25 25 after 89: 3 FEET HIGH AND RISING – DE LA SOUL (5/25)

3feethigh

Perchè a un certo punto noi rockettari ci mettemmo ad ascoltare il rap? Prima di tutto perchè arrivarono i De La Soul. 3 feet high and rising è ancora oggi una goduria di disco, incredibile concentrato di creatività pura, quando ancora si potevano fare dischi con dentro roba mai sentita prima. Era hip-hop, ma sparava fuori armonie, riff, basslines e breakbeat in quantità tali da far passare in secondo piano la classe con cui questi tre geni appoggiavano al microfono le loro rime demenziali. Amo sinceramente questo disco come lo amai 25 anni fa, senza fare alcuno sforzo, come invece ci costringevamo a fare, noi rockettari, quando ci dicevano che dovevamo ascoltare il rap…

Per chi non c’era, ma anche per chi l’ha visto, vale la pena raccontarlo. Per tutto l’86 e l’87 la Rai regalò agli appassionati di rock (in particolare indie, che era ancora una parola oscura ed esoterica) uno show serale quotidiano di 3-4 ore, Stereodrome, condotto da alcuni dei giornalisti che seguivamo sui mensili specializzati. In quei 2 anni ci abituammo ad ascoltare tutto quello che usciva praticamente in tempo reale, in mezzo a retrospettive, concerti e qualsiasi desiderio volessimo esaudire. Un po’ come avere Internet 20 anni prima, però una canzone per volta e non tutte insieme. Ebbene, ormai assuefatti a questo trattamento quotidiano, all’inizio dell’88 fu uno shock quando la linea editoriale di Stereodrome venne improvvisamente cambiata. Dalle 21 alle 22 Stefano Pistolini trasmetteva un Dancefloor a base di hip-hop e house music; dalle 22 alle 23 Alberto Piccinini suonava solo world music, soprattutto africana, al massimo un po’ di reggae; e per avere un po’ di indie rock bisognava attendere le 23, con Francesco Roccaforte che comprimeva in un’ora scarsa quello che prima dilagava per tre ore e passa.

Lo zoccolo duro degli ascoltatori si fece sentire, così una sera i conduttori organizzarono con il loro responsabile Eodele Bellisario un faccia a faccia in cui risposero a tutte le domande e alle critiche della maggioranza incavolata. Ho riascoltato quel frammento di serata, immortalato in una delle tante cassette in cui avevo registrato vari highlights di quei programmi che seguivo con passione totale. E’ un bel documento “storico”, in cui Pistolini e gli altri spiegavano che il rock da tempo non rischiava nuove strade, non era più “pericoloso”, che dopo il punk non c’era più stata nessuna rivoluzione musicale e che per trovare qualcosa di veramente eccitante, che spingesse all’azione e non alla ripetizione di riti già vissuti, bisognava cercare nel rap, nella dance music, fuori dal mondo occidentale, lontano dalle abitudini. Erano discorsi interessanti, con un grande fondo di verità, ma che per me si scontravano con un fatto inconfutabile: anche dopo ore di ascolto di Public Enemy, Eric B & Rakim e Stetsasonic, continuavo a preferire Viva hate di Morrissey, l’ultimo dei Pogues o l’esordio fulminante dei Sugarcubes. Riuscivo a comprendere la sincerità e l’entusiasmo di questi fratelli maggiori della radio che ci volevano guidare verso nuove frontiere; il punto in cui non ci capivamo, era che le stesse persone che ci avevano fatto vivere l’apice della stagione indie degli anni ’80 (Psychocandy, The queen is dead, London 0 Hull 4, Warehouse, Document…) adesso ci “costringevano” a lasciar perdere tutto ciò che ci appassionava, per addentrarci anima e corpo in suoni per noi alieni. E in quei 4 mesi di incazzature e sconcerto e tentativi di ascolto attento e desiderio di farmi prendere da queste nuove musiche, imparai che si possono sviluppare apertura mentale e spirito critico, ma che l’attrazione fisica per un disco è chimica biologia storia teologia che impari senza studio, senza sforzo.

Però quella dieta di hip-hop, dance e culture non rock ci fece conoscere gli ingredienti del grande affresco musicale degli anni ’90, quando tutti entrarono in ordine sparso nel rock, mutandolo per sempre. 3 feet high and rising buttò giù il muro con gioiosa naturalezza, molto più efficacemente dell’artificiosa (anche se irresistibile) messa in scena di Run DMC & Aerosmith nel video di Walk this way. Dopo tutto quel cuoio, e le catenone, le sveglie al collo, i mirini, i cappelli, i pettorali, i puttanoni, le tutazze e le scarpazze Adidas, bastarono le margherite e i primi 20 secondi di 3 is the magic number per diventare De-la-cratici. Rime, scratch e campionatore, ma suonati come suona una band di amici, un po’ Violent Femmes e un po’ Housemartins, maneggiando decenni di Black music e di pop da radio FM al posto di chitarra basso batteria, trovando a ripetizione la formula magica per entrarci, dentro quelle radio.

Eye know sembrava e sembra una di quelle cose che ci sono sempre state, come ogni volta quando un colpo di genio crea qualcosa che non c’era, con la strofa che finisce nel ritornello campionato degli Steely Dan, I know I love you better, e il riff di Peg che diventa il riff di Eye know ed oggi è il riff di due canzoni diverse e va bene così. Era strano, provavo l’eccitazione di un’esperienza nuova, ma ci stavo dentro come se fosse l’altra faccia della mia città, il mondo capovolto di Alice, i pezzi di un puzzle che vanno a posto da soli. Abbattuta quella barriera, tutto fu possibile. Negli anni ho comprato altri album hip-hop, non molti, qualcuno forse anche migliore di questo; ma la cosa veramente importante fu che, da allora, nella nostra musica poteva starci dentro di tutto, senza preclusioni. Gli anni ’90 sono stati belli, liberi e selvaggi. E perchè dopo non è stato più così? Si è esaurita la carica propulsiva di questo salto di 3 piedi e sempre più su? Oppure si è raggiunto un punto di saturazione, troppa musica troppo piena di tutto, che non ti rimane altro da fare che resettare e tornare ai fondamentali?

Con gli anni ho capito una cosa. Fin da giovanissimo avevo visto gli anni ’60 come un’epoca irripetibile per l’innocenza con cui tutta una generazione, e in particolare la musica che la rappresentava, scopriva il mondo e lo conquistava giorno per giorno, un’esplosione di vitalità e creatività senza precedenti, impossibile da mantenere nel tempo. Peccato esserseli persi, peccato non fossero toccati a noi. Ma adesso, riascoltando i De La Soul 25 anni dopo, ripensando agli anni ’90, la sensazione è stranamente simile: da dove venivano questi qua? Come hanno fatto ad inventare una cosa così perfettamente fresca e senza tempo? De La Soul is from the soul… Era innocenza anche quella, erano innocenti Pistolini e gli altri che andavano a suonare e a ballare la house, erano innocenti i Primal Scream che infilarono la nave della dance nella bottiglia del rock. Ma te ne accorgi sempre dopo, un attimo o una vita più tardi. Dobbiamo andare avanti e sembra sempre più difficile, nel 21° secolo, troppo difficile per affidarsi alla musica come un tempo; e adesso lo diciamo tutti che non escono più i dischi di una volta. Lo dico anch’io, e probabilmente è proprio così. Ma lascio aperto il beneficio del dubbio, perchè non lo so cosa riascolterò tra 25 anni, ma so che sarò un vecchio più saggio di ora, e mi stupirò di come fossi innocente e pieno di futuro anche oggi, che mi sento così stanco.

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