Weld – Neil Young

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Molti album che si trovavano normalmente durante tutti gli anni ’90, senza che ce ne rendessimo conto sono scomparsi. Weld non lo vedevo in giro da anni; a un certo punto ho cominciato a prenderlo di mira ogni volta (tante) che andavo in un negozio che vende usato, senza risultati. Adesso è ricomparso, bello comodo cellophanato sugli scaffali delle offerte Fnac (a € 9,90). Un doppio CD massiccio e fino a ieri introvabile a meno di 10 Euro.

Un buon modo per iniziare Conventional Records. Questo oggetto ingombrante e voluminoso (è il vecchio formato con la scatola doppia a cofanetto, un parallelepipedo di dimensioni importanti) per la maggioranza degli appassionati è diventato un incomprensibile anacronismo; per me (e spero ancora qualcun altro) è più di una cosa desiderabile: a quel prezzo, un acquisto obbligato.

Weld uscì negli ultimi mesi del 1991, quei 3/4 mesi che forse sono stati il momento più straordinario che la mia generazione ha avuto la possibilità di vivere, con l’uscita quasi contemporanea di dischi come Nevermind, Ten, Badmotorfinger, Screamadelica, Loveless, Achtung baby, Bandwagonesque, Blood sugar sex magik e molti altri ancora più o meno epocali o di culto. Il Neil Young di quegli anni si ritrovò magicamente in sintonia con la musica che dalla scena alternativa diventò nel giro di pochi mesi IL suono del decennio; il grunge lo elesse suo padrino e per almeno metà degli anni ’90 aggiunse altri album fondamentali alla sequenza immacolata degli anni ’60 e ’70 (interrotta negli anni ’80 dai continui sbandamenti stilistici che la sua irrequietezza lo spinse a buttare in pasto al pubblico).

Il nostro parallelepipedone è un monolite che lungo l’arco dei 2 CD presenta 2 ore del Neil Young più elettrico, fiancheggiato dai Crazy Horse (Frank “Poncho” Sampedro alla chitarra, Billy Talbot al basso e Ralph Molina alla batteria). Mentre Live Rust del ’79 rappresentava (come il corrispondente album di studio Rust never sleeps) sia il lato acustico che quello elettrico dell’artista canadese, in questo caso (come in Ragged glory del ’90) è 100% Crazy Horse: cavalcate elettriche sempre oltre i 5 minuti, in alcuni casi oltre i 10 e con una Like a hurricane di 14. Per alcuni questo è il Neil Young migliore, anche senza il repertorio acustico. Involontariamente, rumoroso e vibrante come la generazione di 15/20 anni più giovane che da Seattle, Boston, New York e… Glasgow stava prendendo il centro della scena.

All’epoca me lo feci registrare su due C60 dal mio amico Mario Gazzola (con cui ho condiviso anni e anni di scambi musicali, pur avendo gusti diversissimi). In quel periodo lui stava facendo il servizio civile a Cuggiono e frequentava assiduamente il locale negozio di CD a noleggio (segmento di mercato che per 7/8 anni fece discrete fortune), che deteneva un repertorio molto ben fornito di roba alternativa e indipendente. Grazie al suo pendolarismo da obiettore mi costruii una fetta preziosa del mio archivio di cassette, che negli anni sto faticosamente cercando di riconquistare su CD. Da lì mi arrivarono lo stesso Nevermind, Mudhoney, Soundgarden, 3 o 4 Husker Du, Thin White Rope, Buffalo Tom ed altre cose toste prevalentemente americane.

Praticamente era la metà elettrica di Live Rust (con classici assoluti della fine anni ’70 come Hey hey, my my, Cortez the killer, Powderfinger, la Cinnamon girl del primo periodo e un paio di pezzi da Tonight’s the night), innestata con i pezzi migliori di Ragged glory, capolavoro gigantesco che, dopo il ritorno alla grandezza di Freedom, aveva riportato Neil Young nei cuori di più generazioni. Tra le canzoni di Ragged glory non ce n’è una che si stacca dalle altre come l’inno Rockin’ in the free world, ma sono tutte frutto di un momento creativo ispiratissimo, febbrili e intense nel portare le melodie del country al volume e alle distorsioni del rock più grezzo, con l’incedere torrenziale delle chitarre di Sampedro e dello stesso Neil. L’unica “sorpresa” in questo alternarsi monolitico di emozioni sature di elettricità è la cover di Blowin’ in the wind, la cosiddetta Gulf War version con la celeberrima melodia rallentata, distorta ed accompagnata da rumori di spari ed esplosioni: come spesso ha fatto nel corso dei decenni, Neil Young ha sempre trovato modi molto efficaci di comunicare con la sua arte un punto di vista ricco di umanità e rabbia sui grandi eventi della storia e della società americana, come in questo caso la missione sui confini tra Iraq e Kuwait.

Proprio questa cover per qualcuno potrebbe rappresentare l’unico punto debole di questo live, tanto è caratterizzata e legata al suo momento storico. Riascoltata oggi mi sembra ancora più forte di 20 anni fa: questi decenni di “missioni di pace” la fanno sentire meno reliquia dei ’60’s e parte integrante del discorso che attraversa le epoche di Neil Young, sempre con la forza deragliante delle sue chitarre. Tutte le altre canzoni sono semplicemente indiscutibili: è veramente bizzarro che un doppio album così perfetto nel rappresentare l’essenza del rock di Neil Young sia rimasto fuori catalogo tanto a lungo.

La sua voglia di ritrovare i fasti degli anni tra i ’60 e i ’70 venne premiata da una nuova generazione di pubblico, che si innamorò di questo vecchio leone e di una resurrezione artistica che sembrava quasi impossibile. Ho potuto constatare di persona questo passaggio nei due concerti che ebbi la possibilità di vedere, nell’87 e nel ’93. Il primo era un evento organizzato gratuitamente dall’amministrazione comunale di Milano al Palatrussardi (oggi Palaqualcosaltro, sempre comunque fermata Lampugnano): evidentemente qualcuno nel PSI cominciava a rendersi conto che si stava esagerando nella trasformazione in partito di estrema destra e tentava di rallentare il percorso cercando di blandire i giovani invecchiati di sinistra degli anni ’70. Ricordo il palazzetto strapieno di gente dai 30 anni in su, tra cui i miei compagni di università ed io eravamo in nettissima minoranza; a un certo punto la folla che era rimasta fuori, delusa per non essere riuscita ad approfittare della gratuità dell’evento, riuscì a forzare le barriere e per respingerla qualche genio delle forze dell’ordine pensò di tirare dei lacrimogeni dentro la struttura, generando momenti di panico nel pubblico e sul palco. Il concerto si interruppe per qualche minuto e poi terminò professionalmente ma tristemente. L’impatto fu quello di un grande artista con un repertorio immenso, ma perso in un limbo senza l’energia e lo smalto che il suo nome e quello dei Crazy Horse evocavano, come se fosse destinato a rimanere un’icona del passato (e il gas che respirammo ci fece intuire il peggio che era successo sui palchi italiani una quindicina d’anni prima tanto da escludere il nostro Paese per parecchi anni dai tour mondiali).

Sei anni dopo era cambiato tutto. C’erano stati Freedom, Ragged glory e Harvest moon, questa volta eravamo al Forum di Assago e anche se forse non fece il tutto esaurito certamente era bello pieno di gente sotto i 30 (e soprattutto paganti). Stavolta con Neil Young non c’erano i Crazy Horse, ma Booker T. & The Mg’s: anche se non potemmo rivivere Weld, fu una grande idea ed un concerto spettacolare, con queste leggende del Rhythm’n’Blues che entrarono in perfetta sintonia col country rock elettrico del canadese e ci fecero vedere le stelle. Anche in questo caso ci fu una cover di Bob Dylan: All along the watchtower, devastante e perfetta, superiore alla versione degli U2 in Rattle and hum e alla pari con quella di Jimi Hendrix in Electric Ladyland. Anche se su quel palco erano uno più vecchio dell’altro, la sensazione di replica dei fasti passati era svanita: quella musica era del presente, attualissima, potente e trascinante. L’anno dopo uscì Sleeps with angels e fu un altro trionfo di quel decennio magico. Tra l’altro il confronto con l’attualità musicale fu diretto, visto che prima di Neil Young suonarono ben tre supporter: gli ancora sconosciuti 4 Non Blondes che stavano lanciando What’s up e che non più di due settimane dopo sarebbero stati n° 1 in tutto il mondo; i Bad Religion, già delle vecchie glorie del punk americano e tremendamente fuori sintonia con un pubblico giovane sì, ma molto classic rock oriented; ed i James, ancora più lontani con il loro pop britannico denso di umori della Manchester indie-dance, ma forti di una presenza live autorevolissima, a partire da quel grande front-man che era Tim Booth. Ecco, rimane nella memoria una bellissima serata di musica degli anni ’90, in cui i più contemporanei erano proprio quei quasi cinquantenni bianchi e neri così bizzarramente assortiti.

Riascoltare Weld ci ricorda quanto gli anni ’90 siano stati segnati anche da Neil Young. Nella mia piccolissima esperienza radiofonica, nelle notti a Radio Lodi, le sue canzoni recenti (oltre ai suoi classici) erano presenze quasi fisse. Sarebbe bello credere che una di quelle notti qualcuno fosse in ascolto e decise di scrivere una canzone… In realtà credo che Ligabue abbia raccontato di aver sentito Neil Young a Stereonotte e di essere illuminato da quel verso unico e irripetibile (dentro quella canzone unica e irripetibile). Certe notti la radio che passa Neil Young sembra avere capito chi sei. E cosa vuoi dire di più? Solo che quella fu forse l’ultima stagione in cui quella cosa della radio di notte, e di Neil Young, era ancora possibile. E che senza quella radio e queste canzoni forse non capiremo più chi siamo.