Scenes from the second storey – The God Machine

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C’è sempre un motivo, o un movente. Questo CD era nella mia Want List da parecchio, per sostituire la cassetta d’epoca registratami da Anselmo, abbandonata in garage insieme a centinaia di altre. Come molti album degli anni ’90, è diventato difficile da trovare; anche in rete non compare tanto spesso. Un mese fa ho voluto dare un’ultima possibilità al glorioso marchio Vinilmania, la fiera del disco con una storia di 30 anni che da quando ha abbandonato il parco di Novegro è andata sempre peggio. Ebbene, ho dovuto toccare con mano la fine ingloriosa (e a questo punto definitiva) nell’ultima imbarazzante edizione negli East End Studios di via Mecenate, con una ventina di espositori ed una tristezza profonda nell’anima… Ne è valsa comunque la pena per due motivi: per il primo, vi rimando al post scriptum; il secondo… avete capito: ho trovato Scenes from the second storey a 5 (cinque) €.

È sempre una grande soddisfazione riuscire a fare questi acquisti fortunati, ma con un disco come questo c’è anche un senso come di compimento di un destino. I God Machine, infatti, fanno parte di un tempo (la metà degli anni 90) scivolato senza che ce ne accorgessimo da “pochi anni fa” a “circa 25 anni fa”. Ed è per questo che non avrebbe senso procurarselo con Discogs o con Amazon, come farebbe uno che all’epoca non c’era e li scopre per caso grazie a qualcuno bravo (o a qualche blog che non legge nessuno…). Bisognava trovarlo così: in mezzo a qualche decina di altri oggetti di quel passato non più prossimo, che ormai è così passato da poterci fare i conti in un modo diverso. Da qui.

Non me li ricordavo così heavy, così dark e così psichedelici. Me li ricordavo grandi, e forse era perché risultavano unici ed inclassificabili, pur caratterizzandosi proprio con quei tratti così definiti. Erano genuinamente indie, più che crossover (una delle parole chiave di quegli anni, oggi caduta in disuso; e con il significato che la parola indie ha avuto negli States negli anni 80 e 90). E infatti indie è rimasto Robin Proper-Sheppard, con la sua identità più longeva, i Sophia giunti quest’anno al loro settimo album. Riascoltare i God Machine oggi è la risposta più efficace ad uno degli interrogativi più frequenti nelle discussioni da social network: se la musica di oggi sia, in generale, meno appassionante di quella del passato. Immergersi nell’intensità dolorosa di questo dimenticato album di culto è potente e catartico. Soprattutto, quest’album è veramente un prodotto degli anni 90: con tutto il carico di linguaggi creati negli anni 80 e con il meraviglioso compimento di tutte quelle promesse, avvenuto in modo compatto e concentrato nella prima metà del decennio seguente.

Quest’anno molti parlano dei 25 anni da Nevermind e dall’ultima vera rivoluzione del rock. Quel disco portò la pesantezza, l’oscurità e la diversità nel cuore di una generazione. Quegli anni furono irripetibili perchè si crearono spazi enormi per una musica che fino ad allora era stata rinchiusa in nicchie strettissime ed inaccessibili ai non appassionati. Anche se poi è inevitabile: di quella stagione oggi viene ricordata solo la cresta più alta dell’onda generata dai Nirvana. Ma noi che c’eravamo abbiamo accumulato un patrimonio di ascolti che credo sia venuto il momento di riscoprire. Anche se ci siamo lasciati alle spalle l’infinite sadness della giovinezza. Anzi, proprio per quello.

Non è per niente un disco per l’estate Scenes from the second storey. Eppure mi dà un godimento infinito, in questi primi giorni di sole e di calore, saturarmi le orecchie di questi accordi massicci, di chitarra-basso-batteria senza trucco e senza inganno. Una pesantezza che non mi concedevo da anni, dopo anni in cui la concessione doveva sempre essere la leggerezza, a senso unico. È come con Bob Mould e questi suoi ultimi, fantastici album over 50: in mezzo a tutti quegli strati di chitarre ci siamo noi, ci sono gli strati di giorni mesi anni depositati da quegli ascolti che colpivano nelle viscere, così tanto tempo fa.

E poi c’è quel legame istintivo ed immediato tra la storia breve dei God Machine e quella dei Joy Division, due soli dischi in due anni, intensi ed immensi, la morte che si porta via uno di loro (ed il tumore al cervello del chitarrista Jimmy Fernandez non è certo meno doloroso ed angosciante del suicidio di Ian Curtis). Ed il ricordo di Anselmo, le sue cassette ed i titoli scritti con quelle lettere un po’ sgraziate… No, non le butterò via tutte quelle cassette, anche se dovessi ritrovarli tutti, i miei infiniti conventional records.

P.S.
Il secondo motivo per cui è valsa la pena partecipare alla spettrale ultima edizione di Vinilmania apparentemente non c’entra niente con i God Machine, ma invece un pochino sì… In mezzo alle chiacchiere con alcuni degli sparuti espositori, del tutto casualmente, sono venuto a conoscenza dell’esistenza di questo:
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Bruce Springsteen.
1978.
Gli unici 5 concerti del tour trasmessi alla radio.
TUTTI RACCOLTI IN UN SOLO COFANETTO.
Roxy, Los Angeles… Agora, Cleveland… Capitol, Passaic… Fox, Atlanta… Winterland, San Francisco…
I bootleg da sempre più ricercati e più costosi, prima in vinile e poi su CD.
Tutti insieme, 15 CD a 22€.
VENTIDUE EURO.
E così per una volta anch’io, perfino io, ho dovuto chinare il capo e cedere alla dittatura di Amazon…
Però (ed è qui che ci ricolleghiamo ai God Machine trovati a 5€) una simile trasgressione vale come compensazione delle rinunce di 20-25 anni fa.
Quando i CD bootleg di Springsteen andavano via come il pane a prezzi accettabili, ma io li ignoravo tutti per dedicarmi anima e corpo alla musica nuova, al rock dei miei swingin’ 90s.
(Ricordo distintamente una visita al negozietto aperto per qualche anno in quell’età dell’oro dall’etichetta specializzata Great Dane Records, a Milano in zona viale Piave: in mezzo ad un paradiso di bootleg di ogni tipo, soprattutto del Boss, acquistai con noncuranza l’esordio di Ben Harper e l’ultimo dei Charlatans…)
Per cui, sì: ho peccato gravemente; ma quando i segni sono così inequivocabili, bisogna solo presentarsi all’appuntamento col destino (e al 6° e 7° San Siro).

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5 thoughts on “Scenes from the second storey – The God Machine

  1. Volevo solo aggiungere che senza questo disco, per loro stessa ammissione i Mogwai sarebbero stati assai diversi. Album davvero fantastico e tra i più trascurati di sempre, per cui bravo Andrea a parlarne.

      • Comprensibile: possono “sfrangerle” come esaltare e credo sia molto una questione di disposizione dell’ascoltatore. Per quanto, in una seria trattazione di rock e dintorni un loro album sia da inserire assolutamente (io non so mai decidermi tra “Young Team” e “Come On Die Young”).

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