25 25 (+1) after 89: HATS – THE BLUE NILE (24/25)

Hats

Uno degli effetti collaterali di questa lunga serie è che il riascolto dei miei album del 1989 ha riacceso e ravvivato il mio amore per gli anni 80. La mia droga televisiva più o meno quotidiana, nelle ore serali e notturne, è Capital TV. Un guilty pleasure che fa meno male di birra e pistacchi, ma che assunto insieme ad essi provoca stati di alterazione della realtà su cui la scienza non ha ancora indagato. Può darsi che il mio sistema di valori musicali sia stato pesantemente compromesso da questa malsana esposizione a selezioni dal canone classico dei decenni dal 1960 al 2000, con una netta prevalenza di 70s ed 80s. Eppure, la ragione di tutte quelle endorfine che mi procura la visione non solo di Clash, Jam o Talking Heads (e vorrei vedere), ma anche di roba che un tempo detestavo come A-ha, Journey o Duran & Spandau, non penso si debba ricondurre solo ad una grave forma della malattia più diffusa del decennio: la Retromania.

Penso invece che tutto quel pop elettronico e non, quel rock radiofonico più o meno hard, a distanza di anni, abbia acquisito un valore oggettivo, legato a diversi fattori. Soprattutto la centralità pervasiva dell’industria musicale, che toccò il suo apice in quel decennio, sulla scia di una storia di stili generazionali ormai già trentennale e con la necessità costante di un ricambio orientato al futuro, accelerato violentemente dalla rivoluzione punk dei tardi anni 70. Ed insieme, la convivenza in parallelo di una musica sfacciatamente orientata al consumo, contrapposta ad una scena antagonista mai così ricca e così antagonista, artisticamente e politicamente. Davvero: in quel contesto così unico tutta quella fuffa da classifica che ci sembrava così banale, per esistere ed affermarsi sprigionava un X Factor potentissimo, che infatti non è mai più andato via. E per contrastare tutta quella forma, la musica indipendente si concentrava al 100% sulla sostanza: grandi canzoni, band che potrebbero essere la tua vita, tutti i suoni che hanno plasmato il futuro, i giorni importanti di quegli anni importanti. Ed è così che oggi una sequenza tipo Prince-Wham-R.E.M. mi esalta più di una James Brown-T.Rex-Doors, o Beck-TLC-Oasis.

Ma cosa c’entrano questi discutibili deliri con Hats dei Blue Nile? Quasi nulla, ma per me quasi tutto, nello spirito totalmente personale ed assolutamente autoreferenziale di questa serie. Cominciamo col dire che questo è l’unico album che al riascolto, in tutta sincerità, non mi ha esaltato. Ma è un problema mio, solo un problema mio. Hats merita tutti i giudizi positivi che trovate in giro: capolavoro, disco unico, perfetto, essenziale… Ma a me piace fino a un certo punto. Ed è sempre stato così, con vari alti e bassi; ma ho voluto comunque metterlo tra questi 25 album, lasciandone fuori un altro che sicuramente avevo ascoltato ed amato di più. (E diamoglielo almeno l’onore di una citazione, ad una manciata di bellissimi esclusi: The Trinity Sessions dei Cowboy Junkies, Fromohio dei Firehose, Shooting rubberbands at the stars di Edie Brickell, Crossroads di Tracy Chapman, Peace and love dei Pogues ed il primo omonimo dei Buffalo Tom).

Il mio problema con i Blue Nile è soprattutto legato ai suoni sintetici, alle ritmiche elettroniche elementari completamente prive di swing (anche se perfettamente funzionali alle loro composizioni), alle melodie minimali, alla troppa perfezione ricercata ottenuta governata. Per il resto mi piace praticamente tutto, dalla voce di Paul Buchanan al concept delle singole canzoni e della band in generale (giovani-uomini-sensibili-e-malinconici). Ma non riesco, dopo tutti questi anni, a considerarli miei. Li ascolto da fuori, senza riuscire ad entrare dentro il cuore della loro arte. Che ci fanno allora tra i miei 25 25 (+1) after 89? Ho scelto Hats perché rappresenta al meglio il mio rapporto con gli anni 80 e come ne sono uscito. Vivo, adulto e lucidamente consapevole.

Gli anni 80 ce li abbiamo dentro, il 1989 ha segnato un prima e un dopo; forse non il passaggio più importante e sicuramente non l’unico, ma inevitabilmente quello maggiormente connesso con l’essenza di ciò che siamo: l’impasto tra l’io bambino ed il caos primordiale dell’adolescenza. Quello che ci succedeva nella quotidianità si è stratificato tra le scelte di campo musicali che coincidevano, mai come allora, con quelle esistenziali; e tra la musica che girava intorno e che mai come allora ci colpiva in profondità, nel bene e nel male. Per quanto possiamo avere odiato Save a prayer per tutto quel tempo, quando oggi la risento si porta dietro un carico di significati che forse è solo mio, ma non mi importa: perché stava vicino a tutta la musica che scoprivo e che sceglievo contro tutto il resto, perché anche il pop fa parte della vita “che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti”, perché, al netto di cosa rappresentavano Duran & Spandau, era una grande canzone pop. Ecco, Hats è per me il perfetto punto d’incontro tra tutte quelle stratificazioni che porto dentro. Anche se non riesco ad amarlo come vorrei, lo ascolto e lo riascolto e sto come quando la sera su Capital TV vedo prima Pride degli U2 e poi Girls just want to have fun di Cindy Lauper: molto (ma molto) bene. Sto benissimo, perché in quei video ed in questo disco ci sono giovani uomini sensibili e malinconici, ragazze vicine e irraggiungibili, l’amore al centro delle vite, le amicizie che durano per sempre, le luci della città, i treni della notte, il sabato sera, il presente difficile e il futuro che non si sa.

Glasgow guardava l’America, l’intimismo e le aspirazioni intellettuali diventavano ingredienti per il pop ed era un modo di fare musica che suonava bene nelle radio sia di giorno che di notte, e ogni tanto anche in tv. Anche quelli che sembravano solo modelli in sfilata in fondo ci credevano: se anche gli fossero toccati solo quindici minuti di popolarità, dovevano essere quindici minuti pazzeschi, curati come se si dovesse fare la Storia. Tutto questo tempo per capire che c’era bellezza e profondità anche in quei suoni sintetici ed in quella superficialità ostentata. Ora che anche questa musica che sembrava non avere un futuro è diventata classica, è tanto più preziosa all’ascolto. Anche da fuori, Hats si ammira come un gioiello, come un’opera di cui essere fieri d’essere stati contemporanei. Fieri di essere usciti vivi dagli anni 80. Lo so, è la Retromania, è una malattia che ti fa vivere nel passato. Ma sto benissimo, ed ho così tante cose da fare che non so se basterà tutto il futuro…