Building the perfect beast – Don Henley

DonHenley

Per 4€ da Massive ho recuperato l’album di The boys of summer, uno dei miei guilty pleasures preferiti, soprattutto se si deve affrontare l’end of summertime blues del rientro al lavoro dopo le ferie d’agosto.

Da qualche anno i suoni degli anni ’80, soprattutto quelli da FM americana che spopolano nel repertorio di Capital TV, non mi provocano più repulsione come quando cercavo rifugio nell’elettricità indie a Stereonotte e Stereodrome. Un oggettivo, evidente segno di decadenza, anzi di vero rincoglionimento… Ma per essere davvero autoindulgente, ecco un bel motivo esistenziale per giustificare questa regressione adolescenziale: col tempo anche questo sound è diventato luminoso ed evocativo di un passato mitico, come mi sembravano i ’60s all’epoca, con l’aggravante che gli ’80s li ho vissuti davvero, per cui scattano cortocircuiti personali tra memoria e subconscio che non so e non voglio decifrare. So che sto bene, produco endorfine e chiedo scusa se succede di più con Don Henley che con i Daft Punk.

Personaggio peraltro ingiustamente sottovalutato: uno dei pochi batteristi-vocalist della storia del rock con gli Eagles, come un Levon Helm senza la reputazione mitica di The Band, e con qualità da autore cresciuto nello stesso clima post-Dylan dei grandi degli anni ’70 (Jackson, Neil, Joni, David&Graham, Tom, Randy, Warren…). Questo album è quintessenza di 1984, come un lato californiano della svolta popolare di Born in the U.S.A., ed in effetti è potentissimo nell’evocare quel momento in cui l’America si trovava con lo sguardo rivolto al passato e con una forza irresistibile che la spingeva nel futuro, e viveva un presente cento volte più significativo del vuoto attuale.

E a grattare sotto quei tastieroni molesti e quelle ritmiche sintetiche sdoganate dall’intellighenzia del XXI° secolo emergono altre canzoni di spessore sorprendente (del resto i credits sono impressionanti: Lindsey Buckingham, Mike Campbell, Benmont Tench, Stan Lynch, Tim Drummond, Jim Keltner, Danny Kortchmar, Charlie Sexton, Carla Olson…); magari senza lo scintillio memorabile dei Ragazzi dell’Estate, ma con abbastanza sostanza da farci comprendere che la golden age dei singer-songwriters forse non terminò col tramonto dei ’70s…

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