. Anche perchè mi gioco la carta finale, quella che mette a tacere tutti, ed è la canzone più bella del disco, nascosta nel lato B della memoria. Soul crying out è una ballata immortale senza se e senza ma, e rimane la canzone più giusta e più vera, per tutte le lotte in tutte le strade in tutti gli anni, passati e futuri.

And I say,
I don’t know,
Maybe I don’t care.
What I know is,
I gotta get out of here.
And I’m going, going any day.
Some sweet day,
Some sweet day,
I’m gonna find a way.