Starfish – The Church

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I Church sono una di quelle band di seconda linea che negli anni 80 davi un po’ per scontate e che adesso ci mancano tantissimo. I loro album migliori li sto recuperando in questi anni, pescandoli tra i CD usati o, come in questo caso, nelle ristampe a prezzo ridotto. Mi piacevano, ma non sono mai diventati una delle mie band preferite. Forse per la voce di Steve Kilbey, che non mi ha mai colpito con una personalità ben definita, pur essendo perfettamente funzionale ad un suono e ad uno stile in cui c’era veramente il meglio di quegli anni, appena dopo la new wave e affascinati dal ricordo dei 60s e della psichedelia.

Starfish l’avevo duplicato su cassetta un paio d’anni dopo la sua uscita e conteneva quella che rimane la loro canzone più famosa, Under the Milky Way. Ecco, con canzoni così si avvicinarono molto alle vette dei R.E.M. o dei momenti migliori di Lloyd Cole e di Robyn Hitchcock. Ogni volta che si torna su questo pop chitarristico degli anni 80 e 90 è sorprendente constatare come non solo resista bene allo scorrere del tempo, ma risulti anche più profondo e convincente nelle sue piccole grandi ambizioni. Credo che quello che ci manca veramente non sia solo la giovinezza ed il ricordo che quella musica riporta alla luce. È proprio la qualità di tutto quello che il rock riusciva a concentrare su di sè: visione, cultura, attitudine, senso del presente, spinta verso il futuro. Quello che rendeva ascoltare un disco così importante.

Ricordavo che, quando lo registrai, avevo trovato sulla busta interna dell’LP, insieme ai testi delle canzoni, anche una specie di poesia, un componimento in versi privo di melodia, che viveva di vita propria. Mi piacque tantissimo ed iniziai a tradurlo, ma ad un certo punto mi accorsi che mi venivano fuori parole non sempre aderenti al significato reale, e che il ritmo che stavo dando al mio testo funzionava meglio se lasciavo fuori qualche verso ogni tanto. Così, alla fine, quella fin troppo libera traduzione di uno strano testo, dentro un disco ma senza una canzone, era diventata una cosa mia, un mio componimento, che conservai dentro un quaderno. Sono andato a ricercarlo e mi è sembrata una cosa bella che avevo fatto più di 25 anni fa, una cosa che non avrei mai fatto se non avessi ascoltato Under the milky way alla radio e non mi fossi fatto prestare il disco da un amico che l’aveva preso. E ho pensato che ci stava bene, qui dentro questo quaderno digitale, più di 25 anni dopo.

Il bene, ora e per sempre,
la musica che raggiunge e che scuote,
nuotare dove non si tocca, sotto,
ricordare un bisogno,
lunga attesa di cosa?
Sagome e volti lenti nella mente,
il rumore dell’auto nel vialetto,
star sdraiati nell’erba, gli occhi al cielo,
il pianoforte scorre sui pensieri,
l’odore di mentine masticate,
le formiche escono quando fa buio.
Fragilità, là in alto
gli aerei illuminano la notte,
fanciullo, i sapori della cucina,
non conoscere le giuste parole
ma sentirle massicce tutte quante.
La luna dorata tra le nuvole,
bellissime cose per sempre, dove
un tempo vendevano oscurità,
due passi nella strada
verso la vecchia casa,
tocco mercuriale di estati andate.
La nostra esitante conversazione,
qualcuno che chiamava,
la borsa piena di stelle marine,
la pioggia calda e un lungo assopimento,
un sogno profondo, un sogno di adesso,
ora e per sempre il bene.

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