45 45s at 45: ATLANTIC CITY – BRUCE SPRINGSTEEN, 1982 (5/45)

La scivolata sulle ginocchia fino ai piedi di Clarence Clemons, durante l’assolo di sax alla fine di Thunder Road: quella è la visione con cui ho incontrato Bruce Springsteen. Ancora a Mister Fantasy: nella Video Hit, Massarini faceva vedere 3 spezzoni dei video più richiesti. Una sera tirò fuori un sacco con lettere, manifesti, striscioni tutti per Bruce Springsteen e fece vedere TUTTA Thunder Road (dal film No Nukes, uscito in quegli anni).

Il salto a ginocchia unite sulla copertina del 45 di Dancing in the dark: quello è il primo disco di Springsteen comprato “in diretta”, poche settimane prima dell’uscita dell’album. Ascolti ripetuti e perplessi: non era lo Springsteen che volevo io! Poi Born in the USA imparammo ad amarlo, ma il cambiamento del suono della E Street Band fu uno dei momenti più controversi e importanti della musica degli anni ’80.

In mezzo ci fu Nebraska. Atlantic City fu il primo singolo di Springsteen ascoltato “in diretta”. Per i miei 15 anni ancora un po’ troppo difficile, ma così forte da entrare subito nei punti fermi del mio immaginario, con quell’America, metropolitana e di provincia, ripresa nel video, senza effetti speciali.

Everything dies, baby, that’s a fact,
but maybe everything that dies someday comes back.

Con uno che faceva un disco così, si capiva che avremmo fatto tanta strada, insieme.

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3 thoughts on “45 45s at 45: ATLANTIC CITY – BRUCE SPRINGSTEEN, 1982 (5/45)

  1. Se Bruce Springsteen “in diretta” fosse stato anche per me Atlantic City, e quindi Nebraska, probabilmente Born in the USA (l’album, dico, non la canzone: quella – posso bestemmiare? – non mi ha mai convinto, perlomeno nella versione energica del disco: sulla versione acustica, invece, il mio cuore dice sì) avrebbe scioccato anche me, eccome. Ed invece, il mio primo disco di Springsteen, estratto e acquistato dagli scaffali di Rasputin (ah, i negozi di dischi: che nostalgia ..), fu l’album a stelle e strisce: ovvero – al netto della title track e di Dancing in the dark – una folgorazione, l’amore immediato, che a quei tempi significò una cassetta consumata l’estate successiva nel walkman (ah, il walkman …). Poi, a ritroso, venne tutto il resto, cioè il meglio. Tra cui Atlantic city, appunto. Quella del disco. E quella dei concerti. E venne, soprattutto, tutta la strada fatta insieme.

    • Il giorno dell’acquisto di Born in the USA: uno dei momenti indimenticabili della vita. Uscì il 4 giugno di 30 anni fa, ed io lo comprai il 6, giorno del mio 17° compleanno: dopo essere stato a Milano per prendere il biglietto del concerto di Bob Dylan (con Santana) a S.Siro del 24/6/84, andai al Discobolo di Lodi (l’ultimo dei negozi di dischi di Lodi a chiudere, ormai qualche anno fa…) e comprai il mio primo album di Springsteen “in diretta” (Dancing in the dark era uscito qualche settimana prima).
      Per me invece la canzone Born in the USA è un altra di quelle epifanie musicali indelebili: posai la puntina su quel primo solco e rimasi sconvolto da quello Springsteen. Non era e non è tra le mie canzoni preferite, ma è un’invenzione che ha colpito milioni di persone in tutto il mondo ed ha lasciato un segno troppo importante nella storia del rock.

      • Sì, è proprio vero: Born in the USA lo ha fatto conoscere a tutti. Conoscere, non comprendere, però. ma questo diciamocelo tra noi (sempre stati un po’ snob…)

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